La Turchia nei Balcani: un soft power di lungo respiro

In seguito agli scontri nel Nagorno-Karabakh, la presenza turca nel Caucaso ha destato un rinnovato allarme presso la comunità internazionale per gli interessi economici e politici nella regione. Tuttavia, la Turchia non ha mai smesso di interessarsi anche ad un’altra area: i Balcani Occidentali, in cui il confronto con Russia ed Unione Europea è costante. In questo articolo, ripercorriamo gli sviluppi che hanno portato la Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan a modificare (almeno in parte) la politica estera della “Strategia Profonda”, ideata tra gli anni ‘90 e attuata a partire dal 2002 dall’ex primo ministro Ahmet Davutoglu.

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La dottrina Davutoglu

L’ex Ministro degli Esteri Davutoglu riuscì a tradurre nel linguaggio delle relazioni internazionali la teoria del Neo Ottomanesimo. Secondo questo concetto, l’attuale Turchia ha una responsabilità di protezione e di promozioni dei valori comuni nei confronti di quelle aree un tempo sottoposte al giogo dell’Impero ottomano. Tale teoria ha fatto in modo che Ankara individuasse nella Bosnia-Herzegovina di Bakir Izetbegovic, nell’Albania di Edi Rama e nel Kosovo di Hashim Thaçi, gli alleati ideali per la promozione della cosiddetta “Strategia profonda” turca. Questa strategia si sarebbe dovuta concretizzare in una duplice maniera: da un lato, attraverso la diffusione dei principi religiosi, culturali, storici ed economici grazie al TIKA (l’Agenzia Turca per la Cooperazione) fondato nel 1991 e, dall’altro, l’accentramento del potere nella figura di Erdogan e nel controllo della diplomazia da parte del partito AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo).

Nonostante l’intento di trasformare il soft power nazionale in uno strumento di minaccia e di pressione sugli altri due rivali presenti nei Balcani (Unione Europea e Russia), la politica estera turca ha affidato la sua influenza quasi esclusivamente nel pragmatismo del presidente Erdogan.

Erdogan come intermediario nei Balcani

Nella politica estera turca i legami economici hanno assunto un peso maggiore rispetto ai valori comuni. Ne sono un chiaro esempio l’incontro del 30 gennaio 2018 a Istanbul tra Erdogan, il presidente serbo Vucic e il membro musulmano della presidenza di Bosnia-Erzegovina Izetbegovic, in cui si è discusso riguardo la ripresa dei lavori lungo l’autostrada tra Belgrado e Sarajevo, i cui cantieri sono stati ufficialmente inaugurati nell’ottobre 2019. In quest’occasione, il ruolo di mediatore di Erdogan è apparso proficuo sia per l’allentamento delle tensioni politiche tra i due Stati, sia per trattare di futuri investimenti turchi nella regione. Il sodalizio con la Serbia sta assumendo maggiore importanza dal punto di vista prettamente commerciale: il 25 settembre si è tenuto un ulteriore incontro tra i due capi di Stato per approfondire il tema delle infrastrutture e degli investimenti turchi in Serbia. Nella conferenza stampa al termine dell’incontro, Vucic ha espresso grande fiducia nei futuri sviluppi dei rapporti con la Turchia. Inoltre, rispetto agli incontri con il presidente del Kosovo Thaçi (di cui l’ultimo risale al 21 settembre) dove la vicinanza religiosa, politica ed economica si è cementata grazie anche al repentino riconoscimento turco dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia nel febbraio 2008, è interessante notare come il filo conduttore delle relazioni tra la Turchia e gli stati Balcanici sembri essere in realtà il fattore economico e non la comune appartenenza all’ex impero ottomano.

Quanto è presente la Turchia nei Balcani?

I dati riportati dal rapporto dell’ECFR (European Council on Foreign Relations) del marzo 2019 mostrano come il principale partner economico-commerciale che investe maggiormente nei singoli paesi dei Balcani Occidentali sia l’Unione Europea, seguita da Cina, Russia e Turchia. La stessa politica di controllo degli investimenti attraverso il TIKA non ha raggiunto il suo obiettivo di direzionare le politiche balcaniche per mezzo dell’AKP. Infatti, la Turchia sostiene implicitamente chiunque vinca le elezioni, compreso un presidente ortodosso. La politica estera turca non si è schierata nelle elezioni parlamentari in Montenegro e in Macedonia del Nord; e con l’eccezione dell’Albania, del Kosovo e parte della Bosnia, le minoranze musulmane che interessano alla Turchia sono troppo limitate per influire sugli investimenti turchi nell’area.

Sembra quasi come se la manifestazione di interessi e l’esaltazione degli investimenti turchi nei Balcani servano più ad affermare il ruolo di Erdogan in patria e a giustificare i discorsi dell’AKP, che rintracciano nella storia dell’impero ottomano “il potere potente, benevolo ed equo che fornisce beni e servizi ai suoi sudditi per migliorare il loro destino.” Infatti, solo il 18% del budget totale degli aiuti TIKA è indirizzato ai Balcani: un investimento non eccezionale per lo sviluppo di questi paesi.

Un ulteriore elemento di analisi può essere individuato nel settore della difesa, dove si rintraccia un legame tra Turchia e Albania: entrambi sono membri NATO. Per questo motivo, la politica estera della Turchia nei confronti dell’Albania si basa principalmente sulla idea che l’Albania sia l’avamposto strategico perfetto per il rilancio della Turchia nei Balcani.

La lotta al gulenismo come trade-off religioso ed economico

Il fallito tentato golpe del 2016 e l’accusa di sostegno da parte dell’imam Fethullah Gülen ha innescato una vera e propria “caccia alle streghe” degli adepti in tutta Europa, compresi i Balcani occidentali, dove si sono registrate intimidazioni, rapimenti e sparizioni di cittadini turchi. I legami personali di Erdogan con Vucic, Thaçi, Izetbegovic e altri leader dei Balcani occidentali sono importanti sia per i fattori economici sia per il rafforzamento della sua immagine di leader globale in patria. I leader della regione hanno compreso l’importanza di questo aspetto per il pubblico nazionale dell’AKP e sono stati più volte accondiscendenti nei confronti delle pretese turche. La lotta dell’AKP contro le reti globali e le attività dei Gulenisti nei Balcani occidentali continua ad essere una priorità per Erdogan, come ad esempio l’estradizione di sei esponenti gulenisti dal Kosovo nel 2018, nonostante il primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj avesse dichiarato di non essere stato informato dell’operazione. La questione è un tema sempre presente negli incontri bilaterali e per il sostegno allo sviluppo tra Turchia e i singoli stati balcanici.


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Le relazioni di mutuo sostegno culturale e religioso si sono evoluti in rapporti economici, dove la Turchia tenta di porre su di sé maggiori attenzioni da parte dei partner balcanici attraverso il richiamo di una comune unità imperiale. Tuttavia, la “strategia profonda” attuata da Ankara appare lacunosa sul piano degli investimenti e concentrata nelle mani del presidente Erdogan e del partito AKP. Nel frattempo, i rivali geopolitici nell’area (UE, Cina e Russia) non mostrano un particolare timore nei confronti del soft power turco.

Letizia Storchi
Geopolitica.info