L’affare libico per la ricostruzione passa per Roma e Ankara

La guerra civile in Libia non si è conclusa, i suoi partecipanti hanno solamente cambiato il modo di combatterla, dando vita ad un’accesa competizione tra i vari attori interessati ad una fetta della lucrosa torta libica. Sul piatto ci sono circa 450 miliardi necessari per la ricostruzione dell’ex colonia italiana. La recente visita del Ministro degli Esteri Di Maio a Washington sembra aver rilanciato la posizione italiana nel Mediterraneo e nella partita libica, nel tentativo di contenere l’attivismo turco. Ma permangono ancora molte incognite, in primis il fragile equilibrio del nuovo processo politico libico.

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A che punto siamo in Libia?

Le legittimità del nuovo processo politico in Libia, iniziato da pochi mesi con la nomina del governo transitorio che dovrà accompagnare il paese nordafricano alle prossime elezioni del 24 dicembre, resta in bilico anche alla luce delle continue difficoltà di dialogo tra la parte occidentale e quella orientale del paese. Gli ultimi episodi di questa disputa regionale sono stati il rinvio del viaggio del governo libico a Bengasi per motivi di sicurezza e le voci secondo cui Khalifa Haftar e i suoi uomini non riconoscerebbero nessuna autorità al governo di Tripoli. L’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, per molto tempo tra i sostenitori di Khalifa Haftar, starebbe mediando per facilitare i colloqui. Il tutto mentre Abdulhamid Dbeibah, a capo del Governo di Unità Nazionale (Gun), continua il giro dei salotti internazionali con l’obiettivo di colmare i vuoti di potere interno con il sostegno degli altri paesi interessati alla torta libica. Il rischio di una deriva del dialogo politico, peraltro, si riflette anche in ambito militare e securitario, dove restano tesi i rapporti all’interno del Comitato militare congiunto 5+5. Il governo, negli ultimi giorni, ha messo in guardia da un possibile “collasso” del processo politico, rilasciando un comunicato in cui ha espresso rammarico di fronte ai tentativi di chi cerca di acuire le divisioni interne, oltre a “disintegrare” lo Stato e minarne le istituzioni. L’accusa è rivolta chiaramente al Generale Haftar e alla sua volontà di ottenere una posizione e un riconoscimento formale a livello nazionale.  Marginalizzato dal voto al Libyan Political Dialogue Forum di Ginevra, l’Onu ha tentato di recuperare i contatti attraverso l’intervento dell’Inviato speciale, Jan Kubis, e il suo viaggio a Bengasi di qualche settimana fa. Il punto essenziale sta nel trovare un punto di accordo e quella fiducia che non può esserci per ovvi motivi. Alcune componenti tripoline, infatti, non credono nell’atteggiamento acquiescente di Haftar e pensano sia solo una fase tattica. Altro punto fondamentale per il paese è quello della fuoriuscita delle forze militari straniere, inclusi i mercenari, su cui entrambe le parti hanno fatto affidamento durante il periodo bellico. 

Nel frattempo, il paese è afflitto dal collasso dei servizi essenziali a causa della corruzione dilagante e della cattiva gestione amministrativa.  Su tutti la rete elettrica: questa è considerata da Dbeibah una “priorità urgente” per il paese e deve ritornare in cima all’agenda politica. C’è una grande carenza di energia elettrica e la popolazione è stanca dei continui blackout. Ma anche la rete idrica e altre infrastrutture critiche come gli ospedali hanno bisogno di investimenti e rinnovamento. Non è da sottovalutare anche la fragilità del tessuto economico: l’economia libica è stata colpita sia dall’impatto della pandemia sui prezzi del petrolio sia dal blocco imposto dalle milizie di Haftar alla produzione petrolifera. Solo nelle ultime settimane la produzione sta ritornando ai livelli antecedenti la guerra. Nel frattempo continua la battaglia tra la Noc (National Oil Company) e la Banca Centrale. L’ultimo episodio di una saga che ormai continua da anni riguarda il pagamento di un miliardo di dinari libici (circa 184 milioni di euro) che la Bc avrebbe dovuto versare alla compagnia petrolifera. Tuttavia, secondo la Noc, il regolatore avrebbe deciso di spendere soldi per “contratti fittizi e merci inutili”. L’azienda statale sostiene che tali azioni hanno l’unico fine di politicizzare il settore petrolifero creando rischi e problemi alla stabilità finanziaria della Libia. La dipendenza quasi totale dai proventi delle risorse energetiche rende l’attuale impostazione del sistema economico-finanziario insostenibile. La priorità, dunque, è quella della diversificazione e del potenziamento dell’intera struttura libica, a partire proprio dal settore energetico.

Alla luce di tali molteplici criticità, il compito di Dbeibah è quello di utilizzare al meglio la sua posizione per tentare di ottenere il più ampio consenso possibile tra gli attori politici coinvolti nella partita per la ricostruzione libica. L’ex colonia italiana avrà bisogno di circa 450 miliardi di dollari per la ricostruzione in un arco di tempo stimato di cinque anni e di una forza lavoro straniera di tre milioni di persone, come dichiarato da Abdelmajid Kosher, Presidente dell’Unione libica dei Contractors. Le imprese egiziane saranno tra i soggetti più attivi nel dossier libico. I cinesi, con le loro offerte non sostenibili per le imprese europee e con le banche statali cariche di liquidità per sostenerle, non staranno certo a guardare. L’Egitto, da sempre interessato al paese limitrofo, ha firmato nelle scorse settimane dieci accordi con il Gun durante la visita del Primo Ministro egiziano, Mustafa Madbouly. La notizia è importante perché negli ultimi cinque anni il Cairo ha tenuto una posizione avversa alla fazione occidentale, mentre nell’ultimo periodo al-Sisi sta optando per una linea più propensa al dialogo. Secondo quanto è emerso, tra gli accordi firmati, tre riguardano il campo dell’elettricità, mentre altri riguardano il settore tlc e la cooperazione tecnica su infrastrutture e salute. Del nuovo corso diplomatico egiziano sulla Libia fa parte anche il riavvicinamento alla Turchia, che risulta oggi l’attore più attivo sul fronte tripolino. Merita di essere menzionato altresì l’attivismo greco sul dossier libico. Dopo anni di relazioni diplomatiche congelate, Atene ha deciso di riattivarsi diplomaticamente sul suolo libico. Al netto dell’influenza esercitata dalla Turchia nel paese, la Grecia non vuole essere estromessa neanche per le questioni del Mediterraneo orientale. La strategia greca è evidente: disponibilità a collaborare con le istituzioni internazionali e i paesi europei, anche su temi delicati quali energia e migrazioni. Anche la Francia è ritornata in Libia con l’apertura dell’Ambasciata a Tripoli: i francesi hanno molti interessi economici e strategici nell’ex colonia italiana, ma il loro doppio gioco nel recente passato li mette in una posizione più scomoda rispetto ad altri. In tutto ciò, ad oggi, l’unico attore che potrebbe trovarsi in una posizione favorevole, anche in termini di ascendenza su tutte le fazioni, è l’Italia. Mentre in Cirenaica sembra chiaro che la sfida sarà con l’Egitto, nel resto del paese la concorrenza vede protagonisti Ankara e Roma che per peso storico-politico-economico hanno un vantaggio notevole sul resto degli attori coinvolti.

Il peso dell’Italia nel paese nordafricano

“Il rapporto con la Turchia, paese NATO, non è esente nel Mediterraneo da elementi di criticità” con queste parole il Ministro della Difesa Guerini ha parlato del paese della mezzaluna nel corso della sua audizione presso la III Commissione Esteri della Camera dei Deputati della scorsa settimana. Il Ministro ha altresì sottolineato come l’Italia, nel corso delle frequenti interlocuzioni con il Ministero della Difesa turco, ha sempre fatto pienamente intendere che non avrebbe rinunciato a far valere lo strumento del diritto internazionale così come i propri interessi. Le parole di Guerini si collocano nel solco di una crisi diplomatica resasi manifesta dopo le parole del Presidente del Consiglio Draghi, con cui definiva il Presidente turco Erdogan un “dittatore”. Il cambio di postura italiana nei confronti della Turchia, al quale stiamo assistendo nelle ultime settimane, trova ulteriore giustificazione nelle recente visita del Ministro Di Maio a Washington. Il rilancio del ruolo italiano in Libia passa proprio per il rafforzamento della cooperazione con gli Stati Uniti nel quadrante del Mediterraneo, nel duplice tentativo di arginare l’attivismo turco e di assicurare il mantenimento di quello che appare un fragile equilibrio politico in Libia. L’Italia prova dunque a rientrare in corsa dopo un troppo lungo periodo di immobilismo politico e la visita del premier Mario Draghi a Tripoli, unita alla successiva visita della Ministra degli Esteri libica, Najla al-Mangoush, a Roma, sembrano confermarlo.

L’Italia ha in Libia degli asset importanti sotto il profilo economico, politico e culturale. Con una Libia pacificata il ruolo del governo e delle aziende italiane sarà centrale sia in ottica del rafforzamento delle relazioni bilaterali che per il completamento dei progetti già avviati – ma sospesi dopo lo scoppio della guerra civile – e per i possibili investimenti futuri. I due paesi hanno l’interesse a ritornare agli scambi commerciali esistenti prima del conflitto civile: nel 2010 le esportazioni di beni libici verso Roma ammontavano a circa 15,4 miliardi di dollari (con una bilancia commerciale di 13,7 miliardi di dollari) rispetto al 2019 che ha visto una perdita di oltre 5 miliardi. Un flusso, quello tra i due paesi, che non è paragonabile con nessun altro degli attori coinvolti ed interessati all’affare libico. Se diamo un’occhiata alla bilancia commerciale tra Libia e Francia, nel 2010 questa ammontava a 4,8 miliardi; con la Turchia il bilancio tra esportazioni ed importazioni era negativo (-1,7 miliardi); stessa cosa con l’Egitto (-320 milioni). Le autorità italiane e libiche hanno quindi tutti i vantaggi a riattivare le intese precedenti come quelle previste dall’Accordo di amicizia e partenariato raggiunto da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi nel 2008. Tale accordo assegna un vantaggio competitivo alle imprese italiane rispetto a quelle concorrenti di altri paesi, come quelle turche nella Tripolitania e quelle russe ed egiziane in Cirenaica. In particolare, gli ultimi memoranda firmati in Turchia non mettono in nessun modo in pericolo la commessa al consorzio italiano Aeneas per i 79 milioni di dollari previsti per il completamento dell’aeroporto di Tripoli. Inoltre, sta emergendo la prospettiva di coinvolgere aziende italiane anche nella ricostruzione dell’aeroporto di Bengasi.  Per quanto riguarda la più volte citata Autostrada della pace, nei prossimi mesi partirà la realizzazione del progetto del lotto Est che attraverserà tutto il paese, dal confine tunisino a quello egiziano. 

La Libia ha bisogno, inoltre, delle attività di Eni e dei suoi investimenti non solo nel settore energetico, ma anche nei settori della salute, dell’istruzione, della formazione professionale e dell’energia elettrica. Non ci sono solamente petrolio e gas. Per i progetti innovativi del futuro l’Eni è coinvolto nella creazione di un impianto con fonti rinnovabili nel Fezzan. In aggiunta, l’Italia e tutta l’Unione Europea sono impegnati a realizzare un ambizioso programma di decarbonizzazione dell’economia che passa necessariamente attraverso la crescita progressiva delle fonti rinnovabili nella produzione di elettricità. La Libia, in questa prospettiva, può essere un generatore di energia solare per Roma, dato il suo potenziale che è tra i più alti del pianeta. L’abilità e la capacità di Eni sarà fondamentale in tal senso. Per passare ad altri settori, Leonardo è coinvolta nel progetto europeo di controllo dei confini meridionali del paese; Iveco mantiene la sua unità per la produzione di camion. Enav è impegnata nel rilancio dell’aviazione libica: tra gli obiettivi, la ristrutturazione della torre di controllo dell’aeroporto di Tripoli, la formazione del personale operativo e la ripresa dei collegamenti diretti con Italia ed Europa. Da affrontare anche il tema degli insoluti di pagamento per le imprese italiane. Un accordo del 2014 fissava in oltre 200 milioni di dollari i crediti accertati oltre a quelli più recenti. Importante sarà anche l’attività del nostro Ambasciatore Giuseppe Buccino, in particolar modo nei settori della cooperazione umanitaria, della cooperazione scientifica, della formazione e del supporto fornito alle municipalità libiche e allo sviluppo delle infrastrutture sanitarie. L’attività diplomatica italiana nel paese nordafricano vedrà nelle prossime settimane l’apertura di un consolato a Bengasi guidato da Carlo Batori e di un altro consolato onorario a Sabha, nel Fezzan.

Tra i temi trattati nei colloqui italo-libici anche l’immigrazione. La Libia continua ad essere un paese di transito della maggior parte dei flussi migratori che arrivano sulle coste della sponda nord del Mediterraneo e questo richiede la collaborazione attiva dell’Unione europea. Sul tema è intervenuto recentemente anche l’Ambasciatore Pasquale Ferrara, Inviato speciale in Libia, che ha sottolineato la necessità di una revisione degli accordi in materia di immigrazione con il governo libico, poiché l’intesa in atto non rispecchierebbe l’attuale situazione. Al contempo, la valenza strategica del paese nordafricano fa sì che l’attenzione della politica estera italiana sia per forza di cose concentrata sulla responsabilità di contrastare squilibri nell’area che potrebbero avere conseguenze sulla stabilità della regione e di conseguenza per la sicurezza dei confini italiani. Le intese raggiunte con la controparte libica nei mesi passati permetteranno di mirare al completamento di programmi di formazione e di addestramento e allo sviluppo di specifici settori di cooperazione come la sanità militare e formazione specialistica, con la visione di un possibile sostegno ad una futura riorganizzazione dell’apparato militare libico.

La Turchia vuole raccogliere i frutti del suo coinvolgimento militare in Libia 

Se l’Italia è ancora in corsa per giocare un ruolo da protagonista nello scacchiere libico, la Turchia è ad oggi l’attore che agli occhi di molti sembra giocare la parte del leone, almeno in Tripolitania. Sfruttando le disattenzioni e l’immobilismo italiano ed europeo dei mesi scorsi, Ankara è stato l’unico paese ad intervenire militarmente in maniera decisiva al fianco del governo di al-Sarraj, ribaltando gli esiti di un conflitto civile che un anno fa sembrava già scritto. Grazie al suo sostegno al Governo di accordo nazionale (Gan), la Turchia si è già assicurata la firma di un accordo per la concessione del porto di Misurata per 99 anni e una forte presenza militare nella base aerea di al-Watiya. Oggi, a circa un anno di distanza dal lancio della controffensiva delle truppe del Gan, i turchi stanno cercando di raccogliere i frutti del loro impegno militare. L’occasione si è presentata quando il 12 aprile una folta rappresentanza governativa libica, guidata dal premier Dbeibah, si è recata presso il palazzo presidenziale di Ankara, accolta in pompa magna dal Presidente turco Erdogan. La delegazione ha siglato un totale di 10 memoranda d’intesa con la controparte turca, tra cui spiccano uno sulla formazione dei diplomatici libici da parte del Ministero degli Esteri turco, uno per l’aumento del volume dell’interscambio a 5 miliardi l’anno e 5 più specifici nel settore infrastrutturale ed energetico. Particolarmente importanti quelli riguardanti lo stabilimento di centrali elettriche, vista la grave carenza in tutto il paese. Ma ancor più importante per Ankara è stata la riconferma del nuovo esecutivo libico di essere intenzionato ad onorare gli accordi che il precedente governo al-Serraj aveva sottoscritto con la Turchia nel novembre 2019 per il riconoscimento delle reciproche ZEE e in materia militare.

Tuttavia, quello che a un primo impatto può essere giudicato come un successo diplomatico turco, ad un’analisi più approfondita si rivela essere un risultato sotto le aspettative. È bene sottolineare, infatti, che i memoranda siglati ad Ankara con la delegazione libica non hanno un effettivo valore, trattandosi piuttosto di dichiarazioni d’intenti. Del resto, come sottolineato anche dallo stesso Dbeibah, il suo è un governo di scopo in carica fino alle prossime elezioni e secondo la roadmap Onu non ha la facoltà di siglare accordi che possano condizionare la politica estera o imporre obblighi di lungo termine. Certo, se in futuro tali MoU venissero effettivamente convertiti in contratti, la Turchia guadagnerebbe una posizione importante nello scacchiere libico, ma sono molte le incognite. In primis la fragile situazione in cui versa il governo libico, ma anche l’esplicita volontà di quest’ultimo di portare avanti un dialogo politico basato sul multilateralismo. A tal proposito, occorre menzionare le parole del Premier Dbeibah, che in riferimento all’accordo per la delimitazione delle ZEE con la Turchia, ha rimarcato la necessità di un dialogo più strutturato con tutti i paesi rivieraschi, nel tentativo di trovare un accomodamento per la spartizione del Mediterraneo Orientale. Alcuni giorni dopo, peraltro, il premier greco Mitsotakis ha ricevuto ad Atene il Presidente del Consiglio Presidenziale libico, Mohamed al-Menfi, insieme al quale ha annunciato che la Grecia è pronta a “riprendere immediatamente” i colloqui per la demarcazione dei confini marittimi con Tripoli, affermando al tempo stesso che il governo libico dovrebbe cancellare gli accordi illegali siglati con la Turchia. L’approccio del governo libico, specialmente sul delicato dossier dell’East Med, appare dunque molto cauto, e non potrebbe essere altrimenti. In questa fase delicata, una presa di posizione netta in favore della Turchia potrebbe compromettere le relazioni con attori come Grecia e Francia, che sono rivali strategici di Ankara e sono fortemente interessati ad investire nella ricostruzione libica. 

A rendere ulteriormente incerto il ruolo della Turchia nel futuro della Libia concorrono almeno altri due fattori. Il primo è la pessima reputazione di Ankara in almeno metà del paese, diretto riflesso non solo dell’intervento militare contro le forze del generale Haftar, ma anche della permanenza dei miliziani siriani anche dopo la data prevista per il ritiro di tutti i mercenari dal suolo libico. La recente dichiarazione del Ministro degli Esteri libico al-Mangoush sulla necessità di ritirare tutte le forze straniere dal suolo libico, incluse quelle turche, è esemplificativo del malessere di parte del governo di unità nazionale a riguardo. Le parole della Mangoush hanno trovato l’opposizione di uno dei membri dell’Alto Consiglio di Stato Libico, Khalid al-Mishri, il quale ha ribadito che la Libia onorerà tutti gli accordi presi con la Turchia e che cancellarli è al di là delle competenze dell’attuale governo; un segnale, questo, che ben sintetizza il disaccordo interno circa il ruolo turco. In secondo luogo, nessuno può prevedere quale sarà l’esito delle elezioni di dicembre, ammesso che si tengano e che avvengano in maniera regolare: la vittoria di una fazione poco incline a soddisfare tutti i desiderata di Ankara, anche se poco probabile, è comunque una possibilità. A ciò va aggiunta la vertiginosa perdita di valore della lira degli ultimi mesi e il difficile stato in cui versa attualmente l’economia turca, tutti elementi che contribuiscono a frenare i disegni strategici di Ankara.


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Certo, la Turchia non potrà essere esclusa dall’equazione libica, se non altro per il ruolo che ha svolto, e continua a svolgere, nel mantenere gli equilibri militari fra le forze in campo nel corso della guerra civile e nel contenere l’influenza russa, ruolo particolarmente apprezzato da Washington. La sopracitata permanenza dei miliziani siriani leali ad Ankara permette ai turchi di godere di uno strumento coercitivo importante nei confronti del governo libico, che è peraltro composto da molti ministri vicini al paese della mezzaluna. Oggi in Tripolitania ci sono ancora più di 7000 mercenari filo-turchi e il loro numero non accenna a diminuire: secondo il Syrian Observatory for Human Rights, più di 380 miliziani siriani sono atterrati due settimane fa in Libia con voli provenienti dalla Turchia. L’escalation dell’invio di mercenari si registra anche sul fronte opposto: solo nel mese di aprile sono stati registrati nove voli della compagnia siriana Cham Wings con a bordo miliziani siriani leali al generale Khalifa Haftar, in coordinamento con il governo di Damasco. Per Ankara la permanenza delle milizie e dei propri militari in Tripolitania rappresenta una garanzia del mantenimento dei propri interessi strategici nell’ex colonia italiana, ma l’aumento del numero delle milizie non fa altro che minare il mantenimento del fragile accordo fra le fazioni libiche.