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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa spina nel fianco turco: il Kurdistan

La spina nel fianco turco: il Kurdistan

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Immersa nel caos mediorientale, la vicenda curda viene spesso relegata ai margini della narrazione geopolitica della regione. Divisi tra Iraq, Iran, Siria e Turchia, i curdi sono spesso definiti come la più grande nazione priva di uno Stato indipendente: più di 40 milioni di persone condividono una lingua, una cultura ed una coscienza storica senza però possedere il lusso di costruire le proprie istituzioni all’interno di uno Stato unitario. L’entità della minoranza curda rappresenta anche una fonte inestinguibile di tensione con gli Stati che la comprendono e la Turchia non fa eccezione. Le politiche etniche turche fondate sull’egemonia della maggioranza turca, individuano nella presenza curda una forza disgregatrice da assimilare o escludere, gettando nel baratro la possibilità di un Kurdistan turco pacifico.

La miccia curda è stata ancora una volta riaccesa: una progressiva escalation di attacchi da parte di aerei e droni turchi nelle aree sotto il controllo del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) dell’Iraq e della Siria nell’autunno 2023 dimostra la fissa attenzione del governo di Ankara agli eventi sul confine. Nonostante il Ministero della Difesa turco abbia più volte sottolineato come le operazioni condotte nel nord Iraq abbiano preso di mira esclusivamente terroristi, “prevenendo qualunque tipo di danni ai civili e alle infrastrutture”, il bilancio delle vittime dimostra un’altra verità riguardo al conflitto nel Kurdistan. 

A map of the country of place

Description automatically generated

Mappa delle aree dove si concentra la popolazione di etnia curda, divisa tra Turchia, Iran e Iraq.

Fonte: https://limbilimbi.altervista.org/kurdistan-questione-irrisolta-100-anni/ 

L’aggressività del governo turco nei confronti della minoranza curda è in gran parte motivata dal timore delle sue dimensioni: i curdi rappresentano infatti un quinto della popolazione turca, composta da 84 milioni di persone nel 2022, e la minoranza di etnia non turca più consistente in Turchia. La potenziale forza politica curda unita è stata riconosciuta come una forza destabilizzante per il governo di Ankara a partire dalla sua istituzionalizzazione moderna nel 1923 con il Trattato di Losanna. Il potere centrale turco ha da subito tentato di disinnescare le pulsioni centrifughe tramite un’assimilazione imposta delle comunità curde presenti sul territorio nazionale. La tensione irrisolta e la disperazione della popolazione curda si riversa nella violenza: con la fondazione nel 1978 del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un’organizzazione riconosciuta come terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, attentati kamikaze con vittime anche civili hanno profondamente scosso la sicurezza della stessa Turchia. La violenza di membri della minoranza curda non fa che aggravare la reazione degli Stati ospitanti, inasprendo il circolo vizioso e violento anno dopo anno. 

Nel caso della Turchia tuttavia, la presenza curda, prevalentemente concentrata nel sud-est del paese, è stata spesso identificata come una forza divisiva per il programma di assimilazione culturale fondato sull’identità turanica e promosso dal governo di Erdoğan. La repressione dell’identità culturale curda e l’implementazione di politiche nazionaliste hanno infatti seguito un andamento di diretta proporzionalità. Talvolta definiti “turchi di montagna” per ristabilire un legame con la maggioranza etnica turca se non completamente rimossi dalla coscienza turca come a seguito del divieto di utilizzare la lingua curda del 1934, il diritto alla partecipazione politica della minoranza è garantito dalla Costituzione, sebbene venga limitato nella pratica. È rilevante l’esempio di Selahattin Demirtaş, avvocato e attivista curdo, che nonostante abbia superato la soglia di rappresentanza in parlamento del 10% nel 2015 con il partito filocurdo Hdp (Partito democratico dei popoli), è stato arrestato un anno dopo con l’accusa di essere affiliato con il PKK. I rapporti tra la minoranza curda e il governo di Ankara hanno subito un progressivo peggioramento nel corso dello scorso decennio, tramutandosi da una forzata sopportazione in aperte ostilità, in modo apparentemente improvviso. Durante la campagna elettorale del 2015, il Presidente turco Erdoğan visitò la più grande città a maggioranza curda del paese, Diyarbakır, e tenne in mano una versione in lingua curda del Corano mentre invitava i curdi ad unirsi dietro “una nazione, una bandiera, una madrepatria e una religione”. A distanza di pochi mesi, il conflitto latente si è riacceso dopo una tregua durata due anni: giovani militanti curdi hanno preso il controllo delle città del sud-est del Paese mentre l’esercito turco ha reagito, imponendo intere città sotto coprifuoco 24 ore su 24 e bombardando aree residenziali. Il conflitto tra l’esercito turco ed il PKK ha causato più di 6’500 vittime dal 2015, con picchi di violenza tra il 2015 ed il 2016, diminuiti moderatamente nel corso degli anni. Il conflitto è continuato anche a causa del vasto supporto da parte dei turchi per le operazioni militari contro il PKK; e la crescente attività nella regione è documentata dalla moltiplicazione degli avamposti turchi nel vicino Iraq, aumentati del 150% negli ultimi due anni

Il consenso popolare guadagnato dal governo turco per le sue azioni dimostra un programma di comunicazione effettivo, basato non solo sulla volontà di mettere in sicurezza il sud-est del Paese, ma anche di rivendicare la centralità dell’etnia turanica sulle altre. Capitalizzando sulla divisione della sua più grande minaccia interna tra i suoi vicini, la Turchia si preoccupa di imporre l’ideologia di Stato basata sul nazionalismo turco per mantenere il controllo sulle regioni vicine. L’azione di Ankara in Kurdistan dimostra dunque l’interconnessione tra l’aggressiva politica estera turca e l’ideologia nazionale fondata sul primato dell’identità turanica, lasciando irrisolta la drammatica vicenda curda. 

Martina Canesi

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