L’America Latina dopo Donald Trump: quale sarà la strategia di Biden?

Mentre le dispute legali sulle recenti elezioni presidenziali statunitensi potrebbero trascinarsi per un po’ di tempo, è ormai certo che Joe Biden sarà il 46° presidente degli Stati Uniti d’America con l’insediamento previsto per il 20 gennaio del nuovo anno. Questo risultato sarà accolto con favore da molti Paesi, soprattutto gli “alleati”, e tra questi, spicca sicuramente l’America latina.

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Le elezioni presidenziali statunitensi del 2020 sono state storiche per molti versi. Innanzitutto, si è svolto nelle circostanze straordinarie di una pandemia globale che ha colpito in modo particolarmente duro gli Stati Uniti, con oltre 10 milioni di persone contagiate e 257.701 morti fino ad adesso (dati relativi al 23 novembre). Tuttavia, le elezioni hanno visto la più alta affluenza alle urne mai registrata nella storia con oltre 150 milioni di cittadini statunitensi che hanno votato, insieme all’uso diffuso delle schede di voto per posta.

È proprio a questo punto che iniziano le domande sulle politiche che Biden metterà in atto sia all’interno del suo Paese (tra le sue massime priorità: la lotta al Covid-19, la ricostruzione economica, i diritti umani e le migrazioni) sia all’esterno. Il neo-presidente ha promesso un approccio incentrato su un rinnovato multilateralismo, soprattutto in vista di una strategia geopolitica più moderata e di un sostegno maggiore per i tradizionali alleati degli Stati Uniti, il che potrebbe rivelarsi molto importante per l’enorme importanza geostrategica che riveste l’America Latina.

Troika of Tyranny

Gli Stati Uniti hanno una lunga – a volte deplorevole e costernata di insuccessi – storia di coinvolgimento in America Latina, godendo di un’influenza significativa che a partire dal 19° secolo ha annoverato diversi Paesi come alleati chiave: si fa riferimento alla cosiddetta ‘Dottrina Monroe’, annunciata nel 1823 per manifestare l’intenzione del governo statunitense di non accettare intromissioni delle potenze straniere (inizialmente le europee) negli affari del continente. Sulla base di questa dottrina, gli USA sono intervenuti spesso per proteggere interessi economici e politici, anche attraverso interventi militari e il sostegno a dittature. Nel 2013, l’allora segretario di Stato John Kerry, parlando all’Organizzazione degli Stati americani, annunciò la fine della dottrina ma l’annuncio è stato poco più che uno spostamento simbolico e non ha posto fine ai tentativi degli Stati Uniti di mantenere l’influenza in tutta la regione, soprattutto utilizzati come avvertimento a Cina e Russia a non immischiarsi nella gestione del rapporto con la troika of tyranny”. Ne sono esempi evidenti, i tentativi di pressione dell’amministrazione trumpiana contro i governi autoritari di Venezuela, Cuba e Nicaragua, non riuscendo, tuttavia, a produrre un cambio di regime in nessuno di essi.

Gli Stati Uniti sono stati un forte sostenitore di Juan Guaidò sin dalla sua auto-proclamazione, implementando significativamente le sanzioni contro il regime di Maduro. Anche se la maggior parte degli alleati occidentali ha appoggiato la presidenza di Guaidò, Washington non è riuscita a guidare uno sforzo multilaterale per garantire una transizione democratica a Caracas, rifiutandosi ad esempio di sostenere il Gruppo di contatto internazionale, promosso dall’UE, o il Dialogo di Oslo. La mancanza di un approccio coordinato e multilaterale ha minato qualsiasi tentativo di sostenere in modo efficiente una transizione in Venezuela.

Trump ha inoltre, intensificato unilateralmente la pressione degli Stati Uniti su Cuba, invertendo l’apertura di Obama all’Avana e imponendo restrizioni ai viaggi e al commercio. Nel 2017, ha ordinato una restrizione sui cittadini americani che si recano a Cuba come turisti e sulle imprese che fanno affari con circa 180 aziende cubane legate all’esercito. Tuttavia, alcuni temono che queste misure possano avere un impatto negativo sulle piccole imprese cubane, minando una nascente forma di capitalismo su piccola scala sull’isola. Questo duro approccio unilaterale nei confronti di Cuba rende più difficile per gli Stati Uniti trarre vantaggio dalla transizione politica cubana avvenuta nell’ottobre 2019, quando Miguel Diaz-Canel è stato scelto come primo presidente non castrista. Molti temono che le azioni di Trump siano un errore strategico che alla fine spingerà L’Avana tra le braccia di Cina e Russia.

Ad oggi, gli Stati Uniti sono il partner commerciale numero uno di molte nazioni della regione, tra cui spiccano la Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, El Salvador e Venezuela. È anche il più grande partner di importazione per Belize e Panama.

In questo senso, è utile ricordare il recente accordo di libero scambio posto in essere con il Messico (FTA), come parte dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA), che include perciò anche il Canada. L’accordo di libero scambio tra Repubblica Dominicana e America Centrale (CAFTA-DR) include invece El Salvador, Costa Rica, Guatemala, Honduras e Nicaragua, oltre alla Repubblica Dominicana. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno anche accordi di libero scambio individuali con Cile, Colombia, Panama e Perù.

Sulla base di quanto sia vitale il commercio con gli Stati Uniti per molte economie latinoamericane, è importante considerare quale cambiamento potrebbe rappresentare l’amministrazione Biden nella regione, partendo dall’eredità relazionale instaurata nell’era trumpiana.

L’eredità trumpiana

Forse la politica di più alto profilo di Trump che ha influenzato drasticamente le relazioni con l’America Latina è quella dell’immigrazione: una politica di frontiera intransigente, culminata nella costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. In seno all’attuale panorama, si pongono numerose contraddizioni che inquadrano la complessità della regolazione del fenomeno migratorio. Non possiamo esimerci dall’affermare che la politica trumpiana si è essenzialmente tradotta in una dura ostilità nei confronti degli immigrati: ne è prova evidente lo schieramento della polizia di frontiera lungo lo spazio di confine con il Messico.

In questo quadro, è utile ricordare che circa undici milioni di persone, soprattutto di origine latinoamericane, oggi si trovano illegalmente negli Stati uniti. Molti di loro hanno figli nati in America, quindi americani a tutti gli effetti; alcuni dei quali hanno addirittura studiato all’Università in Texas (essendo il primo Stato geograficamente più vicino al confine); moltissimi hanno un lavoro stabile e a volte anche qualificato. Questi dati chiariscono meglio l’importanza cruciale rivestita dal fenomeno migratorio negli Stati Uniti: un fenomeno che non sembra giustificare la strategia schizofrenica di rigetto adottata dall’ultima amministrazione.  

Gli immigrati che hanno chiesto di diventare cittadini statunitensi sono in numero crescente da quando Donald Trump è entrato in carica, il che secondo alcuni analisti politici è l’effetto della retorica anti-immigrati dell’ex presidente. Ma le strade percorribili non sono affatto semplici: entrare legalmente nel Paese presuppone una lunga serie di complicazioni che rendono quasi impossibile garantire regolarmente questi flussi, soprattutto per chi arriva dall’America Centrale, con la conseguenza che tale sistema risulta essere fortemente discriminatorio e a tolleranza zero per gli irregolari.

In questo senso, gli Stati Uniti sotto l’era Trump sono stati molto severi soprattutto con il Messico, uno dei principali paesi c.d. di transito.

La durezza dell’approccio trumpista si è vista anche in altre numerose occasioni, dove egli ha palesato ulteriormente la volontà di allontanarsi dall’America Latina: non sono mancate alcune dichiarazioni che hanno fatto scalpore per il suo linguaggio crudo e probabilmente discriminante. In un incontro tra il presidente Donald Trump ed i congressisti repubblicani e democratici per discutere del tema migratorio, il leader di Washington ha usato un linguaggio offensivo e colorito per descrivere i migranti provenienti dai paesi di El Salvador e Haiti e dai paesi africani.

A fronte del suddetto quadro, il neo presidente eletto Joe Biden ha promesso di annullare la maggior parte, se non tutte, le riforme sull’immigrazione promosse dall’ex presidente. Si è impegnato, ad esempio, a porre immediatamente fine al divieto che impedisce agli stranieri provenienti da Paesi a maggioranza musulmana di entrare negli Stati Uniti e ha rilanciato la proposta di procedere a una regolarizzazione degli immigrati illegali presenti oggi nel Paese. Un progetto ambizioso e difficilmente realizzabile, anche con una controparte repubblicana evidentemente indebolita dalla sconfitta. Una strategia quindi che potrebbe essere propedeutica ad azioni modeste ma comunque significative, come in particolare la regolarizzazione e la definizione di un percorso alla cittadinanza per i cosiddetti Dreamers. Tra i cambiamenti che Biden ha promesso di fare durante i primi 100 giorni della sua amministrazione infatti, spicca la Deferred Action for Childhood Arrivals, un’azione esecutiva dell’era Obama che Trump ha revocato nel 2017 e che fornisce protezione dall’espulsione a circa 650.000 persone arrivate illegalmente da bambini. Orbene, occorre ricordare come la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia recentemente stabilito l’impossibilità, per Trump, di abrogare il DACA.

In questo senso, a differenza di Trump, Biden adotterà forse un approccio più ampio al problema dell’immigrazione come nei confronti dell’intera area: già durante la presidenza Obama, Biden mostrò grande sensibilità e spirito di cooperazione, cercando di indirizzare le sue attenzioni soprattutto su alcuni problemi persistenti quali la violenza e la povertà. Biden ha sempre percepito grandi opportunità nella regione: lo testimoniamo i continui viaggi nella regione dove ha dimostrato la sua vicinanza attraverso le strette relazioni coltivate con i leader centro americani e una sua dichiarazione storica, riportata nel libro Promise me Dad: “Of all the places in crisis in the world, I came to believe that Central America had the best opportunity”.

Sarà percepito come una priorità affrontare le suddette come le cause dell’instabilità regionale promuovendo a tal punto la lotta alla corruzione e investendo nella creazione di posti di lavoro. Per cominciare, Biden propone un pacchetto di aiuti da 4 miliardi di dollari per l’America centrale per affrontare molte delle cause della migrazione non autorizzata.

Attingendo all’esperienza maturata durante l’amministrazione Obama, quando era suo vice, Biden promette di rilanciare le iniziative per regolare la gestione migratoria, in funzione dell’auspicato contrasto alla violenza e al dilagare della povertà.

In questo senso, Biden ha elogiato come esempio virtuoso e di successo il piano “Alliance for Prosperity” lanciato nel 2014 e che prevedeva 750 milioni di dollari di aiuti, integrati da investimenti privati e pubblici, da allocare nel El Salvador, Honduras e Guatemala.

Eppure, l’efficacia di questo piano risulta essere controversa, non avendo prodotto miglioramenti rilevanti all’interno dei Paesi dell’area. In più, l’anno scorso l’amministrazione Trump ha deciso di sospendere quasi 405 milioni di dollari in aiuti americani a Honduras, El Salvador e Guatemala, accusati di non impegnarsi a frenare i flussi migratori verso gli Stati Uniti. La speranza è che Biden riesca a migliorare questo piano di aiuti enfatizzando una politica di sviluppo che tenga conto delle peculiarità delle comunità interessate.

La suggestione cinese

In questo momento è molto difficile avere una risposta certa circa la politica estera del futuro governo di Biden ma è possibile proiettare alcuni possibili scenari. È bene chiarire che nonostante la linea seguita appaia la stessa, Biden non sembra poter essere il successore di Obama e quindi, sarà difficile rinnovare quella continuità nell’amministrazione nei confronti della regione. Ciò che è possibile affermare è che Biden opterà per la rinuncia a quell’unilateralismo che ha caratterizzato lo scorso governo soprattutto per ciò che riguarda l’Accordo di Parigi e altre decisioni importanti, tra cui spicca le relazioni con la Cina.

Su questo fronte, vi sono ancora punti molto discordanti e le tensioni tra i due Paesi relative alla competizione economica, su commercio e supremazia tecnologica non termineranno facilmente, sovrapponendosi inoltre alla necessità di ampliare rispettivamente la propria sfera di influenza.

Per adesso, il dato certo è l’enorme peso che gli investimenti cinesi hanno iniziato a rappresentare per lo sviluppo dell’intera regione latinoamericana, agevolati dalla disattenzione statunitense verso ciò che avveniva a pochi passi da casa loro. Intanto, la Cina, in modo discreto, ha portato avanti una silenziosa strategia di sviluppo nell’America Latina, allargando le rotte commerciali, costruendo enormi progetti infrastrutturali ma anche rafforzando i suoi legami militari.

Una partita geopolitica decisiva rispetto alla rivalità tra le due potenze sopranominate, si terrà in seguito alla nuova elezione di Maurizio Claver-Carone che potrebbe rappresentare una svolta epocale negli equilibri geopolitici della regione sudamericana, rompendo di fatto l’ormai consolidata tradizione che vedeva come presidente della banca un latinoamericano. Nominato lo scorso 12 settembre come nuovo presidente della Banca Interamericana per lo Sviluppo (BID), Maurizio Claver-Carone è figlio della diaspora cubana con destinazione Miami. Questa manovra elettorale sembra rappresentare la premessa per ammettere il contrappeso decisivo all’entrata della Cina all’interno del BID. La mossa di inserire un americano alla guida di un organismo così importante è stata fortemente voluta dalla precedente amministrazione trumpiana come segnale di forte condizionamento per il supporto agli investimenti per lo sviluppo economico, sociale e istituzionale nella regione dell’America Latina e centrale.

La questione ambientale

Un altro cambiamento che ci si può aspettare con il cambio presidenziale negli Stati Uniti e che avrà un impatto sull’America Latina, è l’impegno per le sfide legate al cambiamento climatico. Con Biden al timone, si prospettano già i possibili piani per il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi, con l’impegno di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica e, in generale, dell’effetto serra. In virtù del possibile rientro, la scommessa risiede nel condizionamento che tale mossa implicherebbe nei confronti di Messico e Brasile. Il cambiamento dipenderà soprattutto dalla volontà dei governi latinoamericani di promuovere azioni concrete, condizionate dalla possibilità di ricevere flussi finanziari che aiuterebbero la regione ad avere un’economia diversa dai combustibili fossili.

I paesi latinoamericani che fanno parte del cosiddetto G20 – Brasile, Argentina e Messico – saranno i più pressati dagli impegni ambientali proposti da Biden. Inoltre, nel suo piano di governo Biden parla di “una rete energetica più integrata dal Messico attraverso l’America Centrale e la Colombia, fornita da energia sempre più pulita”.

Secondo i suoi consiglieri, una Casa Bianca guidata da Biden cercherebbe anche di promuovere l’unità attorno all’impegno di rallentare il riscaldamento globale, un imperativo che ha già causato il conflitto con il Brasile, uno degli attori più rilevanti nella politica ambientale.

Anche se la deforestazione non è la questione principale di Biden, è intimamente legata al cambiamento climatico e quindi, sarà difficile esimersi dall’affrontare la questione. Durante il primo dibattito presidenziale, ha proposto la creazione di un fondo internazionale di 20.000 milioni di dollari per preservare l’Amazzonia e ha detto che il governo conservatore di quel paese affronterà gravi “conseguenze economiche” qualora non riuscisse a fermare la deforestazione.


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Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che ha coltivato uno stretto rapporto con Trump, ha risposto indignato con una dichiarazione pubblicata su Twitter in cui ha affermato: “La nostra sovranità non è negoziabile”.

Jake Sullivan, l’ex consigliere per la politica estera dell’ex vice presidente, ha detto che un’amministrazione Biden cercherà di lavorare in collaborazione con il Brasile in aree di reciproco interesse, ma il rapporto tra i due leader sarà sicuramente teso.

In conclusione, la presidenza Biden riporterà di sicuro gli Usa verso una nuova strategia che si focalizzerà soprattutto sugli aspetti sopra analizzati. Sarà necessario un cambio di paradigma che possa riproporre una cooperazione ispirata al multilateralismo che tenga conto del mutato scenario dell’area latinoamericana.

Simone Vitali
Geopolitica.info