L’alleato azero. Storia di una character assassination

La chiamano Character Assassination. Secondo il dizionario Cambridge è il tentativo di infangare nei mezzi di informazione la reputazione di una persona, attraverso critiche ingiuste e non equilibrate. Il caso dell’Azerbaigian dimostra che la Character Assassination può applicarsi anche a un’intera nazione. Da tempo il Paese caucasico è vittima di un attacco senza precedenti su alcuni media italiani, sia televisivi che della carta stampata. L’ultimo anello della catena è una graphic novel intitolata L’alleato azero, scritta dall’organizzazione Re common e disegnata da Claudia Giuliani.

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La tesi è semplice: l’Azerbaigian viene presentato come il peggiore dei paesi, e il Tap cioè il consorzio che vuole portare il “tubo” del gas azero sulle coste salentine sta per realizzare un’opera inutile, inquinante e sprecona. Un gruppo di giornalisti che si presentano come indipendenti ed alcuni oppositori locali smascherano il tranello, su cui aleggia la puzza della corruzione continua.

Buoni contro cattivi. Società civile e territori contro multinazionali e governi autocratici, supportati dai governi italiani. La graphic novel è piena di imprecisioni, aspetti grotteschi, facili generalizzazioni. Lasciamo perdere gli errori storici (solo per citarne uno – macroscopico, ma non il solo – la bandiera con la mezzaluna e la stella a otto punte che rappresenta la fratellanza dei popoli turcofoni sventolata in piena era sovietica!) ma il grottesco non ha limite anche nei riferimenti ai vertici politici, italiani ed azerbaigiani.

La vicenda Tap viene poi raccontata in maniera assolutamente di parte. Un’intera pagina è dedicata all’ audizione parlamentare del novembre 2013 dove gli “esperti” fecero a pezzi il progetto Tap. Sono andato a leggere, sul sito della Camera dei deputati, i resoconti parlamentari. Quell’audizione, richiesta dal movimento 5 stelle, fu aperta esclusivamente agli oppositori del progetto come ha rilevato in un suo intervento polemico la deputata Pia Locatelli. In genere le audizioni parlamentari servono a confrontare idee diverse. Si sarebbero potuti invitare altri accreditati esperti di energia e relazioni internazionali come Carlo Frappi, Nicolò Rossetto o Matteo Verda, che sulla Tap hanno idee lontane da Re common e i No Tap, cioè i soli soggetti che furono auditi all’epoca.

Ma ciò che è veramente inaccettabile dell’opera è il continuo montaggio alternato tra la vicenda interna azera e la scelta, italiana ed europea, della Tap. Non esiste alcuna relazione, logica o documentale, tra i due ambiti. La scelta strategica del corridoio sud del gas da parte dell’UE risale al 2003 e il progetto Tap è interamente privato con società italiane, svizzere, inglesi, belghe, spagnole etc. dove nessun socio ha più del 20% e quindi nessuno decide da solo. L’obiettivo europeo, che non guarda alle condizioni interne dei Paesi fornitori eccetto che alla loro stabilità, è assicurare strategicamente la differenziazione e l’indipendenza energetica dell’UE. Può non piacere ma è una scelta politica dell’Europa; se la si critica lo si faccia con coerenza guardando a tutte le situazioni e i contesti internazionali. Il Tap è stato preferito perché più conveniente rispetto al progetto concorrente Nabucco, orientato verso l’Europa centro-orientale.

Anche ultimamente si è parlato di Ionian Adriatic Pipeline, un gasdotto per portare in Europa il gas dell’Azerbaigian attraverso Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia. Non è quindi che l’Azerbaigian, senza il Tap, sarebbe rimasto col gas invenduto: avrebbe trovato altre strade ma il nostro Paese sarebbe rimasto tagliato fuori continuando a dipendere dai tradizionali fornitori di gas. Fornitori, vale la pena di sottolineare, la cui politica dei diritti umani è ben peggiore di quella azerbaigiana ma su cui i critici italiani della Tap non dicono una parola. Non sostengo che l’Azerbaigian abbia privilegiato l’Italia per generosità. Fu una scelta geostrategica: l’Italia e l’Europa differenziano, in un’epoca di grande instabilità, gli approvvigionamenti energetici per il futuro (guardare il World Energy Outlook 216 della IEA per capire cosa vuol dire) mentre l’Azerbaigian acquisisce una nuova centralità geopolitica verso il Mediterraneo, accrescendo il suo ruolo autonomo. E’ un gioco win win, è politica.

Ci sarebbe tanto altro da dire, a partire dal fatto che la Tap deve sottostare in Salento a 60 prescrizioni ambientali e dei beni culturali a tutela dei cittadini e del territorio e che il consorzio sostiene, con molti argomenti, che non avrà impatti sul turismo della regione. Un giornalismo maturo dovrebbe rappresentare con maturità una pluralità di posizioni. Un’ultima considerazione. La graphic novel mette alla berlina la politica di immagine di Baku. E’ vero. L’Azerbaigian impegna tante risorse per restaurare monumenti (anche a Roma), tenere manifestazioni musicali e sportive, far conoscere la cultura del proprio Paese. Si chiama soft power e ha dei precedenti illustri. Magari tutti i Paesi si impegnassero nel soft power quanto l’Azerbaigian. Che cosa dovrebbe fare il governo azero, costruire solo moschee e prediligere un radicalismo religioso, come fanno altri Stati assolutamente non criticati da Re common e da altri?

Non so quali siano le ragioni dell’accanimento mediatico contro l’Azerbaigian. Non voglio pensare a doppi standard (l’Azerbaigian è piccolo e di maggioranza musulmana) o peggio ancora al sostegno occulto ad altri interessi.
Vorrei credere nella buona fede dei critici. Ma il risultato oggettivo è la difesa dello status quo e della dipendenza del nostro Paese dalle tradizionali fonti energetiche, danneggiando l’interesse di tutti i cittadini italiani ed europei.