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L’accordo tra Turchia e Somalia ridefinisce gli equilibri del Corno d’Africa

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La Repubblica somala, che sperimenta un’instabilità semiparalizzante da oltre 30 anni, ha sottoscritto l’8 febbraio un accordo di difesa comune con la Turchia. I termini noti dell’accordo prevedono l’addestramento, lo sviluppo e la fornitura di armi alla marina somala per la durata di dieci anni, con rinnovo automatico previo consenso delle parti. Inoltre, la marina turca, che già dal 2010 pattuglia il Golfo di Aden, si assumerà la difesa dei circa 3.300 km di costa della Somalia, il litorale più lungo del continente. Il governo somalo auspica che l’intervento turco possa limitare la pirateria, la pesca illegale e lo scarico di rifiuti tossici, problematiche che si protraggono da decenni nel Paese, con un mancato gettito fiscale stimato in circa 300 milioni di dollari.

La contropartita turca consiste nel diritto di sfruttamento del 30% degli introiti provenienti dalle risorse della Zona Economica Esclusiva (ZEE) somala, come sancito da un secondo accordo siglato l’8 marzo 2024, che di fatto pone la Turchia in una posizione di vantaggio nella futura ricerca di giacimenti petroliferi in quelle acque, affianco ai sette lotti già assegnati a multinazionali americane. Chiaramente gli interessi turchi non sono limitati all’economia. Da anni, ormai, l’influenza del Paese anatolico nel Corno d’Africa è in ascesa: si pensi alla più grande ambasciata turca in Africa, proprio a Mogadiscio, o ai fitti legami culturali, promossi da una rete di ONG turche; l’attenzione di Ankara per le questioni militari si è concretizzata nella costruzione del Camp TURKSOM (2017), sede del più efficiente programma internazionale di addestramento ed equipaggiamento delle forze armate somale, tra cui la forza d’élite GorGor, fondamentale nella lotta contro Al-Shabaab. Infine, non bisogna sottovalutare la presenza, sul fondale della ZEE somala, di chilometri di cavi in fibra ottica da cui dipendono le connessioni regionali, come 2Africa Cable o EASSy Cable: nel mondo contemporaneo, la sola capacità di distruggere o danneggiare questi collegamenti costituisce di per sé un’efficace forma di deterrenza. 

Per la Turchia, questi accordi rafforzano ulteriormente la collaborazione bilaterale con la Somalia, consolidando la sua presenza militare nella regione e assicurando contratti significativi per le proprie aziende nel settore della difesa. Al contempo, tali accordi sanciscono definitivamente il ruolo turco di “padrino” della Repubblica somala che, dal 2011, periodo in cui la situazione era molto meno stabile di oggi, riceve assistenza continua nel proprio processo di State-building nei settori dell’educazione, della sanità, delle infrastrutture e degli investimenti internazionali.

Sarebbe, però, ingenuo immaginare che questo tipo di accordi, specie in un teatro complesso come il Corno d’Africa, possa limitarsi a delle prospettive bilaterali. Durante la cerimonia della firma, le parole del Ministro della difesa turco, Yaşar Güler, riguardo l’importanza che la Turchia attribuisce alla sovranità e all’integrità territoriale somala sono un chiaro riferimento al riconoscimento del Somaliland da parte del governo etiope. La cruciale questione della sovranità sul Somaliland ha infiammato gli animi tra Mogadiscio e Addis Abeba, la cui necessità di accesso a un porto oceanico diverso da Gibuti ha portato il governo di Abiy Ahmed a riconoscere l’indipendenza della regione separatista in cambio della concessione di 20 km di costa e del porto di Berbera per 50 anni. Una scelta radicale nell’ambito delle relazioni internazionali, azzardata se si considera il numero di movimenti dalle aspirazioni separatiste operanti in Etiopia, e che rischia di danneggiare le relazioni turco-etiopi, anch’esse ben sviluppate. Intimorito dal possibile asse Somaliland-Etiopia, il governo somalo è corso ai ripari rivolgendosi all’unico partner internazionale effettivamente affidabile, la Turchia, al fine di tutelare i propri interessi nazionali.

Nelle stesse acque operano anche gli Emirati Arabi Uniti, che tentano di espandere la propria influenza nell’Oceano indiano a discapito dei propri rivali e degli stati più deboli dell’area. Un esempio eclatante è la situazione di Socotra, isola formalmente sotto la giurisdizione yemenita ma de facto ampiamente controllata dagli Emirati, che attraverso ingenti aiuti umanitari ed economici, legami anche dinastico-familiari, giunsero a occuparla militarmente nel 2018. Forti pressioni saudite costrinsero gli Emiratini a restituire il controllo amministrativo al governo di Aden, ma nel 2020 l’organizzazione yemenita Al-Islah denunciava la costruzione di una base militare abusiva sull’isola. Ebbene, gli interessi del ricco stato arabo nell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, così come in Sudan, Eritrea, Somalia ed Etiopia, si scontrano con il progetto neo-ottomano imbastito da Ankara, che non può che vedere negli Emirati un rivale nella regione. In particolare, il benestare di Abu Dhabi all’accordo tra Etiopia e Somaliland è motivato da un simile accordo, sottoscritto dagli stessi Emirati con l’autoproclamata repubblica, per il controllo di una quota del porto di Berbera. Oltre a questo, gli Emiratini controllano il porto somalo di Bosaso, nella regione altamente autonoma del Puntland, e vorrebbero estendere la propria influenza su Kismayo, uno dei principali agglomerati del Jubaland, instabile regione meridionale, anche in virtù dei legami clientelari tra il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud e la sua controparte emiratina, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

In questo complesso intreccio di interessi, tra la sfera d’influenza turca e quella emiratina, tra le aspirazioni indipendentiste del Somaliland e i sogni di stabilità della Somalia, l’Italia ha abdicato al proprio potenziale ruolo di attore di primo piano. D’altra parte, a nulla sono servite le richieste esplicite di assistenza – militare, si intende, ma non solo – dell’ex colonia, impegnata in una lotta serrata con Al-Shabaab. Roma, con un gran sorriso sul volto, rimane disposta al dialogo sui temi dell’energia, dell’istruzione e delle infrastrutture, tutte materie nobilissime, ma il cui sviluppo passa inevitabilmente per una presenza militare nel Corno d’Africa, che l’Italia rifiuta categoricamente. Tema questo, compreso perfettamente dalle nostre controparti, come la Turchia, ma che rimane tabù alle nostre latitudini.

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