L’Africa e il diffondersi della pandemia

L’espandersi dell’epidemia di Covid-19 ha inevitabilmente comportato la sua diffusione anche in Africa. Mentre il virus è stato lento a raggiungere il continente rispetto ad altre parti del mondo, l’infezione è cresciuta in modo esponenziale nelle ultime settimane e continua a diffondersi, per un totale di oltre 12.000 contagi e 632 decessi. Attualmente i Paesi più colpiti sono il Sudafrica con 2.003 casi, l’Egitto con 1.794, l’Algeria con 1.761, il Marocco con 1.448 e il Camerun con 8201. I governi e le autorità sanitarie di tutto il continente stanno cercando di limitare l’infezione. Tuttavia, la preoccupazione è che la fragilità dei sistemi sanitari e la scarsità del personale medico non riescano ad affrontare adeguatamente un’emergenza di scala globale. 

L’Africa e il diffondersi della pandemia - Geopolitica.info

Il primo caso di Covid-19 dell’Africa è stato registrato in Egitto il 14 febbraio. Da allora 52 Paesi su 54 hanno riportato casi di contagio, inizialmente per lo più confinati nelle capitali; mentre ora un numero significativo di Paesi sta segnalando nuovi focolai in più province. Confrontando i numeri con quelli dell’Europa, del Nordamerica e dell’Asia sembrerebbero essere limitati, soprattutto se si considera che nel continente vivono oltre 1 miliardo di persone e che la maggior parte dei Paesi ha intensi rapporti con la Cina, iniziale epicentro della pandemia. Sicuramente uno dei motivi è che l’età media in Africa è al di sotto dei vent’anni, fattore che alimenta la speranza che una percentuale elevata di casi possa presentare sintomi lievi o essere asintomatica. Tuttavia, come avverte il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, è possibile che moltissimi casi non siano stati diagnosticati e che quindi il numero dei contagi sia in realtà fortemente sottostimato. Di conseguenza ha dichiarato, “il miglior consiglio da dare all’Africa è quello di prepararsi al peggio e prepararsi sin da oggi”, mettendo in guardia i governi africani. 

In un continente privo di un sistema di sussidi di base, dove oltre 500 milioni di abitanti non hanno accesso all’elettricità e oltre 130 milioni all’acqua potabile, dove molti Paesi hanno un’alta prevalenza di HIV, malnutrizione e altre morbosità, non è facile far fronte all’emergenza. Secondo l’OMS in Africa è presente solo il 3% del personale medico mondiale, nonostante vi siano sul suo territorio circa il 24% delle malattie a livello globale. Il sistema sanitario pubblico in Guinea, Liberia e Sierra Leone (i tre Stati più colpiti dall’emergenza Ebola) ha 4,5 medici ogni 100mila abitanti. La media italiana è costituita da circa 376 medici ogni 100mila. Secondo quanto riporta The Guardian, il Sudafrica, che possiede uno dei migliori sistemi di sanità pubblica dell’intero continente, dispone di poco più di 1.000 posti di terapia intensiva (di cui 160 nel settore privato), che servono una popolazione di 56 milioni di persone. In Malawi, ci sono 25 posti di terapia intensiva per 17 milioni di abitanti, mentre secondo la Association of Doctors for Human Rights, il principale ospedale di malattie infettive di Harare, capitale dello Zimbabwe, non ne dispone. In media, per l’intero continente si tratta di circa 5 posti letto per ogni milione di persone, contro i 4.000 per un milione di persone in Europa. 

Questo limite nel sistema sanitario mette in luce la necessità assoluta di contenere l’emergenza. Gli sforzi che attualmente i governi africani stanno mettendo in atto sembrano muoversi in questa direzione. L’Unione Africana, insieme ai suoi Stati membri, è stata relativamente veloce nell’adozione di misure per prevenire e contenere la diffusione del virus, giocando un ruolo fondamentale. Dopo l’annuncio del primo caso di Covid-19 a Whuan, nel dicembre 2019, l’African Centre for Disease Control (CDC), agenzia per la salute pubblica dell’Unione Africana, ha lavorato con l’OMS, informando i governi africani e implementando la loro capacità di reazione. A tale scopo, già il 22 febbraio, i Ministri della Sanità e il CDC, in collaborazione con l’OMS, avevano discusso le misure per il contenimento dell’epidemia negli Stati membri. In quell’occasione è stata istituita una task force continentale, Africa Task Force for Novel Coronavirus (AFCOR), guidata da Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya, per coordinarsi in tutto il continente.  Le aree prioritarie identificate sono: sorveglianza; controllo e prevenzione delle infezioni nelle strutture sanitarie; diagnosi di laboratorio; gestione clinica delle persone con infezione grave da Covid-19; comunicazione dei rischi e coinvolgimento della comunità. Dall’inizio dell’epidemia, l’OMS ha fornito ai Paesi migliaia di kit per effettuare i test, formando decine di operatori sanitari e rafforzando la sorveglianza nelle comunità. Attualmente sono 47 i Paesi della regione africana dell’OMS che possono effettuare i test per il Covid-19; all’inizio dell’epidemia solo due potevano farlo. Intanto, Ghana, Kenya, Etiopia, Egitto, Marocco, Tunisia e Nigeria hanno esteso i test nazionali a più laboratori, consentendo di effettuare test decentralizzati. 

Numerosi governi hanno provveduto all’adozione di misure di contenimento, sulla base di quelle già attuate in Europa. La Nigeria, Paese più popoloso dell’Africa, con oltre 190 milioni di abitanti, ha vietato l’ingresso sul suo territorio a tutte le persone provenienti da uno Stato dove si contano oltre 1.000 casi, e le città di Lagos e Abuja sono state messe in quarantena. La Tunisia ha ordinato il coprifuoco. Il Senegal è stato tra i primi a ordinare la chiusura di scuole e università e la cancellazione delle principali manifestazioni religiose in programma. Il Rwanda ha deciso la chiusura totale del Paese, ad esclusione dei servizi essenziali e di emergenza. Il Sudafrica ha dichiarato lo “stato di disastro nazionale”, annunciando severe disposizioni di contenimento. Numerosi altri Stati hanno seguito l’esempio, tra cui l’Etiopia, che ha dichiarato l’emergenza nazionale l’8 aprile. Nel far fronte al contenimento, i Paesi africani hanno a proprio favore l’esperienza nella gestione di epidemie più gravi (come malaria, dengue ed ebola), che rappresenta un patrimonio importante su cui contare. Questo consente di far leva sulla comunità, sull’adattamento alle misure previste per evitare i contagi e in qualche modo sul supporto a sistemi sanitari così fragili, evitando la diffusione dell’infezione all’interno di questi, sia tra i pazienti che tra i pazienti e i medici.  

Oltre alla fragilità del sistema sanitario, un’ulteriore preoccupazione riguarda le inevitabili ripercussioni economiche. Come ha sottolineato la direttrice dell’Ufficio Africa dell’OMS, Matshidiso Moeti, “Covid-19 ha il potenziale non solo di causare migliaia di morti, ma anche di scatenare una devastazione economica e sociale”. Una serie di fattori, come l’impatto causato dal crollo dei prezzi del petrolio, l’interruzione degli scambi e delle catene globali dei valori, il blocco del turismo e degli investimenti diretti esteri, nonché il crollo dei mercati finanziari, influiscono negativamente sull’economia dei Paesi africani. A questo si deve aggiunge che il tasso di povertà nell’Africa Subsahariana supera oggi il 40% e nel continente si trovano 23 dei 50 Paesi meno sviluppati del mondo. La perdita degli introiti fiscali, congiuntamente alle misure adottate contro la diffusione del virus e la necessità di garantire cure mediche porteranno ad un aumento della spesa pubblica stimato in almeno 130 miliardi di dollari. 

Secondo lo studio dell’Unione Africana “Impact of the Coronavirus Covid-19 on the African Economy”, pubblicato il 6 aprile, l’elevata dipendenza delle economie africane rispetto alle economie estere prevede una ricaduta economica negativa per il continente, con una perdita media di 1,5 punti sulla crescita economica del 2020, una contrazione delle previsioni di crescita media del Pil dal 3,2% all’1,7%. In particolare, in uno scenario medio, il settore del turismo e dei viaggi in Africa potrebbe perdere almeno 50 miliardi di dollari e almeno 2 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti. Per quando riguarda il settore dell’import-export è previsto un calo di almeno il 35% rispetto al livello raggiunto nel 2019, una perdita di valore stimata in circa 270 miliardi di dollari. Si deve pensare infatti, che la Cina costituisce il principale partner commerciale dell’Africa, quindi un blocco della produzione e un calo della domanda cinese costituiscono una grave minaccia per l’economia dell’intero continente. A questo si aggiunge che oggi il prezzo del petrolio sta affrontando un grave shock, scendendo sotto i 30 dollari al barile, a causa della riduzione del commercio mondiale e, allo stesso tempo, del disaccordo tra l’Arabia Saudita e la Russia. Ad essere più colpiti saranno quindi i Paesi che basano la propria economia sugli scambi commerciali di materie prime, come l’Algeria, l’Angola, il Camerun, il Ciad, la Guinea Equatoriale, il Gabon, il Ghana, la Nigeria e Repubblica del Congo. Secondo le stime la Nigeria e l’Angola, i maggiori produttori di petrolio del continente, insieme potrebbero perdere fino a 65 miliardi di dollari.  

Abiy Ahmed, Primo Ministro etiope, premio Nobel per la pace 2019, si è rivolto ai Paesi G20 affinché sostengano le economie africane rese vulnerabili dal coronavirus, alleggeriscano il debito e preparino un piano di aiuti finanziari urgenti del valore di 150 miliardi di dollari. Definendo la pandemia come “minaccia esistenziale per le economie dei Paesi africani”, ha aggiunto che l’Etiopia sta lavorando di comune accordo con gli altri Stati del continente per presentare ufficialmente questa richiesta di aiuto. La proposta, strutturata in 3 punti, prevede un pacchetto per l’emergenza finanziaria da 150 miliardi dollari, un pacchetto per l’emergenza sanitaria per l’Africa e un pacchetto per la cancellazione e la ristrutturazione del debito. Per il Primo Ministro etiope queste sfide non possono essere affrontate in maniera adeguata “attraverso scelte politiche e misure prese dai singoli Paesi, ma richiedono una risposta globale coordinata. Proprio come il virus non conosce confini, anche le nostre risposte non dovrebbero averne”. L’Unione Africana e il settore privato hanno lanciato un Fondo di risposta all’emergenza che mira a raccogliere complessivamente 550 milioni di dollari. La Nigeria, il più grande di tutti i Paesi africani, raccoglierà 6,9 miliardi di dollari dai finanziatori globali, mentre il Ghana per pagare le bollette dell’acqua per i prossimi tre mesi, aumenterà i salari e fornirà un’assicurazione per i principali operatori sanitari.  

Per far fronte all’emergenza, anche l’Unione Europea (UE) ha annunciato, lo scorso 7 aprile, un piano di aiuti da 15 miliardi di euro per aiutare i partner nel mondo a combattere il coronavirus, in particolare l’Africa “che potrebbe affrontare gli stessi problemi dell’Europa in qualche settimana”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “è possibile che la crisi peggiori prima di migliorare ed è nel nostro interesse che la lotta alla pandemia abbia successo”. Gli aiuti “potranno servire a coprire i bisogni immediati nel settore sanitario, e a sostenere l’economia in questi Paesi”. 

Secondo Ahmed Al-Mandhari, Direttore Regionale dell’OMS per il Mediterraneo orientale, l’Africa “ha ancora l’opportunità di ridurre e rallentare la trasmissione dell’infezione”. Oggi più che mai è necessaria un’azione coordinata a livello internazionale, in cui nessun Paese deve rimanere escluso, per trovare velocemente una risposta comune. 

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info