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L’Afghanistan dei talebani, Biden e le altre potenze. Intervista a Claudio Bertolotti

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La presa di Kabul da parte delle forze talebane ha spinto gli analisti di tutto il mondo ad una riflessione sul peso internazionale dell’Afghanistan. A tal scopo, abbiamo intervistato Claudio Bertolotti, direttore e responsabile della ricerca presso la società italo-svizzera START InSight e direttore esecutivo presso l’Osservatorio Radicalisation and Counter-Terrorism (ReaCT) nonché autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (2019).

Il discorso di Biden alla nazione è sembrato più rivolto a un pubblico interno: nessuna menzione degli alleati e focus sugli interessi americani. Qual è la sua opinione a riguardo? 

Il presidente Biden ha ribadito i motivi del ritiro dall’Afghanistan. Le sue parole si sono rivolte all’opinione pubblica americana e non certamente agli afghani né agli alleati che lo hanno sostenuto nella guerra. Queste parole consegnano alla storia una sconfitta politica prima che militare. Io credo che occorra mettere in evidenza, come ha fatto il Prof. Natalizia, che a Biden non verrà concessa la possibilità di un secondo mandato. Per tale motivo è la figura più adatta a chiudere l’impegno afghano, e per questo se ne sta assumendo la responsabilità. 

Quello che stride ascoltando le sue parole sono due aspetti: il primo è la forma con cui ha affrontato la questione, in maniera fredda e quasi infastidita. Il secondo è la negazione di quanto fatto dalle precedenti amministrazioni: in sostanza vi sono state dichiarazioni che hanno completamente rinnegato gli impegni presi dagli Stati Uniti. Un ulteriore elemento di critica è l’assenza di qualsiasi riferimento nei confronti della NATO, che ha avuto un ruolo importante di assistenza in termini di onere finanziario e di vite umane. 

Un ulteriore aspetto di rilievo: Biden ha detto che gli Stati Uniti si ritirano dall’Afghanistan, ma non ha spiegato perché in 20 anni di impegno militare i talebani ed al-Qaeda non sono stati sconfitti, mentre al contrario si affacciano sul mondo nuove minacce terroristiche proprio dal paese nel quale Washington ha condotto la guerra. Una guerra che gli Stati Uniti hanno condotto imponendo spazi, tempi, strategie e vincoli agli alleati. 
Andando a riflettere infine sui contenuti pronunciati da Biden, è importante andare a rileggere alcuni dei discorsi ufficiali sull’Afghanistan dei presidenti George W. Bush e di Barack Obama: in quei discorsi io non ho trovato le responsabilità che indirettamente Biden attribuirebbe loro in termini di scelte strategiche, obiettivi e finalità della guerra. 

La fuga di Ghani e la presa di Kabul segnano la fine del progetto di state building messo in atto dagli Stati Uniti prima e dalla NATO poi, oltre che precedere il crollo effettivo dell’apparato istituzionale afghano post 11/9. Quali sono stati gli errori nella gestione dell’architettura istituzionale dello stato afghano?

Partiamo da un principio di base: ciò che gli Usa e la Nato non sono riusciti a fare è stato quello di creare un apparato statale in grado di poter funzionare in maniera autonoma, senza il contributo finanziario della comunità internazionale. L’Afghanistan non ha un’economia legale in grado di garantire la sopravvivenza. E al contempo non sono riusciti a far sì che l’apparato statale potesse funzionare in maniera corretta, senza essere condizionato da una corruzione che è stata definita come endemica e profondamente radicata. Tutto ciò ha portato a un progressivo deterioramento della fiducia nei confronti dello stato da parte della popolazione civile, ma anche della mancanza di fiducia delle forze armate nei confronti della classe politica. Le forze di sicurezza afghane, forti di meno dei 300.000 militari che Biden ha indicato nel suo discorso, sono forze armate che hanno subito moltissime perdite – 66.000 morti, quasi un terzo del totale – che però non sono state rimpiazzate da forze fresche e addestrate. Questo ha portato a un notevole abbassamento del livello militare.

Le due cose – assenza di fiducia nella classe politica e assenza di capacità militare – hanno portato a quello che è stato un repentino collasso dello stato, sia da un punto di vista politica con la fuga di vari esponenti del governo, sia dal punto di vista militare con lo scioglimento delle forze di sicurezza afghane. In alcuni casi le forze di sicurezza hanno combattuto fino all’ultimo, come nel caso delle forze per le operazioni speciali, mentre in altri casi hanno ceduto armi ed equipaggiamento ai talebani senza combattere. Questo è il grande successo dei talebani: hanno sfruttato l’assenza di fiducia nei confronti della politica e si sono sostituiti ad essa come alternativa. Per farlo hanno avviato tavoli negoziali con comandanti di medio livello, che a livello tattico controllavano le zone periferiche dell’Afghanistan, e da qui la caduta con effetto domino dell’intero territorio afghano fino alla presa di Kabul. 

La Cina sembra aver avuto un ruolo diplomatico importante nella mediazione con i talebani, come dimostrato dai vertici di alto livello avuti lo scorso luglio, ed è tra i pochi paesi che non hanno evacuato l’ambasciata: si possono definire gli ultimi avvenimenti in Afghanistan come un punto di non ritorno della presenza americana in Medio Oriente?

Il dialogo sul piano diplomatico tra la Cina e i talebani è stato e sarà reciprocamente vantaggioso: da una parte la Cina, in cerca di rassicurazioni e garanzie, dall’altra i talebani, che inseguono – e ottengono – un riconoscimento sul piano delle relazioni internazionali. In occasione dell’ultimo incontro di qualche settimana fa, tra il ministro degli esteri di Pechino, Wang Yi, e il mullah Baradar, le parti hanno discusso di sicurezza e del processo di pace afghano. Un incontro che, sebbene presentato dalla stampa internazionale come evento eccezionale, in realtà non deve sorprendere perché è parte di un consolidato percorso diplomatico che ha interessato informalmente la Cina e i talebani fin dall’inizio dell’occupazione statunitense, per poi spostarsi in epoca più recente sul piano formale: il primo incontro ufficiale tra le due parti risale al maggio 2015).

Questo perché, se da un lato i talebani guardano agli attori regionali come partner e per un riconoscimento internazionale (che un giorno potrebbe trasformarsi nella copertura diplomatica cinese presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU), dall’altro lato, i cinesi osservano l’Afghanistan con grande interesse per una serie di motivi, consapevoli del fatto che i talebani potranno far sì che gli interessi di Pechino nel paese siano garantiti oppure no. Quali sono i motivi concreti per i quali la Cina è disposta a dialogare con i talebani?

Il primo è la ricerca cinese di un’area di influenza da sottrarre agli Stati Uniti, senza però una presenza militare diretta che Pechino non può e non vuole sostenere. Questo si colloca anche su un piano di competizione con l’India, con l’obiettivo cinese di creare una continuità territoriale che dal Pakistan all’Afghanistan permetta di creare un ponte commerciale diretto con l’Iran e la Russia. Il secondo è un più ampio margine di manovra nella tutela degli interessi legati alla Nuova Via della Seta che ha una diramazione in Pakistan e garantisce uno sbocco marittimo a sud. Il terzo motivo è strettamente legato alla sicurezza interna della Cina, nello specifico l’opposizione violenta di alcuni gruppi jihadisti tra la comunità uigura dello Xinjiang e la conseguente politica repressiva del governo cinese. Pechino teme che l’Afghanistan possa essere usato come base logistica per i separatisti e i jihadisti uiguri, con il sostegno degli stessi talebani. Infine, il quarto è un motivo strategico di natura economica: la Cina detiene la maggior parte dei diritti estrattivi dal sottosuolo afghano e l’Afghanistan, oltre ad essere ricca di idrocarburi – è cinese l’azienda che per prima ha estratto petrolio nel paese – è forse la più ricca miniera al mondo a cielo aperto di minerali preziosi e minerali rari, strategicamente importanti per l’economia cinese che avrebbe accesso diretto a una ricchezza dal valore potenziale di 3 trilioni di dollari.

Non dobbiamo sorpresi per l’interesse cinese per l’Afghanistan, né per il passo indietro statunitense che, di fatto, lascia un’area instabile che avrà più effetti “tossici” sul competitor cinese che non sulla politica estera degli Stati Uniti.

Passando ad una lente di analisi più regionale, quale crede sia stato il ruolo degli stati confinanti nella guerra afghana? In particolare, mi riferisco al Pakistan e all’Iran, due attori che si sono comportati in maniera silenziosa ma che hanno in realtà esercitato forti pressioni nella politica afghana. Possiamo dire che il Pakistan ha ottenuto un risultato favorevole ai suoi interessi, soprattutto quelli degli apparati militari?

Più che l’Iran è il Pakistan ad aver tratto il maggior beneficio dalla presa per il potere talebana. Il Pakistan ha da sempre garantito aree sicure per i talebani, dal punto di vista logistico ed addestrativo, fornendo loro aiuti ed addestramenti tramite ex appartenenti alle forze armate pakistane o tramite elementi riconducibili al servizio di intelligence del paese, che da sempre ha guardato ai talebani come elemento proxy al fine del raggiungimento degli obiettivi strategici del Pakistan. L’Afghanistan rappresenta per il Pakistan un retroterra strategico nell’ipotesi di una conflittualità aperta con l’India. I vantaggi per il Pakistan sono quindi politici e strategici, in quanto Islamabad riesce ad avere un governo amico in grado di garantire solidità alle proprie spalle. Ma i vantaggi si spostano anche su un piano operativo e tattico attraverso l’impiego di elementi pakistani nel conflitto – confermato dal ritrovamento di documenti tra i caduti talebani – che consentirà al paese di inserirsi organicamente tra le forze di sicurezza del nuovo Emirato Islamico. A questo si aggiungono altri fattori, come il trasferimento di veicolo ed equipaggiamenti forniti dagli Stati Uniti all’Afghanistan che in questi giorni sarebbero in transito verso il Pakistan. 

Per quanto riguarda l’Iran un vantaggio può essere quello di aver confermato sul piano internazionale una non invincibilità degli Stati Uniti, che perdendo la guerra dimostrano – dal punto di vista iraniano – delle debolezze. L’Iran nel corso degli anni ha sostenuto alcuni combattenti dell’opposizione, tra i quali anche alcune milizie che combattevano sotto la bandiera bianca dell’Emirato Islamico: non perché credesse nella bontà del progetto talebano, ma perché ciò consentiva di mantenere gli Stati Uniti impegnati in un conflitto a medio-bassa intensità che avrebbe evitato di spostare l’attenzione sull’Iran. Sotto altri aspetti un Afghanistan sotto il controllo talebano può essere un non vantaggio per l’Iran, che ha sempre esercitato una forte influenza nella parte ovest del paese, che per lingua e cultura è più vicina all’Iran di quanto non lo sia all’etnia pashtun. 

Alcuni paesi, come Cina, Turchia, Russia e Iran non sembrano intenzionati a ritirare i propri diplomatici. È possibile immaginare una normalizzazione delle relazioni coi talebani da parte di questi paesi oppure il nuovo Afghanistan è destinato ad essere uno Stato paria escluso dalla comunità internazionale?

Personalmente credo e temo che la Comunità internazionale possa procedere verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani. Questo sarà ovviamente vantaggioso per l’Emirato Islamico, che nel medio periodo si allontanerà da quelle che al momento sono promesse di buon governo, che difficilmente possiamo ritenere che verranno confermate nei fatti. I talebani hanno una visione molto chiara del mondo: al di là del pragmatismo che li sta portando a fare dichiarazioni in senso favorevole al rispetto dei diritti umani e al ruolo delle donne, i fatti registrati nelle aree periferiche e nelle altre capitali provinciali – dove non sono presenti giornalisti – sono chiari. Uccisioni indiscriminate e punizioni emblematiche sono all’ordine del giorno ed aumentano sempre di più. I funzionari dell’amministrazione pubblica e i membri dei servizi afghani, così come i membri delle forze armate che hanno combattuto i talebani sono soggetti che entreranno nel mirino dei nuovi vincitori. 

Il dialogo che intercorre tra la Cina e la Russia e i talebani, che va avanti da diversi anni, si inserisce in un discorso più ampio in tentativi di tutela degli interessi che questi paesi hanno in Afghanistan e di contenimento di quelle che possono essere le eventuali negative ripercussioni di una potenziale ondata jihadista nel paese.  

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