L’Afghanistan e la lenta rivoluzione femminile

Dal 2001, in Afghanistan, con il rovesciamento del governo talebano, le donne hanno riacquisto, almeno formalmente, il diritto di andare a scuola, di lavorare e di votare. Nei fatti, tuttavia, la condizione femminile non è stata realmente rivoluzionata dall’intervento statunitense. I cambiamenti, in un contesto logorato dalla presenza di estremismi sul territorio e dalla guerra stessa, si sono rivelati più lenti e difficoltosi del previsto. La situazione in Afghanistan è infatti ancora molto complicata, dal punto di vista sociale e culturale. La guerra non si è conclusa, nonostante dal 2015 lo scopo delle truppe Nato inviate in Afghanistan dovrebbe essere unicamente quello di offrire sostegno nella formazione dei militari. Scontri violenti, che si sono verificati anche in occasione delle elezioni di ottobre, continuano a rallentare il processo di ripresa culturale e ad alimentare timori e sfiducia.

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Allo scopo di promuovere l’emancipazione femminile in Afghanistan, tre anni fa è stato lanciato dall’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) il programma Promote. Programma, tuttavia, che non ha ancora riscosso il successo sperato. Rafia Zakaria, avvocata e filosofa della politica statunitense di origine pakistana, sostiene che il progetto sia fallito. In un articolo redatto per Dawn, il più diffuso quotidiano pakistano in lingua inglese, Zakaria si è scagliata contro il programma made in Usa denunciandone la scarsa capacità di incidere realmente nel processo di empowerment femminile. Washington, afferma Zakaria, ha fatto dell’emancipazione della donna uno dei suoi principali cavalli di battaglia, senza tuttavia formulare un piano efficace, ponendosi unicamente come “benevola potenza egemone”. I budget del dipartimento di stato americano e dell’Usaid hanno nel frattempo subito ingenti tagli.

Gli obiettivi indicati dalle autorità non sarebbero, secondo l’avvocata, obiettivi veritieri. Questa tesi sarebbe confermata da un rapporto dell’ispettore speciale generale per la ricostruzione afghana, una sorta di verifica del programma Promote, pubblicato a metà settembre. Promote avrebbe dovuto favorire e incrementare l’emancipazione femminile in tutti i settori della società, ma non è stato ottenuto il riscontro sperato. La mancanza di un memorandum d’intesa tra il ministero afghano degli affari delle donne e l’Usaid potrebbe essere, secondo Zakaria, una delle cause che ha portato al fallimento di un progetto tanto ambizioso, così come la disorganizzazione dell’agenzia e l’eccessiva burocrazia che ne ha rallentato l’opera. La condizione delle donne, inoltre, nonostante gli sforzi e le future correzioni del tiro dell’Usaid, tarderà a migliorare in una società che, già pregna di pregiudizi, ha associato i programmi per l’emancipazione femminile a un dominio esterno e, soprattutto, a una disastrosa guerra.

Dall’interno del territorio afghano, infatti, sono ancora poche le iniziative atte a migliorare la condizione di vita femminile. Tra queste “#WhereIsMyName”, una protesta nata e diffusa sui social lo scorso anno contro l’abitudine degli uomini di non chiamare mai per nome le donne in pubblico. Il solo nominarle, infatti, è considerato poco onorevole. Nei certificati di nascita non è indicato il nome della madre, negli inviti di nozze manca quello della sposa: una delle pratiche consuetudinarie di sminuimento della donna di cui il tessuto sociale afghano si è impregnato nel corso degli ultimi decenni e che contribuiscono alla difficoltà dei programmi di empowerment di fare realmente presa e radicarsi.

La protesta stessa, pacifica e spontanea, è tuttavia da considerarsi uno dei segnali di ripresa dell’Afghanistan, che potrebbero far pensare a una svolta, seppur lenta, nel processo di autoaffermazione femminile. Altre proteste sono scoppiate negli ultimi anni: a marzo del 2015 le donne afghane si sono mobilitate per protestare contro l’uccisione di Farkhunda, una ventisettenne accusata di aver bruciato una copia del Corano; nello stesso anno, solamente pochi giorni prima, giovani afghani erano scesi in piazza indossando il burqa per sostenere la battaglia per l’emancipazione femminile; da Kabul, lo scorso aprile, è partita la potente campagna a favore della parità di genere che ha toccato l’intero Paese. Inoltre, le elezioni di ottobre per il rinnovo della camera bassa del Parlamento hanno visto candidarsi ben 417 donne, circa il 16% del totale. Lo stesso rinnovo parlamentare, favorendo un ricambio generazionale nella guida del Paese, con la sostituzione da parte di giovani innovatori dei membri più conservatori, potrebbe porre nuove basi per una rifioritura sociale in generale e femminile in particolare.

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