L'accordo energetico tra Mosca e Belgrado – Parte II

Boris Tadic e Dimitri Medvedev firmarono il 24 dicembre 2008 il contratto definitivo per l’acquisto della Naftna Industrija Srbije (NIS), da parte della russa Gazprom Neft. Contestualmente venne ratificato un memorandum sulle modalità e i tempi della costruzione del tratto serbo del gasdotto South Stream e il completamento del deposito sotterraneo di gas di Banatski Dvor. Il contratto firmato da Medvedev e Tadić vede Gazprom Neft accettare la proposta serba ad investire 550 milioni di euro per la modernizzazione di NIS, di cui 490 per la ricostruzione della raffineria e 60 per la protezione dell’ambiente. In aggiunta, il colosso russo dovrà farsi carico di ogni altro costo connesso all’impatto ambientale dell’apparato di raffinazione.

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I dettagli dell’accordo

Probabilmente uno degli elementi meno evidenziati dell’accordo, soprattutto dalla stampa serba, è legato ai 500 milioni di euro di quota di investimenti definiti dalle due parti, come integrazione al prezzo base di 400 milioni di euro. Essi risultano in realtà come un prestito a NIS, con interessi sensibilmente più alti rispetto a quelli comunemente richiesti da istituzioni analogamente presenti nell’area balcanica, come la Banca europea per la Ricostruzione: dopo un periodo di transizione che si concluderà alla fine del 2012, Belgrado avrà 14 anni per ripagare il credito. Si esclude ogni tipo di sanzione da parte del governo serbo relativa a problemi ambientali derivanti dall’attività di NIS fino al termine del suo processo di modernizzazione. Tale termine non risulta però definito, con tutto che durante il periodo in oggetto lo Stato serbo riununcia a intraprendere qualsiasi azione legale contro NIS. Un’immunità sostanziale, tranne forse in caso di severi disastri industriali. Mosca avrà pertanto il diritto di sfruttamento del petrolio grezzo serbo e il diritto permanente all’utilizzo delle riserve petro–gasifere di competenza di NIS: alcune stime dell’IEA parlano di 600.000-700.000 tonnellate di nafta all’anno, che ai prezzi correnti corrispondono a circa 400 milioni di dollari, ai quali si aggiungono le 100.000 tonnellate all’anno degli stabilimenti in Angola, che forniscono altri 60 milioni di dollari. Ciò significa che Gazprom potrebbe essere in grado di rientrare dall’investimento semplicemente attraverso i ricavi ordinari di un anno e mezzo di attività. Per quanto riguarda la composizione azionaria, la società russa deterrà la partecipazione di maggioranza, mentre lo Stato serbo, come azionista di minoranza, avrà una sua rappresentanza nel consiglio d’amministrazione.

Quali sono i criteri che hanno portato, da parte russa, alla richiesta di inserire tali clausole e, da parte serba, alla volontà di accettarle? Per prima cosa, se analizziamo la procedura stabilita per NIS dall’Agenzia per le Privatizzazioni, la quota prevista per la cessione fu originariamente fissata al 25%. Tra coloro che in principio si dimostrarono interessati a partecipare alla competizione si trovavano le principali compagnie energetiche continentali, l’austriaca OMV, la polacca PKN Orlen, l’ungherese MOL e la rumena Rompetrol. Tuttavia Mosca informò, peraltro piuttosto tempestivamente, che nel caso Belgrado avesse voluto veder correre il gasdotto del sud attraverso il suo territorio, sarebbe stata apprezzabile la possibilità, per parte russa, di acquistare agevolmente la società locale che, presumibilmente, avrà più a che fare con il suddetto gasdotto. Gazprom spinse da subito per creare una joint venture con un’altra società energetica serba, la Srbjiagas, per la costruzione del gasdotto, nonché di una serie di centri sotterranei di stoccaggio di gas. Contestualmente, infatti, la società russa inserì, tra le condizioni dell’accordo, la concessione trentennale del monopolio delle forniture e del transito.

Un passo indietro

Il comportamento russo è da considerarsi astuto ma prevedibile: sarebbe strano se Mosca, nel difendere attivamente la Serbia sotto l’aspetto politico, non tentasse di tradurre il supporto politico in una posizione di vantaggio economico. La strategia russa in Serbia pare pertanto meglio comprensibile se analizzata nel lungo periodo. L’obiettivo è di inserirsi nei nodi dell’economia europea, in maniera tale da non poterne poi più esserne allontanata, in uno scenario che vedrebbe, di fatto, la Russia divenire “membro onorario” dell’Unione. Ciò dovrebbe tranquillizzare Tadić e Cevtković riguardo la serietà delle intenzioni russe nei confronti dell’ammodernamento delle infrastrutture energetiche del Paese. Per quale ragione Belgrado non ha saputo o voluto ottenere di più in cambio? Si tratta di un errore strategico, di un calcolo affrettato dovuto alla tensione relativa alla situazione del Kosovo, o forse vi è da parte serba una analoga volontà di diversificare le proprie strategie a lungo termine, accettando ora un accordo economicamente modesto, ma con il vantaggio di “vedersi togliere le castagne dal fuoco” in un momento delicato, nel quale necessita di avere il pieno sostegno diplomatico russo? Nella gestione della trattativa da parte serba, sono riscontrabili tutte e tre le ragioni.

Nell’estate del 2007, immediatamente dopo la formazione del nuovo governo e del tandem Koštunica-Tadić, le maggiori forze politiche della nuova coalizione di governo si mostrarono unanimi rispetto ad un solo tema, quello legato ad una maggiore apertura ai capitali statali russi. Questo cambiamento è largamente interpretabile come dovuto all’esigenza serba di ottenere il supporto di Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza, contro le iniziative volte alla modifica della risoluzione 1244, che avrebbe facilitato al Kosovo la strada verso l’indipendenza. Dopo numerosi vertici politici russo-serbi dell’inizio del 2007, dedicati quasi esclusivamente alla questione del Kosovo, in giugno, si osservò un crescente numero di contatti importanti tra i rispettivi alti rappresentanti, dominati dal tema di una ravvivata cooperazione economica tra i due paesi. In particolare, in seguito alla visita di maggio del ministro russo per le emergenze Sergej Sojgu, e del rappresentante d’affari personale di Putin, Georgj Poltavčenko, nei primi giorni di giugno, la Serbia ricevette la visita di una delegazione di alto livello della sussidiaria di Gazprom, Gazprom Neft, guidata dal suo presidente Aleksander Djukov.

Già alla fine del 2006 i due governi firmarono il memorandum con il quale si acconsentiva al passaggio di un ipotetico tratto del gasdotto del Sud sul territorio serbo, l’effettivo preludio di tutto il discorso sull’accordo energetico, istituzionalizzato successivamente dai contatti separati di Koštunica e Tadić con l’allora presidente russo Vladimir Putin. Contestualmente, il governo teneva negoziazioni segrete con la compagnia russa Rosneft, allo scopo di evitare di annunciare pubblicamente il lancio dell’asta internazionale per NIS. Le negoziazioni segrete erano cominciate negli ultimi due mesi del 2006, nonostante l’inizio del processo di privatizzazione di NIS fosse in programma per i primi mesi del 2007. Le prime voci della potenziale vendita di una quota di minoranza a Gazprom Neft circolarono nell’estate 2007. La stessa Gazprom Neft era nata da poco, in seguito alla ristrutturazione del settore energetico russo. All’inizio del 2007, Lukoil e Gazprom si erano accordate con un memorandum di cooperazione per dividersi il mercato petrolifero, fino a quel momento appannaggio quasi esclusivo della prima. Come conseguenza di questo accordo emerse, all’interno di Gazprom, la sussidiaria Gazprom Neft, guidata dall’ex amministratore del porto di San Pietroburgo, Aleksander Djukov.

La nuova proiezione di Gazprom, derivante dall’evoluzione nel settore petrolifero e dall’impennata dei prezzi delle risorse energetiche registrata nel 2007, comportò il crescente interesse della società russa per la conquista di posizioni strategiche nei paesi di transito verso i mercati dell’Unione Europea. (Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria e, ovviamente, Serbia). Si comprende meglio, così, il significato delle missioni politico-economiche russe a Belgrado a metà del 2007. La delegazione russa fu ricevuta a più riprese dal vice premier Bo&2;idar Delić (DS) e dal ministro per il Commercio e presidente del Comitato economico intergovernativo russo-serbo, Predrag Bubalo (DSS). Il 9 ottobre 2007 Belgrado fu visitata da una delegazione di Gazprom guidata dal suo Presidente, Aleksej Millerm che, volendo imprimere una decisa accelerazione alle trattative, propose la soluzione del “pacchetto unico”, ovvero l’acquisto dell’intero settore del petrolio e del gas serbo, produzione, stoccaggio e distribuzione. Tale mossa, sapientemente resa pubblica, aveva lo scopo tra l’altro di mandare un chiaro segnale all’Europa occidentale: nonostante la Commissione europea si fosse pronunciata, poco prima, in senso fortemente contrario alla formazione di monopoli energetici, dalla produzione alla distribuzione, Gazprom non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla sua strategia di presenza diretta sui mercati che riforniva, e con questo suo deciso intervento, affermava una dottrina completamente opposta a quella proposta dall’Unione.

L’11 dicembre 2007, il governo serbo ricevette una comunicazione contenente le stesse proposte di due mesi prima, nella forma di un ultimatum. A questo punto, però, si levarono alcune voci di dissenso all’interno dello stesso governo serbo. Non sufficienti: l’ultimatum russo produsse i suoi risultati un mese dopo, il 25 gennaio 2008, quando la delegazione serba guidata da Tadić e Koštunica, firmò l’accordo preliminare di cooperazione energetica. Proprio il mese che intercorse tra “l’ultimatum” di Miller e la firma del gennaio 2008, fu anche il periodo più intenso delle consultazioni, relative alla ricerca, da parte del gruppo di Contatto, di una soluzione condivisa per la questione del Kosovo. Parallelamente, il conseguente raffreddamento delle relazioni tra Serbia e UE portò alcuni commentatori a ritenere che l’accordo con la Russia avrebbe formalizzato, per Belgrado, una sorta di compensazione per il congelamento dell’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione con Bruxelles.

Dal regionale al globale

Nonostante South Stream e Nabucco siano stati presentati comunemente l’uno in alternativa all’altro, diversi funzionari russi hanno dichiarato più volte che il progetto South Stream non è in competizione con alcun altro progetto in corso nell’area. Analogamente, la Commissione europea non ha indicato nessuna obiezione alla realizzazione del progetto South Stream, esprimendo ufficialmente una semplice considerazione prioritaria per il Nabucco, in quanto questo, diversamente dal progetto promosso dal consorzio ENI-Gazprom, rappresenta una soluzione che diversificherebbe non solo le vie di transito, ma anche le fonti di approvvigionamento. Inoltre, l’opzione South Stream risulterebbe molto più onerosa rispetto ad un’espansione delle rotte già esistenti per la fornitura dei mercati balcanici e occidentali. Chiaramente, il fatto che il nuovo gasdotto permetterebbe di aggirare l’Ucraina e la Turchia, riducendo il “rischio di transito” patito dalle esportazioni energetiche di Mosca, costituisce un forte incentivo ad intraprendere tale spesa, altrimenti diversamente giustificabile. Inoltre il South Stream prevede il grosso vantaggio per Mosca di impedire proprio quella diversificazione delle fonti di approvvigionamento auspicata da Bruxelles, non direttamente, bensì rendendo il rientro economico del Nabucco (dato dai suoi potenziali clienti) di difficile raggiungimento. Sembra dunque di poter concludere che la partita energetica balcanica non sia fine a se stessa, quanto piuttosto funzionale a ottenere le carte giuste da giocare nelle dinamiche globali della questione energetica. Ciò, inevitabilmente, contribuisce a rendere ancora più debole la posizione degli alleati locali, in questo caso, in primis, Belgrado, che ben difficilmente riuscirà ad avere un qualche controllo su queste dinamiche.

Possiamo ritenere che i media serbi abbiano in qualche modo cooperato con la classe politica di Belgrado, allo scopo di “addolcire la pillola” relativa alla svendita di NIS? Quasi tutte le principali testate locali hanno mantenuto una linea editoriale piuttosto morbida, dimostrandosi abbastanza vicine al governo, e al suo sforzo di ottenere un accordo favorevole attraverso un estenuante lavoro di negoziazione. A tale proposito, è interessante notare, dato il tempismo, la notizia riportata da Tanjug due giorni prima della firma di fine dicembre 2008, in un momento di grande tensione per entrambe le parti. L’agenzia d’informazione nazionale di Belgrado diede particolare risonanza alla notizia che un gruppo di sminatori dell’agenzia nazionale russa Emerkom aveva provveduto, in giornata, alla bonifica dell’aeroporto di Niš, rimuovendo tutti gli ordigni inesplosi, eredità dei bombardamenti Nato del 1999.

Alcuni segnali, non ultimo l’accordo intergovernativo sul Nabucco sottoscritto in sordina tra la Turchia e quattro Stati membri dell’Unione europea (Austria, Ungheria, Romania e Bulgaria) il 13 luglio, sembrano lasciar intravedere uno scenario di cooperazione di fatto, privo di altisonanti dichiarazioni di comunione di intenti. Nel nome di una irrinunciabile sicurezza energetica, Nabucco e South Stream sembrano destinati a far perdere le loro tracce in un futuro di interdipendenza evolutasi in reciproca cooptazione. Resta da vedere se la Serbia saprà interpretare attivamente o meno il ruolo che si ritrova ad occupare in questa graduale evoluzione, se saprà capitalizzare la propria posizione o al contrario, se ne sarà soffocata.