La visione di Tokyo e Nuova Delhi sulla pace e la sicurezza dell’Indo-Pacifico

Il 22 dicembre 2020 il Ministro della Difesa dell’India, Rajnath Singh, si è congratulato formalmente con la sua controparte giapponese, Kishi Nobuo, per la prima volta dalla sua nomina – avvenuta conseguentemente a quella di Yoshihide Suga a successore di Shinzo Abe – attraverso un dialogo telefonico della durata di 45 minuti. Oggetto della conversazione? La firma dell’accordo logistico di settembre e il successo dell’esercitazione navale di Malabar, Cina e i Mari cinesi, la situazione del COVID-19, e il comune interesse a rafforzare la cooperazione per un Free and Open Indo-Pacific (FOIP).

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Il comportamento di Giappone e India nella regione

Giappone e India, insieme ad Australia e Stati Uniti, fanno parte del Quadrilateral Security Dialogue, comunemente chiamato Quad, che nel 2020 ha guidato l’esercitazione militare congiunta di Malabar; iniziata nel 1992, avente come partecipanti solo USA e India, nel 2015 Exercise Malabar ha visto prendere parte alle operazioni anche il Giappone e nel 2020 è stata la volta dell’Australia. Questo è il primo anno che include la partecipazione di tutti i membri del Quad dall’anno in cui quest’ultimo ha avuto inizio, il 2007.

Il 15 novembre 2020, Australia e Giappone hanno firmato la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), da cui l’India si è ritirata nel 2019: questo partenariato prevede la costituzione di un’area di libero scambio tra l’ASEAN (Association of SouthEast Asian Nations) e i Paesi che hanno un accordo di libero scambio con quest’ultima; quindi, oltre le già citate Australia e Giappone, ne fanno parte Cina, Corea del Sud e Nuova Zelanda.

Potrebbe, dunque, sembrare che il comportamento di questi Paesi presenti tratti di incoerenza; in realtà, come ha sostenuto il professor Gabusi in un’intervista rilasciata a Geopolitica.info, non c’è alcuna contraddizione tra questi due atteggiamenti. L’obiettivo di queste potenze è quello di non dover affrontare un trade-off tra dipendenza economica e lealtà politica: favorire il commercio internazionale con la Cina senza doverne subire le condizioni.

In un contesto del genere, è allora facile comprendere come i Paesi del Pacifico vogliano da una parte rendere il commercio con la Cina il più favorevole possibile, mentre dall’altra rafforzare legami militari con potenze ritenute rivali da Pechino. La posizione di Washington in questo scenario sembrerebbe marginale e in effetti dal punto di vista commerciale lo è parzialmente, come dimostra il fatto che non sia stato partecipe né della RCEP, né della CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership).

Indubbiamente, gli Stati Uniti stanno affrontando una delle crisi che le potenze egemoni eventualmente si trovano ad affrontare: quella relativa al consenso interno (“burro o cannoni?”). L’aggiornamento della Grand Strategy americana, operata durante l’amministrazione Obama, identifica nella Cina di Xi Jinping una potenza revisionista e nell’Indo-Pacifico (ancora Asia-Pacifico nella terminologia obamiana) un’area cruciale, mentre ha reso sempre più manifesta la necessità che gli alleati militari della superpotenza contribuiscano alla pace e alla sicurezza internazionale.

Il comportamento degli Stati Uniti si può identificare solamente nel retrenchment della potenza egemone, oppure si intravede un esempio di pluralismo delle relazioni internazionali nel comportamento dei vari Paesi dell’Indo-Pacifico?

La possibile evoluzione del Quad in una NATO asiatica

Il 9 settembre dello stesso anno, Giappone e India hanno firmato l’Agreement concerning Reciprocal Provision of Supplies and Services, il quale ricalca gli Acquisition and Cross-Servicing Agreement che gli Stati Uniti siglano con i Paesi NATO, o con cui hanno stretto un’alleanza militare.

Come possiamo notare dalle premesse del documento, reso pubblico dal Ministero degli Affari Esteri nipponico, l’accordo serve a stabilire un framework tra le Forze di Autodifesa del Giappone e le Forze Armate Indiane, riguardante la reciproca provvisione di rifornimenti e assistenza di supporto logistico. Sempre all’interno delle premesse iniziali, vi si afferma che questo framework ha l’obiettivo di efficientare i ruoli assunti dalle rispettive forze armate nelle attività congiunte che entrambi gli Stati conducono e condurranno per contribuire alla pace e alla sicurezza internazionale.

Diversi autori sostengono che le prospettive di una NATO asiatica siano lontane: Abhijnan Rej, Direttore di Ricerca al Diplomat Risk Intelligence, in occasione della firma dell’accordo di settembre 2020 tra Giappone e India, allontanava l’ipotesi di un accordo militare in senso stretto tra i due Stati. Egli definiva l’accordo estremamente blando, non sufficiente ad indicare un progresso nella formulazione di un’alleanza militare.

La NATO, in realtà, non è sinonimo di Alleanza Atlantica: non sono, cioè, la medesima entità, ma due realtà distinte. Sebbene la prima corrisponde alla trasposizione effettiva della seconda in termini strutturali, essere parte dell’alleanza non significa automaticamente far parte della struttura organizzativa.

La NATO prevede un’organizzazione con un quartier generale, un organo di comando, agenzie e tutta una serie di procedure che in questo momento il Quad è ben lontano dal realizzare. Certamente, se Alleanza Atlantica e NATO hanno percorso questo sentiero non è detto che altre entità internazionali non debbano procedere in senso opposto – prima, cioè, la struttura procedurale e poi il trattato di alleanza.

Ad oggi Australia, Giappone, India e Stati Uniti non hanno un reale motivo per firmare un trattato d’alleanza; ciononostante, non è detto che nell’immediato futuro ciò non avvenga. La Repubblica Popolare Cinese sta attraversando una serie di riforme volte a rendere le proprie forze armate un’eccellenza mondiale nel breve periodo e recentemente ha più volte espresso le proprie preoccupazioni circa il Quad.

Sostanzialmente, nel momento in cui delle tensioni dovessero inasprirsi e dovesse palesarsi il bisogno di un’alleanza militare, l’avere in precedenza posto delle basi di collaborazione, di conoscenza reciproca delle prassi altrui e di coordinamento logistico, diminuisce fortemente il costo-opportunità di formarne una. Inoltre, il fatto che una struttura organizzativa sulla scia della NATO sia ben lungi dall’essere realizzata, non significa che gli Stati non abbiano posto le basi perché ciò si concretizzi in tempi brevi.

Biden e la strategia americana per l’Indo-Pacifico

Secondo il parere del Fondatore e Presidente dell’Eurasia Group Ian Bremmer espresso su Nikkei Asia il 17 dicembre 2020, la condotta nell’Indo-Pacifico del neoeletto presidente Biden potrebbe non essere così differente rispetto a quella del suo predecessore. La ragione che egli adduce per giustificare questa considerazione è legata fondamentalmente all’esito delle elezioni: la vittoria del candidato democratico, seppur con un certo distacco dall’avversario, non è schiacciante.

Il fatto che il 46,9 % degli elettori – 74 milioni di individui – abbia espresso la propria preferenza per il candidato repubblicano, è sinonimo di un elettorato che non rigetta completamente le posizioni di Trump sia in materia di politica interna che di quella estera: “[…] questa divisione dimostra che gli Stati Uniti presentano una classe politica e un’opinione pubblica sempre meno interessate ad essere la polizia del mondo e all’avventurismo militare che ciò richiede”, scrive Ian Bremmer.

In passato, il presidente Obama aveva espresso il bisogno americano che gli alleati europei partecipassero più attivamente ai costi del mantenere la pace e la sicurezza mondiale; se non un coinvolgimento pieno nell’Indo-Pacifico, almeno un burden sharing dell’ordine regionale con gli alleati storici degli Stati Uniti nell’area non sembra un’opzione totalmente improbabile.


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Il futuro delle dinamiche regionali

Sempre Bremmer sostiene che, alla luce di quanto addotto riguardo l’opinione pubblica americana, di certo Biden non possiede la leva giusta per riformare gli strumenti del multilateralismo mondiale: egli cita NATO, OMS e Consiglio di Sicurezza dell’ONU; “Al cuore del problema è il fatto che queste istituzioni riflettono maggiormente le dinamiche di potere del 1950 piuttosto che quelle del 2020”.

D’altronde, il fatto stesso che la RCEP, la più grande area di libero scambio del globo, venga identificata come la vittoria del multilateralismo regionale, quanto meno dal punto di vista economico, può far presagire che le condizioni politiche alla base delle relazioni economiche tra Stati stiano mutando o, molto più verosimilmente, siano già profondamente mutate.

Alessandro Vesprini,
Geopolitica.info