L’Africa e la strategia americana

“Nessun Paese sta facendo di più” degli Stati Uniti per aiutare le nazioni africane nella lotta al coronavirus. Questo è quanto dichiarato dal Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani, Tibor Nagy, precisando che degli oltre 780 milioni di dollari versati a livello globale durante la pandemia, 247 milioni sono stati riservati all’Africa e che “l’aiuto annuale degli Stati Uniti è di 7,1 miliardi di dollari, di cui 5,2 miliardi sono destinati esclusivamente alla salute”. Ma quale è realmente la strategia americana in quella che viene spesso definita come “nuova” corsa all’Africa? 

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Lo sviluppo in Africa e l’interesse internazionale

Negli ultimi due decenni l’Africa ha beneficiato di un’importante crescita economica, accompagnata da una serie di trasformazioni. Dal 2004 il reddito interno lordo è aumentato del 250% e tra il 2000 e il 2018, le economie subsahariane hanno registrato una crescita media del 5%, con sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo. I miglioramenti economici, uniti ad una maggiore integrazione regionale, hanno portato nel 2019 all’entrata in vigore di una nuova area di libero scambio continentale (African Continental Free Trade Area, Afcta), concordata in sede di Unione Africana. L’area, che comprende 54 Paesi, costituisce la più grande zona di libero scambio al mondo per numero di nazioni coinvolte. Con un totale di 1,2 miliardi di persone, a cui si aggiungono possibili nuovi consumatori, l’area potrebbe innescare una potenziale crescita del settore industriale. 

Oltre l’aspetto meramente economico, si deve considerare che i paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Alla crescita demografica si affiancano altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che prese nel complesso potrebbero contribuire all’instaurazione di nuovi legami economici.

A differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale. In questo senso, l’area sub-sahariana viene spesso considerata una fonte per diversificare gli approvvigionamenti, e ridurre la dipendenza dai Paesi medio orientali.

Per queste ragioni, si è profilato sul continente uno scenario particolarmente attraente per grandi e medie potenzegenerando una vera e propria competizione; a partire dalla Cina, la quale ha svolto un ruolo di apripista, seguita poi da Russia (apparentemente orientata su risorse naturali e dimensione militare), Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Giappone, Turchia, e Paesi del Golfo.

La strategia statunitense per l’Africa

In questo contesto gli Stati Uniti di Donald Trump, non sempre hanno dimostrato di avere una strategia coerente e, soprattutto durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, la politica americana verso l’Africa è apparsa, secondo alcuni analisti, distratta e disimpegnata

Nel dicembre 2018, in relativo ritardo rispetto ad altri Paesi, l’amministrazione americana, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, ha annunciato una “Nuova Strategia per l’Africa”, una politica che cerca sia il primato che il partenariato nel continente e che di fatto dichiara aperta una nuova fase di competizione tra potenze nell’area. La strategia tratteggia in maniera schematica alcuni punti essenziali, tra cui: la prosperità, attraverso “l’avanzamento degli scambi commerciali e dei legami commerciali degli Stati Uniti con le nazioni della regione a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa”; la sicurezza, attraverso “la lotta alla minaccia del terrorismo islamico radicale e dei conflitti violenti”; e la stabilità, attraverso l’aiuto estero, assicurando al contempo che i dollari dei contribuenti statunitensi per gli aiuti siano usati in modo efficiente.

L’obiettivo principale della strategia statunitense, come più volte ribadito durante il discorso, è quello di contrastare l’influenza politica, commerciale, e di sicurezza della Cina in Africa e, in misura minore, della Russia. Secondo il think tank “The interpreter”, infatti, la nuova strategia per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”. Nel discorso di Bolton, la Cina viene presentata come un “donatore canaglia” che sta investendo “deliberatamente e aggressivamente” per ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti. Questo, secondo tale logica, fa sì che i governi africani si indebitino, danneggiando le loro prospettive di sviluppo a lungo termine e indebolendo la loro sovranità. Di conseguenza, gli Stati Uniti “incoraggerebbero i leader africani a scegliere investimenti esteri sostenibili che aiutino gli Stati a diventare autosufficienti, a differenza di quelli offerti dalla Cina che impongono costi eccessivi”.

Tale strategia è stata confermata anche dalla visita del segretario di stato Mike Pompeo, la più alta carica degli Stati Uniti a recarsi in Africa, che a febbraio ha viaggiato tra Senegal, Angola ed Etiopia (sede dell’Unione Africana). Quella di Pompeo non è stata né un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, quanto piuttosto una visita strettamente politica, il cui scopo è stato mettere in guardia i leader africani contro il tipo di relazioni che vengono proposte da Pechino.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il piano commerciale, con la “Nuova strategia per l’Africa” gli Stati Uniti hanno voluto riaffermare la loro intenzione di non rimanere indietro rispetto ai rivali internazionali, presentando un piano di investimenti capace di competere con le altre forze in gioco. Impegno ribadito anche con l’organizzazione di una conferenza, il 6 febbraio 2020, da parte dell’ambasciata americana di Tunisi in collaborazione con la camera di commercio degli Stati Uniti per agevolare gli scambi commerciali tra gli imprenditori africani e americani. L’iniziativa “Prosper Africa”, firmata dall’amministrazione, è stata concepita per assistere le aziende statunitensi intenzionate a fare affari in Africa ed è sostenuta dal Better Utilization of Investments Leading to Development Act, che ha istituito la U.S. International Development Finance Corporation (DFC).

La posizione del Congresso

Nonostante questo, la strategia americana è rimasta poco articolata e lo stesso Trump sembra non mostrare interesse, tanto che durante il suo mandato non ha mai fatto visita al continente africano, e durante il Vertice del G20 ad Amburgo, è uscito proprio durante una sessione di lavoro sull’Africa, lasciando sua figlia Ivanka a presenziare al suo posto.

Sembra che all’interno degli apparati statunitensi si muovano dinamiche diverse, talvolta opposte. Il Congresso si è dimostrato contrario alle proposte dell’Office of Management and Budget per i cospicui tagli all’assistenza straniera (per avviare quello che viene definito “leading from behind”) che probabilmente interesserebbero l’Africa più di qualsiasi altra regione, comportando una notevole riduzione delle politiche in materia di salute e assistenza alla sicurezza. Il Congresso, infatti, ha ottenuto il mantenimento, se non addirittura l’aumento, dei livelli di finanziamento esistenti, respingendo le proposte dell’amministrazione per ridurre la già esigua presenza militare statunitense nel continente volta a limitare il terrorismo, addestrare le truppe locali e garantire la presenza per anticipare la competitività di potenze rivali.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info