La versione di Kissinger: quattro consigli dal Novecento

Ventisei anni dopo la caduta del muro, Henry Kissinger è con Fidel Castro l’ultimo degli illustri testimoni del Secolo Breve e, forse, il più influente tra i pensatori di politica estera a memoria d’America. Lo sa bene il professor Niall Ferguson, che all’ex Segretario di Stato ha dedicato una biografia intellettuale dal titolo provocatorio (Kissinger: 1923-1968: The Idealist, Penguin Press, 2015) e un ragionato omaggio sulle pagine di Foreign Affairs che vi invitiamo a leggere.

La versione di Kissinger: quattro consigli dal Novecento - GEOPOLITICA.info (cr: Alfred Eisenstaedt / Getty Images)

Nel sentito comune Kissinger è immediatamente associato al realismo, “una fredda filosofia politica ossessionata da un incessante desiderio d’ordine a spese dell’umanità” secondo le parole del giornalista Anthony Lewis. Quali che siano le opinioni personali in merito, sostiene Ferguson, difficilmente l’autore de L’arte della diplomazia può essere considerato tout court un esponente di questa corrente di pensiero.

Non si intende con questo avvicinarlo alla più rigorosa tradizione wilsoniana, che a lungo ha paragonato a una ricerca incosciente di grandi ideali capace solo di condurre a una paralisi della politica estera, eppure sulle stesse capacità e potenzialità del realismo più ortodosso nutrì sempre forti riserve. Del resto, i responsabili di quell’appeasement verso Hitler i cui fallimenti costrinsero lui, ebreo tedesco, a fuggire in America consideravano se stessi come “attenti realisti”, maestri dell’antica tradizione del balance of power, come ebbe modo di confermare in un’intervista del 1957.

Al contempo, fin dai tempi di Harvard e dei suoi studi su Kant, non cessò mai di professare ai suoi interlocutori la profonda avversione che nutriva per il materialismo storico, un’ostilità per il determinismo economico capitalista che correva di pari passo con il rifiuto per ogni forma di marxismo-leninismo. Mai nel corso della Guerra fredda condivise le opinioni di chi, come Walt Rostow, riteneva che l’Occidente avrebbe potuto prevalere sull’Unione Sovietica fintanto che i tassi di crescita delle sue economie sarebbero rimasti superiori a quelli del blocco comunista.

Dalla sua quasi secolare esperienza oggi il Presidente Obama, unico finora tra i successori di Eisenhower a non essersi avvalso delle sue consulenze, potrebbe trarre almeno quattro insegnamenti.

LEGGI L’ARTICOLO