La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro. Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche

Considerazioni a partire dalla lettura di The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs di Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019

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Lo scenario è quello della spiaggia libica a Ovest di Sirte. Il Mediterraneo è alle spalle, si sente il rumore delle onde sullo sfondo e si sta per consumare un tragico evento, un eccidio perpetrato in nome dello Stato Islamico contro «la nazione della croce». A muovere la mano degli assassini è l’ideale utopico della ristrutturazione di un Califfato globale, che non abbia alcun confine nazionale e che possa attestarsi sulla base imperialistica che ne determina l’azione, secondo principi non dettati da un ordine geografico ma da questioni anzitutto relative all’appartenenza religiosa e che possano affermarsi in termini politici.

I protagonisti della scena sono quarantadue: ventuno esecutori, jihadisti col volto coperto e vestiti di tuniche nere, e altrettanti prigionieri, di confessione copta-egiziana, a cui è stata fatta indossare una tuta arancione, volendo con ciò sottolineare il ribaltamento delle posizioni di Guantanamo e delle prigioni statunitensi nella guerra globale al terrore. L’episodio non ha solo a che fare con il terrorismo islamico e la strategia politica e comunicativa dell’ISIS. Rientra anche in un altro campo religioso: quello cristiano, essendo stati iscritti i ventuno prigionieri nel Sinassario, considerati martiri della chiesa copta egiziana. Il libro The 21. A Journey Into the Land of Coptic Martyrs tratta anche di questo aspetto, a partire dalla vita di ognuno dei ventuno e tracciando un profilo dei nuovi santi della Chiesa copta.

Nel video che ritrae l’efferato omicidio, prodotto e diffuso dall’ISIS attraverso i suoi centri mediatici, nulla è lasciato al caso. Il titolo parla già da sé: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” e tutto risponde a una precisa logica di comunicazione che fa leva su aspetti fortemente metaforici, capaci di colpire l’occhio dell’osservatore sia dal punto di vista politico sia individuale. È un video che ha avuto un’enorme risonanza mediatica, rivolto anzitutto agli eventuali sostenitori del Califfato e al contempo ai suoi oppositori, come buona parte della produzione multimediale del Califfato e dei suoi centri mediatici. A dimostrarlo è l’uso della lingua: un ottimo inglese parlato dal portavoce dei jihadisti e le scritte riportate in duplice versione, inglese e arabo.

Il video si apre con il corteo degli aguzzini che scortano i prigionieri fino al centro della scena, dove si fermano e dove il capo pronuncerà la sua dichiarazione di morte, rivolgendosi minaccioso direttamente verso l’obiettivo, con lo sguardo che passa attraverso la fasciatura che ne copre il volto e con il coltello in mano, che viene rivolto proprio contro l’obiettivo, a voler squarciare ogni intermediazione della camera tra assassino e osservatore, andando anche oltre ogni logica cinematografica e volendo rappresentare una minaccia diretta.

Il video è curatissimo dal punto di vista tecnico, ci sono diverse camere utilizzate e si offre alla fine un panorama che geograficamente vuole rivolgere l’attenzione ben oltre la spiaggia ripresa, spingendo l’immaginazione dell’osservatore verso il contesto europeo e italiano in particolare, chiudendosi con il rosso del sangue che tinge le acque dello stesso Mediterraneo. Nelle parole del portavoce e nelle scene mostrate c’è il verdetto di morte contro i prigionieri e la minaccia diretta a Roma, in una guerra non tanto contro il mondo occidentale in quanto tale, ma contro il mondo cristiano più in particolare. È questo il senso del video e il suo messaggio metaforico più profondo. Segue lo sgozzamento dei prigionieri, fatti inginocchiare e ripresi avvicinando la camera mentre pronunciano le loro ultime preghiere. A partire da questa scena, insieme alla consapevolezza che essi hanno avuto nell’affrontare la morte per via della loro appartenenza religiosa (ad attestarlo, se ve ne fosse stato bisogno, c’è una scritta che compare nel video indicandoli come “the followers of the hostile coptic Church”), il libro si sofferma sulla vicenda personale dei martiri egiziani. Lo fa coniugando gli aspetti più propriamente soggettivi inquadrandoli in un contesto del tutto particolare, qual è quello egiziano, in cui i cristiano-copti sono una netta minoranza. L’autore, Martin Mosebach, incuriosito dalla vicenda, ha perciò deciso di conoscerlo da vicino, raccogliendo le vive testimonianze dei parenti e di chi ha conosciuto i ventuno martiri.

Il libro infatti è una sorta di racconto, suddiviso principalmente in capitoli che narrano le storie dei protagonisti proprio a partire dalle interviste raccolte durante il viaggio nel paese egiziano di El-Aour, dal quale provenivano la maggior parte dei martiri, lavoratori migranti verso la Libia. L’autore sottolinea come, incontrando le loro famiglie, non si evinca mai una parola di disprezzo verso gli assassini, ma molto di più: un forte senso di appartenenza e, ancor di più, di orgoglio per avere un santo tra i propri congiunti.

La storia di uno di loro vale la pena di essere riportata, poiché rimanda a un eroismo poco concepibile da noi e che però rientra in un altro alveo e il cui commento in questa sede rischierebbe di sminuirne la portata o, al più, di risultare davvero superfluo: è la vicenda di Matthew Ayariga, proveniente dal Ghana, anch’egli migrante lavoratore e non appartenente alla chiesa copta, che decise coscientemente di affrontare il martirio, volendo rimanere accanto ai suoi compagni e testimoniando col sangue l’acquisita fede in Gesù, come sottolinea l’autore del libro. Per questa ragione, per l’atto di testimonianza eroica con il quale è terminata la sua esperienza terrena, è stato anch’egli ricompreso nel Sinassario. È assai lodevole lo sforzo fatto nel libro, soprattutto per rendere giustizia a ognuno dei protagonisti, evidenziandone la normalità delle esistenze e, ancor di più, riuscendo bene a contestualizzare tutta la vicenda nel mondo egiziano, in cui l’espressione della fede non è un elemento secondario ma un fattore esistenziale dirimente, distintivo, capace di creare una fortissima identità personale e collettiva.

Nel mondo occidentale la stessa vicenda del martirio appare generalmente scarsamente comprensibile, eppure risulta essere un elemento essenziale anche per comprendere meglio le dinamiche più strettamente geopolitiche. Si sono in effetti protratti infiniti – e vani – sforzi per dimostrare la poca veridicità del video, cercando di mettere in discussione la reale uccisione dei ventuno. In rete si trovano tentativi di dimostrare come non vi sia corrispondenza tra le impronte lasciate sulla spiaggia e i piedi dei martiri, che le uccisioni siano avvenute altrove, che non sia vero il rosso del sangue di cui si tinge il mare alla fine del video o che la placidità delle vittime sia irrealistica, non ribellandosi ai loro aguzzini. Alcuni hanno ipotizzato che siano stati drogati, altri che la ripetizione della scena li abbia indotti a non comprendere se fosse giunto realmente il loro momento.

Nessuno o quasi, invece, ha riportato la loro calma nell’affrontare la morte – il martirio – a una logica religiosa, che pure è stato un fattore primario nelle loro esistenze: come l’agiografia ci riporta, il martirio, l’uccisione avvenuta in nome di una fede, è vissuto storicamente come un momento di santificazione della propria esistenza, come la possibilità – se si vuole unica – per rendere virtuosa la propria vita in senso ultraterreno e cristiana.

È dunque solo alla luce di quest’incrollabile fede che si può spiegare fino in fondo la calma estrema con la quale essi ascoltano la sentenza di morte – le parole del portavoce non lasciano dubbi in merito – e si preparano a morire. Anche in questo caso, sembra esservi una sorta di miopia di fondo da parte degli organi di comunicazione occidentali che il libro contribuisce a smontare: non considerare il fattore di appartenenza religiosa nel martirio dei ventuno e voler dimostrare la falsità delle uccisioni ha poco senso, considerando oltretutto il livello di brutalità al quale ci ha abituati lo stesso Califfato, sul suolo europeo e in altri contesti geografici anche attraverso i suoi organi di comunicazione: moltissime altre teste sono state sgozzate, altri prigionieri sono stati arsi vivi, altri ancora uccisi con armi da fuoco e non solo.

Avendo visto il video nella sua versione integrale, non ci sono dubbi sulla violenza perpetrata ai danni dei ventuno, mostrata integralmente e senza mezzi termini. Purtroppo, in questo come in altri casi, non vi sono vie di mezzo: le uccisioni sono avvenute realmente, sulla base di categorie politico-religiose ben precise, di una contrapposizione al mondo occidentale e, come nel caso in questione, cristiano più in particolare. Una persecuzione che in alcune parti del mondo viene perpetrata in maniera pressoché sistematica e di cui poco, troppo poco, si parla nei media nazionali e internazionali.

Il lavoro di Mosebach ci restituisce pertanto un ritratto vivido di un’esperienza e una vicenda che il mondo occidentale fatica a comprendere fino in fondo, ma che è possibile capire solo alla luce del viaggio intrapreso dall’autore, in un luogo dove l’appartenenza religiosa forma le persone fin dalla nascita, dove essere minoranza significa affrontare una lotta quotidiana, anche al costo del sacrificio estremo, come ben dimostrano i ventuno protagonisti del video. Il bel libro ha dunque il pregio di considerare quegli aspetti di afferenza religiosa che meriterebbero di essere maggiormente considerati in un’analisi onnicomprensiva delle questioni geopolitiche: aiuterebbe infatti a comprendere meglio le ragioni che hanno indotto i ventuno terroristi a uccidere e gli altri ventuno ad affrontare, come hanno fatto, quella morte, rifiutandosi di convertirsi all’Islam e aderire al Califfato.

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