L'accordo energetico tra Mosca e Belgrado – Parte II

Mosca non è né l’unico né il principale partner economico della Repubblica di Serbia. Se ragioniamo in termini quantitativi, la Norvegia, dopo l’acquisto, datato 2006, di Mobi63 da parte della sua compagnia telefonica Telenor, è da ritenere il Paese maggiormente coinvolto nel processo di privatizzazione messo in atto da Belgrado. Qual è, dunque, la differenza tra cedere il controllo della compagnia telefonica nazionale a Oslo e permettere a Mosca di ottenere di fatto il monopolio della filiera energetica serba? Il diverso valore strategico attribuibile al settore delle telecomunicazioni e a quello energetico fa sì che emerga una sostanziale differenza tra i due casi. Nonostante ciò, resta da chiedersi se non ci troviamo di fronte ad una stima eccessiva della presenza economica russa nel Paese che realisticamente costituirà presto un importante hub energetico regionale.

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In visita a Belgrado, nell’aprile del 2007, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, espresse chiaramente la sua visione di una Serbia quale principale partner russo nei Balcani. A cosa mira tale partnership? Risponde ad un interesse russo ad assumere il ruolo di egemone regionale o semplicemente ad avere una testa di ponte affidabile verso l’Europa? La penetrazione economica all’interno dell’Europa dell’Est ha costituito un obiettivo strategico per Mosca sin dalle dimissioni di Andrej Kozyrev, ministro degli Esteri del governo Eltsin. L’accordo relativo a NIS (Naftna Industrija Srbije), assieme a quello del 2003 tra Lukoil e Beopetrol, il principale rivenditore serbo di petrolio, vi rientra appieno, e ha di fatto consegnato alle compagnie russe il controllo di oltre il 90% dei prodotti di raffineria in Serbia.

Indecisione e (è) potere

La Serbia firmò il 25 Gennaio 2008 un accordo preliminare con Mosca con il quale si impegnava a concedere a Gazprom il controllo del 51% di NIS, la maggior compagnia petrolifera nazionale, per 400 milioni di euro. Nonostante una valutazione di mercato tra 1 e 2 miliardi di euro e diverse offerte ben più attraenti da parte dell’ungherese MOL, della polacca PKN Orlen, della stessa russa Lukoil, e della rumena Rompetrol, il governo serbo, derogando dalle norme ordinarie della legge sulle privatizzazioni, si impegnò così a garantire la quota di maggioranza della compagnia energetica serba al partner russo, senza tenere una regolare gara internazionale. Parallelamente all’accordo su NIS, la Russia sembra aver deciso di impegnarsi nella costruzione del tratto centrale dell’oleodotto South Stream attraverso il territorio serbo. Tuttavia, Jurij Buligin, rappresentante della Camera di commercio russa a Belgrado, nel settembre 2008 sostenne che la ratifica dell’accordo sul gas naturale e il petrolio da parte del Parlamento serbo non avrebbe significato, automaticamente, l’avvio della costruzione del South Stream. Di contro, nella stessa occasione il presidente della Camera di commercio russo-serba, Andrej Hripunov, dichiarò che, pur se i dettagli tecnici dell’accordo non erano ancora stati definiti, era doveroso considerare il prezzo discusso per NIS da onorare, e il progetto South Stream parte integrante dell’accordo energetico. Attorno ai due punti illustrati dalle posizioni di Buligin e Hripunov, si dipana effettivamente tutto il gioco negoziale relativo al caso Gazprom-NIS.

Se i primi screzi tra Belgrado e Mosca, relativi alle condizioni alle quali concludere la trattativa Gazprom-NIS, si erano già registrati nel corso delle trattative preliminari dell’ultimo bimestre del 2007, nel giugno 2008 rischiarono perfino di causare una crisi interna all’amministrazione serba, appena insediata. Quando il Governo serbo chiese alla società di consulenza Merrill Lynch di preparare un rapporto dettagliato sul valore di mercato di NIS, emerse una stima di 2,2 miliardi di euro, una cifra ben difficile da mettere a paragone con i 400 milioni di euro offerti al governo di Kostuniča. Il gesto venne interpretato da parte russa come un misero tentativo di alcuni ministri del nuovo esecutivo, guidato da Cevtković, di far aumentare il prezzo, a loro profitto personale. Le obiezioni maggiori da parte serba vennero sollevate dal ministro dell’Economia, presidente del partito G17, Mladjan Dinkić. Le forti critiche all’accordo provenienti da Dinkić si scontrarono però con le considerazioni di altri personaggi influenti del sistema politico-economico serbo. Tra questi, Saša Ilić, direttore dell’impresa pubblica Srbijagas, sosteneva che, se l’accordo fosse fallito, l’intero sistema energetico del Paese ne avrebbe fortemente risentito. Ad ogni modo Ilić era convinto che Gazprom si sarebbe difficilmente ritirata in toto dalle trattative, alla luce dell’impegno profuso non solo in Serbia, ma in tutti i paesi interessati dal progetto South Stream. La convinzione di Ilić è razionale ma pericolosa. Tecnicamente, fino a quando non sarà completato lo studio di fattibilità relativo all’intero progetto (il primo tratto di condotte dovrebbe scorrere nelle profondità del Mar Nero), ogni trattativa che attribuisca potere e significato negoziale al tracciato del gasdotto è quantomeno professionalmente avventata. Ilić, in contatto pressoché quotidiano con la controparte russa, pare difatti piuttosto ansioso di stabilire al più presto l’effettivo tracciato dell’infrastruttura energetica, ben consapevole della debolezza che deriva alla posizione serba dalla ritardata definizione di tale tracciato.

Le preoccupazioni di Ilić ci invitano a focalizzare l’attenzione su di un altro punto scarsamente considerato, ovvero la portata effettiva del gasdotto, una volta che sarà completato. La capacità (e il relativo indotto) del gasdotto non dipenderà dalle strategie negoziali serbe, ma piuttosto dall’entità delle future richieste di gas naturale di Ungheria, Italia, Slovenia, Austria e larga parte dei paesi dell’Europa occidentale. L’accordo indica una capacità di almeno 10 miliardi di metri cubi di gas annui, il che significa, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Energia, almeno cinque volte l’attuale consumo interno serbo. È alquanto probabile che l’entità di questa stima subisca profonde revisioni nel corso dei prossimi anni, in funzione dei risultati dei primi studi di fattibilità e dell’evoluzione della domanda energetica europea. D’altro canto, è evidente che la costruzione del gasdotto dipende fortemente da parametri esogeni, come il prezzo del gas nell’Unione Europea, o i problemi tecnici che potrebbero ostacolare i lavori per la realizzazione del tratto sottomarino. Per quanto riguarda la domanda energetica europea, tra l’altro, è già in atto un profondo ripensamento delle politiche dei singoli stati europei che, rimasti scottati dalle possibili gravi conseguenze cui sono stati esposti nel gennaio 2009 a causa della crisi tra Kiev e Mosca, prevedono di diversificare il sistema delle proprie fonti di approvvigionamento nel prossimo futuro. Quali sono, allora, da parte serba, le considerazioni relative all’incertezza sulla stima della futura portata del gasdotto? Dall’analisi dell’intero processo negoziale emerge come Belgrado abbia evitato di confrontarsi con queste perplessità. Se escludiamo le significative critiche rivolte alla firma dell’accordo da parte di alcuni membri del governo Cevtković e di altri esponenti del partito di Cedomir Jovanović (LDS), il dibattito è apparso limitato.

Il momento clou nelle negoziazioni

Il periodo più significativo nell’intero arco temporale delle negoziazioni si registrò tra la fine di novembre e la seconda settimana di dicembre del 2008. In questo lasso di tempo si verificarono una quantità straordinaria di incontri, dichiarazioni e vertici di alti funzionari dei due Paesi e delle due società interessate. Alcuni di questi eventi fecero perfino sospettare la possibilità che l’accordo saltasse proprio nei momenti cruciali. Il 17 novembre 2008, il comitato serbo responsabile delle trattative ribadì che la posizione di Belgrado era quella di considerare i tre contratti oggetto di negoziato, ovvero la costruzione del gasdotto South Stream, la modernizzazione dell’impianto di stoccaggio di gas naturale di Banatski Dvor e l’acquisizione del monopolio petrolifero serbo NIS, come parti di un’unica transazione. Una soluzione che si sarebbe conciliata con la proposta iniziale russa, la quale però sembrò in questo momento subire alcune modifiche, in una sorta di gioco al ribasso. I Russi cominciarono a dichiararsi meno inclini alla negoziazione di un unico accordo “ad ombrello”. Conseguentemente, negli incontri seguenti, anche la posizione di Belgrado sembrò irrigidirsi: il Segretario di Stato per il Commercio e la Privatizzazione Nebojsa Cirić fece ben intendere che senza l’accordo sul gasdotto, NIS non sarebbe più stata in svendita. La parte russa iniziò a dimostrare una certa sufficienza nel trattare con il partner serbo, annunciando che, nonostante le evidenti distanze negoziali, tutti i contratti in discussione sarebbero stati firmati sicuramente e comunque entro il 15 novembre, in quel di Mosca. Così non avvenne.

Diverse voci suggerivano che la vendita di NIS avrebbe dovuto essere soggetta ad ulteriori condizioni, come ad esempio una scadenza temporale severa per la realizzazione del gasdotto, e una chiara progettazione per la modernizzazione dell’azienda. Il rischio maggiore era quello che si realizzasse il temibile scenario di una NIS finalmente privatizzata, ma mantenuta in condizioni di sopravvivenza minima, garantite di per sé dalla posizione di monopolista riservatale ancora fino a tutto il 2010. Il 24 novembre si tenne un incontro a Mosca, occasione per ampliare gli orizzonti della cooperazione economica tra i due paesi ad altri settori dell’industria serba, in cerca di partner strategici e di mercati per le esportazioni delle proprie merci. I russi acconsentirono a riservarsi il monopolio sui prodotti derivati del petrolio non oltre la fine del 2010, ma la situazione delle trattative non subì particolari miglioramenti, rispetto alla settimana precedente, quando alcuni membri serbi del comitato di negoziazione avevano abbandonato per protesta le consultazioni.

Da parte serba si avanzò, quindi, la proposta di offrire subito a Mosca il 25% di NIS per i 400 milioni di euro pattuiti, mentre il restante 26% sarebbe stato concesso senza alcun pagamento aggiuntivo solo nel momento di un positivo riscontro degli studi di fattibilità. Era necessario migliorare le condizioni dell’accordo, senza per questo rischiare che lo stesso potesse saltare, e senza così perdere un importante alleato politico. Nebojša Cirić, Segretario di Stato del ministro dell’Economia, fu uno dei membri del comitato di negoziazione che abbandonò le consultazioni nel corso della prima settimana di dicembre del 2008. A suo avviso, proprio la firma di contratti separati per il gasdotto e per il centro di stoccaggio sarebbe stata la migliore garanzia della loro effettiva realizzazione. Cirić giustificò il suo abbandono del gruppo di lavoro sostenendo che non fosse accettabile l’evoluzione della piattaforma negoziale serba da commerciale a politica. In quelle circostanze, una parte del comitato di negoziazione serbo, probabilmente su pressioni di alcune lobby europee, era pronta a spingere l’accordo verso una rottura, convinta che il partner russo avrebbe respinto le nuove condizioni in maniera netta e definitiva. Al di là dell’autenticità di questa dinamica, rimane da considerare che le nuove richieste serbe si tennero comunque molto al di sotto del prezzo suggerito dalle stime dei consulenti di Deloitte & Touche (2,2 miliardi di euro), ricevute in un momento successivo rispetto a quelle di Merril Lynch.

La richiesta serba di una piattaforma negoziale unica, che riguardasse i tre punti dell’accordo preliminare, in principio accolta freddamente da Mosca, rappresentava a ben guardare una soluzione “pacchetto unico” favorevole proprio al Cremlino. Rendendo i tre punti mutuamente dipendenti l’uno dall’altro, si minimizzano i costi dell’operazione e aumenta la possibilità di controllare effettivamente ogni livello della filiera, come temuto dalle istituzione europee. Contrariamente per Belgrado sarebbe stato più conveniente separare i tre punti, non per forza trovando tre interlocutori diversi, ma per lo meno scindendo i dettagli economici e la tempistica di ciascuno. Così facendo la Serbia si sarebbe garantita che l’effettivo implementarsi del South Stream e del deposito di Bantaski Dvor, non potesse subire contraccolpi e ricatti politici legati all’evoluzione della situazione e del programma di modernizzazione di NIS. La soluzione del pacchetto unico potrebbe, pertanto, rivelarsi una trappola autosomministrata, sotto gentile ed astuta concessione russa.

La domanda che probabilmente si pose parte della classe politica serba nelle fasi più delicate della trattativa verteva sulla possibilità che Mosca decidesse o meno di “bypassare” la Serbia, e cercare così un’alternativa nei Balcani. La percezione serba delle inclinazioni di Mosca e della reale disponibilità russa a prendere in considerazione questa possibilità influenzò la determinazione dei serbi nel far valere o meno le proprie richieste. In realtà, una Russia considerata first among equals recuperava, attraverso l’accordo con Belgrado, una carta preziosissima da spendere nel gioco imperniante la strategia continentale di Gazprom del divide et impera. Senza la cooperazione serba, infatti, Mosca, nei suoi piani balcanici, sarebbe stata forzata a ricercare l’appoggio di stati tradizionalmente più filo-occidentali, come la Romania. E senza la Serbia, la Russia avrebbe probabilmente avuto maggiori difficoltà a tagliare fuori l’opzione Nabucco, che rappresentava la minaccia maggiore alla sua strategia energetica.