La vendetta dei confini e l’incertezza geografica ai tempi del coronavirus

Siamo stati abituati a dare per scontata l’apertura globale, l’assenza di confini, la globalizzazione nella sua più intima essenza. Ora un virus dalle minuscole dimensioni mette in crisi il nostro intero assetto mentale, così come le dinamiche politiche ed economiche mondiali.

La vendetta dei confini e l’incertezza geografica ai tempi del coronavirus - Geopolitica.info

 

Il coronavirus ci mette di fronte alle fragilità della società aperta, mostra le crepe enormi e difficilmente ricomponibili di un mondo che ritenevamo certo anzitutto nella possibilità di varcare ogni confine.

Ha infatti riportato a galla, in tutta la loro virulenza e “ancestralità”, i confini, le divisioni, le barriere, contro cui movimenti e persone si sono scagliati negli ultimi decenni. E mostra quanta incertezza sia insita nella geografia della globalizzazione. È stato così nella sua fase incipiente della prima età moderna, quando i viaggi di scoperta avevano scardinato il sistema geopolitico premoderno e ridefinito gli assetti mondiali, e nell’ondata successiva alla guerra fredda, nell’apertura globale che ha fatto perdere i punti di riferimento e le garanzie, pur instabili, dell’assetto bipolare.

Il comun denominatore della globalizzazione nei due periodi menzionati – ben lontani temporalmente l’uno dall’altro – sta proprio nell’assenza di certezze. È l’incertezza che oggi drammaticamente viviamo nella epidemia del coronavirus: un vacillamento delle garanzie esistenziali, delle sicurezze personali che avevamo hobbesianamente affidato allo Stato. Questo doveva essere il custode della sicurezza dei cittadini attraverso il controllo dei confini e – in parte – della libertà personale, per il mantenimento dell’ordine interno.

Negli ultimi decenni, sull’onda lunga dell’abbattimento del Muro di Berlino – di cui abbiamo celebrato l’anniversario solo quattro mesi fa – si è invece fatta sempre più avanti l’idea di una necessaria caduta delle barriere tra gli Stati, dei confini tra gli uomini, delle misure di controllo e delle politiche di sicurezza.

SI è pensato, prendendo spunto da autori come Francis Fukuyama o Kenichi Ohmae, che la fine del socialismo reale e dei regimi autoritari avrebbe aperto la strada al libero mercato e, con esso, all’assenza dei confini tra gli Stati. Che la finanza avrebbe garantito un futuro migliore per tutti gli uomini, superando la logica politica e andando oltre i confini che gli uomini avevano stabilito per mezzo dell’entità politica uscita vincitrice da secoli di confronti: lo Stato nazionale.

È invece oggi in atto la vendetta dei confini.

Si è messo in discussione l’impianto delle pur fragili certezze che avevano garantito l’esistenza politica degli Stati nel corso dei secoli e oggi, dopo pochi giorni del minuscolo e contagioso virus, stabiliamo confini laddove fino a ieri non pensavamo di poterli nemmeno immaginare (tra regioni dello stesso Paese!), se non dal punto di vista amministrativo. Abbiamo tenuto sotto scacco i confini e oggi assistiamo al loro riemergere furioso, furibondo, fuori controllo – eppure, al tempo stesso, in apparenza necessario in tempi di crisi proprio per garantire la sicurezza collettiva.

La loro originaria funzione era proprio questa: stabilire il dentro e fuori, demarcare delle differenze (e certo, questo ha comportato anche non pochi problemi), ma anche dei limiti d’azione allo Stato e alle sue funzioni essenziali: mantenere l’ordine interno e lo stabilimento della sicurezza dei cittadini. Oggi, dopo averli demonizzati, ponendoli al di sotto di questioni economiche o umanitarie ritenute superiori, siamo costretti a marcarli nelle suddivisioni regionali, che fino a poche ore fa erano meramente amministrative, virtuali, di fatto pressoché impercettibili ai nostri occhi. Si è perseguita la via di un mondo aperto a tutto – paradossalmente anche ai virus –, si è trascurata la dimensione nazionale, e oggi ci ritroviamo a stabilire non solo frontiere intraregionali, ma anche barriere personali serratissime.

Dal mondo globale a quello chiuso delle nostre case, delle mascherine che precludono sguardi e sorrisi, della diffidenza reciproca e della chiusura addirittura nei nostri domicili. Si è resa evidente, nella tragicità della condizione dell’uomo moderno, l’incertezza insita nel processo stesso di globalizzazione, di apertura forzata e di mancanza di limiti, che in assenza di alternative avrebbero dovuto mantenere la loro funzione, quantomeno essenziale, minimale, basilare.

È un momento critico perché si è messo in crisi il sistema-Stato, che infatti in un momento come questo quasi sembra aver cessato di garantire le sue funzioni essenziali: i disordini nelle carceri stanno a indicare la gravità della condizione di incertezza, che colpisce tutti, questa volta sì, senza barriere. Il virus, nato non casualmente nella Cina di un regime dittatoriale che – stando a fonti attendibili – ha manipolato informazioni, impedendo un contrasto netto al dilagare del fenomeno, ha creato una condizione in Italia di stato di eccezione schmittiano.

Tempo e spazio sono rappresi e si mostrano rallentati. Esattamente al contrario del mondo globalizzato, che invece li vuole accelerati e a ritmi frenetici.

È un momento critico nel quale riemerge la soluzione proposta dallo stesso Carl Schmitt, relativa cioè alla capacità della politica di prendere decisioni: per ristabilire certezze e assicurare le sue funzioni ai cittadini. Per ripristinare quelle certezze che appartengono allo Stato e che, dopo essere state rapidamente accantonate, stanno riemergendo come mai avremmo pensato.