L’accordo di Riyadh: cosa nasconde la pax saudita in Yemen

L’accordo siglato il 5 novembre a Riyadh tra il governo internazionalmente riconosciuto di Hadi e le milizie separatiste del Southern Transitional Council (SCT) sembra risolvere finalmente almeno uno dei conflitti interni allo Yemen. L’intesa tra lealisti e separatisti da una parte apre le speranze verso una risoluzione della guerra in Yemen, ma dall’altra presenta delle sfaccettature controverse. L’accordo, infatti, permette all’Arabia Saudita di godere di una nuova posizione di forza nello Yemen meridionale e non incide direttamente sul conflitto tra la coalizione a guida saudita e le milizie Houthi.

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L’intesa prevede la creazione di un futuro governo in cui confluiranno le forze lealiste e quelle separatiste. Esso sarà guidato dall’attuale presidente Hadi e avrà come capitale ad interim Aden. Viene inoltre stabilito che i ministri saranno scelti attraverso delle consultazioni tra le due forze, sotto la supervisione saudita. Riyadh quindi ottiene un importante ruolo, che è ulteriormente rafforzato dalle clausole dell’accordo che riguardano i ministeri dell’Interno e della Difesa. Entrambi infatti prenderanno direttive da Riyadh, che avrà ad esempio il potere di vigilare sulla smilitarizzazione di Aden e sulla ricollocazione delle unità militari.

Date queste premesse, non stupisce che gli yemeniti interpretino l’accordo come una cessione della propria sovranità ai sauditi. L’intesa sembra infatti permettere all’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante all’interno dello Yemen e di ricondurre sotto la sua direzione un fronte anti-Houthi più compatto che mai, anche grazie alla progressiva uscita di scena degli Emirati Arabi Uniti che lasciano in eredità ai sauditi le forze del STC.

Nonostante i toni trionfalisti di Muhammad bin Salman, l’accordo rappresenta per Riyadh il primo vero successo da quando è incominciata la guerra in Yemen. Quest’ultima, nelle speranze saudite, doveva essere una ambiziosa e vincente campagna militare in grado di attestare la forza della monarchia e assestare una spallata decisiva al competitor iraniano. Accanto alle aspirazioni di dominio regionale, l’operazione nasceva anche dalla necessità di mettere in sicurezza il confine meridionale e dalla volontà dell’attuale principe ereditario Muhammad bin Salman di dimostrare le capacità e il coraggio per poter guidare la monarchia. In questo senso, una vittoria militare sarebbe stata una perfetta cartolina di presentazione.

L’intervento in Yemen non è stata però un’azione isolata. Rappresentava invece il culmine di un processo che il regno aveva iniziato a percorrere dal 2011. All’indomani delle cosiddette “primavere arabe”, la famiglia reale saudita aveva dovuto far fronte ad una serie di sviluppi che ne avevano aumentato il senso di vulnerabilità e accerchiamento.

Il primo di questi è l’indebolimento delle relazioni con gli Stati Uniti, già in crisi dagli anni Novanta sia per il ruolo poco chiaro svolto da Riyadh nell’ascesa del terrorismo islamico che per la volontà statunitense di differenziare i propri fornitori energetici ed essere meno dipendente dal petrolio arabo. Successivamente, con l’amministrazione Obama, gli USA mostrarono una crescente volontà di disimpegnarsi in Medio Oriente per ridirigere le proprie strategie verso altre regioni, in particolare il Sud-Est asiatico. Le preoccupazioni saudite sono state confermate dal mancato intervento statunitense in difesa di due storici alleati di Washington, l’Egitto di Mubarak e il Bahrein degli Al Khalifa, e dalla propensione del Presidente Obama di aprire all’Iran. Tutto questo ha eroso le certezze saudite sulla protezione fornita tradizionalmente dagli Stati Uniti e ha innestato negli Al Saud il timore di vedere irreparabilmente intaccati i loro principali obiettivi strategici.

Un altro fattore decisivo è il peggioramento dei rapporti con Teheran. La competizione tra Iran e Arabia Saudita ha come punto di svolta il 1979, in quanto la rivoluzione Khomeinista ridefinì completamente i rapporti tra i due Paesi: da una parte esacerbò le differenze strutturali già esistenti, come le disparità demografiche, culturali, etniche e geopolitiche; dall’altra, l’emergere della Repubblica Islamica politicizzò le identità settarie dei due Paesi sovrapponendo la rivalità ideologica a quelle politiche ed economiche. Nel nuovo millennio, Teheran ha rafforzato la sua posizione grazie all’arretramento statunitense, e ha poi sfruttato le “primavere arabe” del 2011 per inserirsi nei principali teatri mediorientali e contendere a Riyadh il titolo di superpotenza regionale.

Il terzo e ultimo fattore è rappresentato proprio dallo scoppio delle rivolte arabe del 2011. Queste hanno prodotto una destabilizzazione generale del Medio Oriente, moltiplicando gli scenari di confronto e di scontro tra Riyadh e Teheran. Gli Al Saud appaiono spaventati non solo dalle agitazioni interne (che colpiscono in particolare la regione orientale dell’Ahsa, in cui vive la maggioranza della comunità sciita saudita e dove sono presenti i grandi giacimenti petroliferi) ma soprattutto dalle turbolenze nelle aree limitrofe ai confini del regno, cioè in quei Paesi che tradizionalmente fanno parte della sua sfera di influenza e rappresentano la prima linea di difesa. Non a caso i due interventi sauditi più importanti avvengono in Bahrein e in Yemen.

Il combinarsi di questi sviluppi ha spinto la casa reale saudita a reagire formulando una nuova linea di politica estera sempre più assertiva e interventista. Si tratta di un cambio di passo epocale per Riyadh, che di fatto ha scelto una nuova strategia nella sfida per la supremazia regionale accantonando il suo tradizionale approccio cauto e poco appariscente.

Intervenendo in Bahrein nel marzo del 2011 a difesa della dinastia regnante degli Al Khalifa, Riyadh ha potuto presentarsi alle altre monarchie sunnite come garante dello status quo e della stabilità del Medio Oriente. In questo modo, i sauditi sono riusciti a rafforzare la loro leadership all’interno del mondo sunnita, come dimostra il miglioramento dei rapporti con l’Egitto, la Tunisia, la Giordania e il Marocco. Questa fase positiva viene condensata da Riyadh nella Coalizione anti-Houthi che nel marzo 2015 dà inizio alle operazioni in Yemen. Come già detto, l’operazione denominata Decisive Storm doveva attestare da una parte l’ascesa saudita e del suo enfant prodige Muhammad bin Salman, e dall’altra impedire che un’altra capitale mediorientale cadesse sotto l’influenza di Teheran.

Ben presto però le difficoltà incontrate sul campo hanno rallentato l’impeto saudita e il teatro yemenita si è trasformato in una palude dove le certezze e le promesse saudite sono affondate lentamente e inesorabilmente. Riyadh, infatti, dopo quasi 5 anni, non ha risolto nessuno dei nodi che hanno portato al suo intervento. Tra questi vi era la questione frontaliera, che tuttavia è peggiorata sensibilmente dall’inizio della guerra, come dimostrano i ripetuti attacchi messi a segno dagli Houthi all’interno del suolo saudita, tra i quali il recente attacco avvenuto il 14 settembre 2019 agli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais. L’offensiva della Coalizione ha inoltre messo a repentaglio la sicurezza del Bab el Mandeb, lo stretto dal quale passa buona parte del greggio saudita e la cui importanza è aumentata dopo la crisi dello stretto di Hormuz dovuta ai contrasti tra USA e Iran.

L’aspetto più importante del conflitto è che quest’ultimo ha intaccato la leadership saudita nel mondo arabo. Il protrarsi della guerra ha infatti fatto emergere la discrasia interna alla Coalizione e Riyadh ha perso progressivamente buona parte della sua capacità coagulante. Oltre alle note tensioni con il Qatar, l’Arabia Saudita ha dovuto far fronte a un peggioramento delle relazioni con il Marocco e ha sperimentato crescenti divergenze con gli EAU che sono apparse palesi proprio in Yemen, dove i due Paesi hanno interessi diversi e hanno appoggiato attori rivali, gli stessi che l’accordo di Riyadh aspira a ricomporre sotto la guida saudita. Inoltre, la campagna yemenita si è rivelata particolarmente dispendiosa in termini di uomini e risorse, e ha quindi impedito all’Arabia Saudita di intervenire in altri scenari altrettanto importanti nei quali invece l’Iran ha ottenuto un vantaggio significativo, come in Iraq e in Siria. Un altro aspetto preoccupante è che la brutalità della guerra ha finito per minare il consenso saudita in Occidente e, cosa ben più importante per gli Al Saud, nel mondo arabo e in quello musulmano, le due aree che rappresentano il fulcro e l’obiettivo ultimo della strategia saudita.

Questi scarsi risultati sembravano essere confermati alla fine dell’estate scorsa. Lo scoppio del conflitto tra forze governative e separatiste ad Aden appariva essere il segnale definitivo che il conflitto stesse definitivamente sfuggendo di mano a Riyadh. Eppure, solo 3 mesi dopo, grazie a un grande impegno diplomatico, gli Al Saud sono riusciti a ricomporre questa frattura e rinsaldare la loro posizione in Yemen.

L’accordo in sé è quindi una dimostrazione delle capacità saudite e un tentativo di rilanciare la credibilità e la politica estera del regno. È possibile che Riyadh possa sfruttare questa nuova posizione di forza per sferrare una nuova offensiva contro gli Houthi, ma questa ipotesi sarebbe deprecabile sia per le conseguenze che avrebbe verso la popolazione yemenita, sia per gli stessi intessi sauditi, dato che i diversi anni di conflitto hanno dimostrato quanto difficile possa essere sconfiggere le milizie di Ansar Allah, arroccate nelle zone montagnose del Nord e che mantengono il controllo delle principali città e zone strategiche, come la capitale Sana’a e il porto di Hodeida.

Il vero valore quindi dell’accordo è quello di compattare il fronte anti-Houthi nello Yemen meridionale e metterlo sotto l’ombrello saudita. In questo modo, Riyadh potrà giocare negli eventuali e futuri negoziati un ruolo centrale e ottenere quei risultati tangibili che finora l’approccio muscolare non è stato in grado di assicurare. Tuttavia, l’apertura verso una possibile soluzione politica del conflitto ha una pesante ipoteca: la questione yemenita infatti è solo una parte di una partita più grande che si gioca tra Riyadh e Teheran e che ha come fine ultimo la leadership in Medio Oriente.

Dato che, se da un lato, la risoluzione della rivalità saudo-iraniana è propedeutica a qualsiasi vera e propria soluzione del conflitto, e dall’altro i rapporti tra i due Stati continuano oggi ad essere tesi, la conseguenza più probabile dell’accordo potrebbe essere una fase di stallo, con gli Houthi e le forze governative arroccate nelle proprie posizioni con sporadici attacchi reciproci e un conflitto a bassa intensità. In questo caso, non solo la questione yemenita rimarrebbe irrisolta, ma rischierebbe di aumentare lo iato tra le due fazioni allontanando ancora di più l’ipotesi dei negoziati e, in ultima analisi, della pace.