L’Afghanistan, il Pakistan e la persistenza dell’insorgenza

La recrudescenza, in gravità e numero, degli attacchi terroristici in Afghanistan non può non essere raffrontata al sanguinoso periodo pre-elettorale della Repubblica Islamica del Pakistan, appena terminato con la vittoria nelle elezioni politiche del Pakistan Tehrik-e-Insaf (PTI). I risultati elettorali nel secondo paese, ma soprattutto il fatto che Islamabad sia riuscita a terminare la campagna elettorale e a effettuare lo scrutinio nonostante i numerosi attacchi terroristici a obiettivi rilevanti per le elezioni (come comizi e rappresentanti di partiti in corsa) offrono però un perno sul quale può essere costruita una ristrutturazione della legalità a tutto discapito degli estremismi.

L’Afghanistan, il Pakistan e la persistenza dell’insorgenza - GEOPOLITICA.info

Legame a doppio filo

Come in passato risorse provenienti dal Pakistan, ed in particolare le aree scarsamente controllate di quei territori in prossimità del confine con l’Afghanistan, hanno alimentato la guerra per procura degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica in Afghanistan e la guerra, questa volta non più per procura, contro il terrorismo internazionale iniziata nel 2001, nel presente alimentano l’instabilità nel sud del territorio di Kabul. A seguito della nuova strategia militare americana, inaugurata sotto l’egida dell’amministrazione Trump, che ha promesso di utilizzare tutti i mezzi in possesso alla sua amministrazione, in special modo quelli militari, per porre fine al conflitto in Afghanistan le interpretazioni sul profilo di sicurezza del paese sono discordanti. Ad ogni modo si evidenzia un dato che non incoraggia: il territorio della Repubblica islamica dell’Afghanistan conteso o sotto controllo degli insorti rimane alla percentuale del 60%. Senza dubbio rispetto all’ultimo periodo della presidenza Obama vi è una gestione più attiva della problematica ma non pare che questa sia assolutamente vincente sinora. La tradizionale offensiva primaverile ed estiva dei Talebani sembra essere particolarmente violenta e tornare ad interessare con più veemenza anche obiettivi delle forze NATO, in generale con i 1692 morti registrati nella prima metà del 2018 ed i 3430 feriti si è raggiunto un livello mai toccato dal 2009. Gli attacchi in Afghanistan sono pianificati ed in molti casi diretti da organizzazioni residenti nelle Aree Tribali o nel Belucistan come il Tehrik-e-Taliban Pakistan o gli stessi Talebani (che decentrano il loro dirigenti in queste province per motivi di protezione delle forze). Vi sono anche chiari indicatori della presenza di cellule del sedicente Stato Islamico che dalla seconda metà del 2017 starebbe collaborando anche con il gruppo Jamaat-ul-Ahrar (JA, una fazione dei Talebani con basi in Pakistan) per prepararsi ad imporre la sua presenza in Afghanistan con l’abbandono delle forze occidentali.

 

Elezioni a Islamabad

Chiaramente quindi per i movimenti estremisti il passo delle elezioni in Pakistan che cadevano il 25 luglio 2018 era di fondamentale importanza, rappresentando un’occasione per poter influenzare la volontà elettorale se non addirittura per minare la democratizzazione del Pakistan. Far naufragare la campagna elettorale e causare un passo indietro nell’evoluzione democratica avrebbe fornito una finestra di opportunità per consolidare le basi terroristiche in territorio pakistano e in quell’area di confine fra Pakistan e Afghanistan dove la presenza dello stato è ancora radicalmente rarefatta. Non è un caso poi che gli attacchi orchestrati da vari gruppi prima delle elezioni si siano concentrati contro movimenti orientati al decentramento del potere ed all’integrazione etnica (ad esempio alcuni partiti nazionalisti) che hanno come obiettivo il coinvolgimento dell’elettorato periferico e potrebbero quindi portare ad un rafforzamento del senso di solidarietà democratica. Ne è un esempio il devastante attentato avvenuto durante un comizio dell’Awami Party il 13 luglio: una strage che ha causato oltre 140 morti. Oltre all’aumento del peso del PTI nel periodo dal 2013 ad oggi si è assistito ad una notevole crescita di importanza di nuovi soggetti politici etnocentrici che spaventano gli estremismi e che senza dubbio potranno creare un substrato di resistenza alla violenza anche nelle aree periferiche. I movimenti come l’Awami party per etnie come i pashtun rappresentano un approccio laico alla vita politica, in diretta competizione con i gruppi estremisti religiosi, ad esempio Talebani e TTP trovano il proprio consenso fra le ali dell’etnia pashtun che non si sentono rappresentate dallo stato centrale. E’ quindi naturale che l’Awami Party, assieme agli altri movimenti etnici non estremisti sia visto dagli estremisti come una letale minaccia.

La vittoria di una forza relativamente nuova come il PTI (anch’esso attento alle esigenze di rappresentanza delle etnie periferiche) lascia sperare in un consolidamento della democrazia nel paese. I programmi del PTI sono particolarmente avversi ai gruppi estremisti per la volontà (almeno sulla carta), di estirpare la corruzione e ricavare fondi per implementare il programma per il governo del paese: miglioramento dell’educazione (a scapito delle scuole religiose), investimenti nella salute pubblica, riforma del sistema fiscale, investimenti nel turismo, una più attenta politica ambientale, potenziamento dell’impiego pubblico con la costruzione ad esempio di nuove università per tecnici (ancora invise agli estremisti religiosi), interventi contro lo sfruttamento dei lavoratori agricoli (spesso realizzato anche da gruppi estremisti), aumento dei diritti femminili (decisamente contrari all’estremismo religioso).

Superati i primi interrogativi di tenuta del neoeletto governo pakistano, se vi sarà una risposta positiva, ovvero se il PTI riuscirà ad organizzarsi per mantenere salde le redini del potere e riassumere il pieno controllo dello strumento militare (fondamentale per la lotta al terrorismo), diverrà una scelta obbligata per l’occidente appoggiare Islamabad per garantire la stabilità nell’Area Afghanistan-Pakistan in tutto e per tutto, con molta più sicurezza degli anni passati e con la consapevolezza di tre punti:

  • Ricerca costante della dimostrazione di responsabilità del governo del Pakistan con un rafforzato controllo sull’azione delle forze armate. Sarà certo più remunerativo per la NATO in generale impegnare i fondi in Asia del sud in alleanze affini che vedano la cooperazione con il Pakistan anziché continuare a supportare un’Unione Europea restìa ad incamminarsi con certezza in un progetto di difesa comune, e potrebbe essere anzi la causa di un consolidamento di tale strumento.
  • Dimostrazione di collaborazione con la Cina, storico alleato del Pakistan, purché lo sforzo sia coordinato con Pechino.
  • Necessità di cercare la distensione dei rapporti del Pakistan con l’India in virtù del contrasto al terrorismo, con particolare riferimento a gruppi come il Lashkar-e-Taiba (LET) attivissima nella regione del Kashmir contro le forze del governo indiano.