La vittoria di Netanyahu e il futuro di Israele

Il 16 aprile il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha incaricato Benjamin Netanyahu di cercare la maggioranza per formare il nuovo governo di Israele dopo le elezioni del 9 aprile. I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset.

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Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Nonostante la campagna elettorale si sia concentrata sulle persone più che sugli argomenti, disinteressandosi quasi completamente del conflitto con i palestinesi, a pesare sul futuro di Israele è ancora la definizione del rapporto con la popolazione araba presente tra il Giordano e il Mediterraneo.

Ce l’ha fatta anche stavolta. Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni dopo una campagna elettorale tra le più feroci della storia di Israele, fatta di inchieste giudiziarie, scandali, diffamazioni, e candidature imbarazzanti che hanno allargato la soglia di tolleranza del radicalismo ammesso alla Knesset. Netanyahu è andato a elezioni anticipate con ben tre capi di accusa nei suoi confronti, ma nonostante questo “il Re” della politica israeliana è a un passo dall’assicurarsi il quarto mandato consecutivo – il quinto della sua carriera – dopo 10 anni di governo ininterrotto. Poco importa che il Likud abbia conquistato solo un seggio in più (36 contro 35) del partito-lista Kahol Lavan, guidato dall’esordiente Benny Gantz. Nonostante il nuovo partito sia riuscito nell’impresa di proporre all’elettorato israeliano un’alternativa credibile, non è bastato. Adesso bisogna vedere se questa formazione sarà in grado di andare oltre il momento elettorale e strutturarsi per durare nel tempo.

Come previsto c’è stato un ulteriore tracollo delle sinistre del partito Laburista e Meretz, e l’ennesima affermazione dei partiti religiosi e di quelli di estrema destra, nonostante il mancato superamento della soglia di sbarramento del nuovo partito di Naftali Bennet e Ayelet Shaked. I due giovani ambiziosi puntavano a costruire le basi per prendersi un domani l’eredità di Netanyahu, invece sono rimasti fuori dalla Knesset dando a Bibi un’altra ragione per festeggiare. La lista unita dei partiti arabi della scorsa legislatura si è invece divisa in due fronti, riuscendo comunque a portare alla Knesset 10 deputati, con cui però nessun partito ha intenzione di allearsi, come da tradizione.

I risultati consentono una comoda ripresentazione della coalizione tra Likud, partiti di estrema destra e partiti religiosi, con ben 65 seggi sui 120 della Knesset. Un governo dalla politica ancora più assertiva e nazionalista, con la benedizione della Casa Bianca. Stavolta però per Netanyahu sarà più difficile tenere a freno la destra alla sua destra. Bibi è disposto a tutto per non farsi incriminare, anche a far approvare una legge che gli garantisca l’immunità, mettendosi così nella condizione di doversi affidare completamente ai suoi scomodi alleati. L’alternativa sarebbe un governo di unità nazionale formato da Netanyahu e Gantz, in Israele se ne parla apertamente, ma al momento non ci sono ragioni di emergenza e stallo politico che giustificherebbero un tradimento così forte dell’elettorato.

Per un osservatore esterno però il dato più importante è un altro. Nonostante in questi anni e negli ultimi tempi non siano mancati scontri con i palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania, da questo quadro sempre più complesso è praticamente sparita la volontà di risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo la tradizionale proposta della soluzione a due stati, ormai quasi completamente assente nel dibattito politico.

Per essere più precisi, si può dire che è proprio sparita la volontà di risolverlo il conflitto, di sicuro non è più una priorità: è come se la società israeliana avesse smesso di desiderare una soluzione politica definitiva accettata dal mondo intero, e scelto di pensarci il meno possibile scansando il problema.

In questo senso, è bene ricordare che neanche una vittoria di Benny Gantz avrebbe portato a una politica di riapertura alla soluzione a due stati. Anche i membri di Kahol Lavan vogliono la Gerusalemme unita e l’annessione di parti della Cisgiordania, e soprattutto, non sono disposti a governare con gli arabi israeliani e a lavorare per la creazione di uno Stato propriamente detto nei Territori palestinesi. Il massimo che ci si può aspettare è (o era) un congelamento della costruzione di altre abitazioni nelle colonie più piccole e isolate, mentre sono praticamente tutti concordi che i grandi insediamenti devono avere la libertà di espandersi, con l’idea che tanto saranno annessi allo stato di Israele il giorno di un fantomatico e imprecisato accordo di pace con i palestinesi.

Gran parte di questa apatia si spiega con il raggiungimento della supremazia militare israeliana. Strumenti come la barriera di separazione e il sistema Iron Dome hanno attenuato di molto la situazione di terrore con cui gli israeliani erano abituati a vivere ai tempi degli attentati suicidi nei luoghi pubblici e dei razzi che colpivano obiettivi civili. Attualmente anche una crisi con la Striscia di Gaza non terrorizza come un tempo, se non città di frontiera come la piccola e povera Sderot.

Inoltre, oggi l’Israele di Netanyahu è in ottimi rapporti economici e diplomatici con la Russia di Putin, l’America di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Cina di Xi, l’India di Modi e il resto dell’Asia; dal Giappone di Abe alle Filippine di Duterte. Sono eccellenti anche i rapporti con l’Europa centro-orientale, mentre le schermaglie con l’Unione europea non hanno danneggiato i floridi rapporti economici con i paesi dell’Europa occidentale. Non solo. Il conflitto dell’Iran con il mondo arabo ha consentito un ampiamento dei rapporti diplomatici sempre meno informali con Arabia Saudita, UAE, Oman, Bahrein. In crescita anche le relazioni con i paesi del Nordafrica, dell’Africa subsahariana e dell’America latina. Durante i 10 anni di governi Netanyahu gli israeliani hanno visto che si può archiviare la questione palestinese senza avere ripercussioni economiche e senza essere isolati dal resto del mondo.

Ecco quindi perché non sono più così interessati alla rapida soluzione di un conflitto in cui hanno contato più vittime durante i negoziati di pace rispetto a oggi che non si vede spazio per aprirne dei nuovi. Storicamente, Israele sentiva il bisogno di risolvere il conflitto per ragioni di sicurezza, diplomatiche ed economiche. Oggi di fatto questi problemi non ci sono: Israele è più sicuro, più forte, più aperto e con un’economia dalle performance eccezionali.

In questo contesto, i nazionalisti hanno prosperato, spostando sempre più a destra la politica interna e la strategia israeliana. Con l’amministrazione Trump poi Israele ha raggiunto livelli insperati di soddisfazione delle richieste un tempo considerate impossibili: l’affossamento dell’accordo sul nucleare iraniano, lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento dell’annessione delle alture del Golan hanno segnato l’inizio di un nuovo livello del sostegno statunitense a Israele, impensabile solo qualche anno fa quando durante la presidenza Obama alcuni analisti si spinsero addirittura a dire che in un futuro non molto lontano Israele non avrebbe più potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti.

Adesso in Israele e nel mondo ci si chiede se Netanyahu manterrà la promessa più controversa possibile che un politico israeliano potesse fare: l’annessione unilaterale di parti della Cisgiordania (presumibilmente l’Area C), mossa che segnerebbe l’inabissamento definitivo della soluzione dei due stati. Anche in questo caso la decisione passa per la Casa Bianca, dove è già pronta una proposta di pace che sarà presentata dopo la formazione del nuovo governo israeliano.

Nel 2007 il demografo israeliano Sergio Della Pergola nel suo libro “Israele e Palestina: la forza dei numeri. Il conflitto mediorientale fra demografia e politica” (ed. Il Mulino) scrisse che la nel 2050 gli ebrei presenti tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo saranno circa il 35% della popolazione complessiva, affermando che la leadership politica israeliana deve capire che in virtù di questo orizzonte demografico in futuro “Israele non potrà essere contemporaneamente grande (e quindi esente da concessioni territoriali), ebraica e democratica. Sarà necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative”. Le decisioni che delineeranno il destino di Israele sono sempre più vicine.