L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta

Il disordine causato dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è ancora lontano dall’essere risolto. Al centro del Consiglio europeo degli Affari esteri della settimana scorsa si è parlato nuovamente della questione, ma senza arrivare a grandi risultati.

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Gli europei restano concordi sul fatto che le violazioni dell’Iran non sono abbastanza significative da mandare a monte l’accordo, ma questo non basta. Teheran è disponibile a trattare con Washington in cambio di una sospensione delle sanzioni e un rientro degli USA nel JCPOA, ma per la Casa Bianca la trattativa deve essere basata su tutt’altri presupposti.  

Di fronte all’impasse e alla bellicosa retorica dell’America e dell’Iran, Francia, Germania e Regno Unito (i cosiddetti E3) hanno chiesto nuovamente il rispetto del trattato. L’Iran, con la sua parziale violazione del JCPOA, cerca di fare pressione su E3 e Unione europea affinché a loro volta facciano pressione sugli Stati Uniti e riportino le lancette dell’orologio all’era pre-Trump. L’UE, non potendo minimamente arrivare a un risultato del genere, cerca di placare il nervosismo iraniano con la promessa di attivare uno strumento speciale – l’Instex –  per mantenere in piedi le transazioni commerciali tra UE e Iran senza che le aziende europee vengano colpite dalle sanzioni secondarie statunitensi.  

L’Instex però ha poche possibilità di funzionare davvero, sicuramente non abbastanza da soddisfare le ambizioni economiche della Repubblica islamica. Tuttavia, un recente articolo di Politico (edizione statunitense) fa pensare che in Instex possa far comodo anche alla Casa Bianca. 
Se c’è un metodo nell’ormai celebre postura (anti)diplomatica di Donald Trump, sembra essere proprio quello di strappare accordi dopo aver costretto a suon di minacce la controparte a chiedere una rinegoziazione. Come in altre occasioni, Trump ha prima colpito duro uscendo dal JCPOA dicendo che è stato un pessimo accordo negoziato da Obama (quindi chiusura totale), poi ha promesso agli americani che lui riuscirà a farne uno migliore (quindi apertura, ma con riserva). In questo senso, Instex avrebbe la funzione di tenere in vita i canali commerciali fondamentali tra UE e Iran, facendo in modo che Teheran continui a beneficiare almeno in parte di una situazione rimasta in sospeso, scongiurando così la prospettiva di una rottura totale grazie alla prospettiva di un nuovo accordo.  

Secondo le fonti anonime di Politico, alcuni funzionari statunitensi vorrebbero che Instex funzionasse, nonostante le dichiarazioni ufficiali siano di natura ben diversa e bollino Instex come uno strumento che violerebbe le regole sull’antiriciclaggio e il finanziamento al terrorismo. Tutto questo ha senso nella logica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, non sarebbe certo la prima volta che gli Stati Uniti si appoggiano alla reputazione “pacifica” dell’Unione europea per mantenere in equilibrio le controversie diplomatiche irrisolte. Da una parte si applica la “strategia della massima pressione” contro l’Iran puntando al regime change, dall’altra si consente che l’Iran abbia nei paesi europei una controparte commerciale e diplomatica che alleggerisca “la massima pressione”.  

Se questa è la strategia però, non sembra stia funzionando. Gli iraniani continuano ad annunciare passi in direzione di una violazione del JCPOA, e non sembrano molto convinti della bontà dell’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. All’atto pratico Instex continua a risultare una scatola vuota, poco più che una targa sulla porta di alcuni uffici a Parigi. I funzionari iraniani insistono nel dire che se Instex non è in grado di facilitare le esportazioni di petrolio, non è abbastanza. Ma il petrolio iraniano è soggetto alle sanzioni statunitensi, e Instex si rivolge solo ai prodotti non sanzionati. Oltretutto, lo strumento non sta ancora funzionando neanche per quelli: ogni due o tre settimane i funzionari europei promettono l’arrivo delle prime transazioni via Instex, ma poi non si vede niente. Tuttavia, nonostante lo scetticismo, l’Iran sostiene che la sua istituzione speculare a Instex  – chiamata STFI – è già operativa e ha invitato gli esportatori iraniani a usarla.  

Emmanuel Macron è uno dei leader più coinvolto nello sforzo diplomatico di salvare il JCPOA. In una telefonata con il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha messo in guardia dalle conseguenze che potrebbero esserci se l’Iran violasse completamente i limiti dell’arricchimento dell’uranio. Anche gli europei in qualche modo cercano di fare il gioco del bastone e della carota, ma l’unico risultato che hanno ottenuto è mettere in luce i limiti dell’azione diplomatica dell’Unione europea.  

La verità è che si tratta di uno stallo geopolitico in piena regola. 

Gli USA vogliono un nuovo accordo e chiudere il dossier, ma Trump non può permettersi di fare accordi al ribasso prima della campagna elettorale per le presidenziali 

L’Iran vuole prendere tempo senza perdere la faccia, in virtù di una malriposta speranza nella possibilità che Trump non venga rieletto. Gli oltranzisti invece sono disposti a mandare tutto a monte, togliendo di mezzo i pragmatici rappresentati da Rouhani in favore di una rinnovata svolta rivoluzionaria.  

Gli europei, dal canto loro, vorrebbero semplicemente sfruttare le opportunità commerciali dell’apertura del mercato iraniano, ma non sono disposti a farsi carico del costo economico di un’azione politica del genere. Stati gregari che si credono egemoni e indipendenti dalle decisioni prese al di là dell’Atlantico, un’illusione ben rappresentata dalla finzione che il JCPOA sia stato un grande risultato della politica estera dell’Unione europea. Se Trump ha un merito, di sicuro è quello di aver riportato molte persone alla realtà.