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L’Afghanistan dei Talebani e gli obiettivi di Mosca in Asia Centrale

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Il ritiro occidentale dall’Afghanistan ha aperto la strada ad una profonda instabilità di cui ora non possiamo che tratteggiare i contorni. Mentre in Europa e negli Stati Uniti si discute sulle responsabilità dell’Amministrazione Biden, sul futuro di quanti hanno collaborato con le forze di occupazione in questi anni e sulle modalità di interazione con l’attuale regime di Kabul, Cina e Russia sembrano muoversi con pragmatica cautela al fine di mettere in sicurezza i propri obiettivi strategici. Se Pechino può puntare sull’assoluta estraneità al contesto afgano e su una capacità di investimento nettamente superiore ai principali competitor, Mosca deve muoversi calibrando le proprie limitate risorse, al fine di mantenere il proprio ruolo nell’Asia Centrale.

Strategie, strumenti e obiettivi della politica afgana di Mosca

Sebbene nel 1989 le forze sovietiche del generale Lebed abbiano lasciato l’Afghanistan ripiegando in Kirghizistan, Mosca non ha mai abbandonato completamente il paese e per quanto il doloroso ricordo della guerra del 1979-89 aleggi ancora oggi nell’opinione pubblica e nell’élite russa, la ricerca di stabilità e sicurezza della Federazione Russa ha portato Mosca ad interessarsi continuamente alle vicende afghane. Malgrado le risorse limitate e un interesse complessivamente limitato se confrontato ad altri quadranti del sistema internazionale, la Russia post-sovietica ha perseguito due obiettivi prioritari attraverso la propria “politica afgana”: garantire la stabilità dell’Asia Centrale e contenere le possibili infiltrazioni di formazioni islamiche radicali nell’estero vicino russo e nel territorio della stessa Federazione. Tali obiettivi sono stati sistematicamente perseguiti da Mosca attraverso una strategia costruita su tre linee principali: il controllo dei confini, il dialogo con le parti in campo, il confronto con le principali potenze coinvolte.

Rispetto al primo strumento, il controllo dei confini è stato l’obiettivo minimo di Mosca all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica. Nell’ambito della Comunità degli Stati Indipendenti e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la Russia ha partecipato e partecipa tutt’ora alla sorveglianza dei confini esterni di alcune repubbliche centroasiatiche, in particolar modo Kirghizistan e Uzbekistan, che rappresentano il confine più fragile tra lo Spazio post-sovietico e l’Afghanistan. Soldati russi pattugliano quindi le frontiere di questi due paesi, fungendo da deterrente per eventuali attacchi oltreconfine da parte delle milizie islamiche e da supporto per le truppe locali, spesso inadeguate a gestire la complessità del contesto afgano.

Il dialogo con le forze in campo è stato sistematicamente ricercato al fine di perseguire una fragile stabilità nel paese, che consentisse di evitare la frammentazione della complessa regione centroasiatica. Nell’ambito di questa linea d’azione, la Russia ha provato a dialogare con tutte le parti coinvolte con l’obiettivo di facilitare la nascita di un modus vivendi tra le diverse realtà locali e nazionali, escludendo però sistematicamente i Talebani dal confronto. Questi erano infatti considerati la componente più radicale delle milizie afgane, nonché i principali sostenitori del terrorismo internazionale e, di conseguenza, il dialogo con tale formazione era irricevibile per Mosca. Il fermo “no” russo al dialogo con i Talebani, considerati in Russia un’organizzazione terroristica, è caduto solo nel 2015, quando due diverse dinamiche si sono progressivamente consolidate. In quell’anno infatti, la Russia, ormai impegnata in Siria, voleva scongiurare la nascita di un asse che legasse l’ISIS ai Talebani, ricercando un singolare allineamento con le formazioni afferenti al gruppo più ostili allo Stato islamico. Allo stesso tempo, il progressivo emergere dei combattenti islamici come una formazione sempre più rilevante nel contesto afgano, al punto da minacciare i fragili risultati raggiunti dalla coalizione NATO, aveva spinto Mosca ad allargare il confronto anche alle milizie islamiste. La coesistenza di tali elementi, quindi, ha portato la Russia a dialogare anche con i Talebani, ponendo le basi per il confronto dello scorso luglio con una rappresentanza “politica” del nuovo regime e per il mantenimento dell’ambasciata russa a Kabul.

Da ultimo, ben comprendendo l’influenza degli attori esterni sul confronto interno, il Cremlino ha storicamente seguito una strategia di dialogo con tutti i possibili attori coinvolti, ricercando in essi una sponda per i propri obiettivi. Di conseguenza, dal 2017, si sono tenuti a Mosca diversi round del confronto intra-afgano che coinvolgevano anche India, Cina, Iran, Pakistan e le 5 repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, al fine di favorire una soluzione condivisa del confronto interno.

La strategia afgana di Mosca è però comprensibile solo in un contesto più ampio, che tenga conto della complessità della politica estera russa, al fine di dare una possibile interpretazione degli eventi accaduti nelle ultime settimane.

La guerra in Afghanistan e le relazioni con l’Occidente

All’indomani dell’undici settembre, Mosca sostenne la scelta dell’amministrazione Bush di invadere l’Afghanistan, sebbene avversasse il disegno di ridefinizione del Grande Medio Oriente promosso da alcuni esponenti della Casa Bianca. Vladimir Putin in particolare valutò positivamente la possibilità di collaborare con Washington, ritenendo che quella che sarebbe stata la guerra al terrore avrebbe potuto rilanciare le relazioni bilaterali. Di conseguenza, la Russia offrì supporto logistico e informativo agli Stati Uniti, aprendo lo spazio aereo russo ai rifornimenti statunitensi e “concedendo” a Washington due basi in Asia Centrale per sostenere le forze di occupazione, ovvero le due basi di Manas e Karshi-Kanabad, in Kirghizistan e Uzbekistan. Da ultimo, il Cremlino ritenne che, cooperando con gli Stati Uniti nel contrasto al terrorismo, avrebbe potuto presentare, anche all’opinione pubblica internazionale, la guerra in Cecenia come un nuovo fronte della guerra globale al terrore, consolidando così l’immagine della Federazione Russa. Malgrado il sostegno iniziale, la cooperazione sull’Afghanistan seguì il più generale andamento delle relazioni tra Mosca e Washington e, dopo l’invasione dell’Iraq e le rivoluzioni colorate, la Russia restrinse sempre di più i margini di cooperazione con l’Occidente, mirando alla riduzione della presenza statunitense nell’area. Nell’ultimo decennio, quindi, la Russia ha perseguito il prioritario obiettivo di limitare l’influenza occidentale in Asia Centrale, guardando però con “favore” al mantenimento della forza NATO in Afghanistan, che fungeva da catalizzatore e deterrente della violenza islamica. Di conseguenza, il ritiro occidentale, divenuto sempre più realistico negli ultimi anni, è stato accompagnato dal consolidamento di quei meccanismi di dialogo già avviati dalla Russia, al fine di limitare i contraccolpi dell’inevitabile riconquista talebani e rivendicare il ruolo di risolutore della crisi che inevitabilmente sarebbe emersa all’indomani della fuoriuscita della NATO.

La presa di Kabul e la strategia russa

Al momento della presa di Kabul, la Russia ha mantenuto la propria ambasciata nella capitale afgana, dimostrando implicitamente la volontà di dialogare con il nuovo regime talebano, senza però riconoscere formalmente il nuovo Governo. Sulla base confronto avvenuto a Mosca lo scorso luglio, il Cremlino si aspetta che i Talebani mantengano la parola data, interrompendo le azioni militari, proclamando una vera amnistia e avviando un processo negoziale che tenga conto di tutte le parti coinvolte. Ciononostante, la pragmatica cautela russa è stata accompagnata da chiare dimostrazioni di forza. Nelle due settimane precedenti alla caduta del Governo Ghani, l’esercito russo ha condotto due diverse esercitazioni in Kirghizistan e Uzbekistan, rinforzando le unità russe presenti nella regione e inviando rifornimenti alle forze armate delle due repubbliche centroasiatiche al fine di prevenire eventuali colpi di mano militari da parte delle milizie islamiche. A pesare però sono anche altre considerazioni. Le ambizioni cinesi nell’area e la prospettiva di un eventuale inserimento dell’Afghanistan nelle nuove vie della seta esporrebbe Mosca alla crescente competizione di Pechino, di conseguenza, le attenzioni russe verso il paese sono volte a dimostrare anche alla Cina che la Russia non rimarrà spettatrice della situazione post-bellica.

In conclusione, rispetto al futuro del paese, Mosca ha sottolineato più volte come non intenda fare gli stessi errori degli Stati Uniti, impegnandosi in un complesso processo di nation building senza prospettiva. Di conseguenza, il Cremlino resterà a guardare l’evoluzione della situazione sul terreno, tutelando i propri interessi prioritari e incassando nel frattempo la “vittoria morale” sugli Stati Uniti.

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