La Turchia e la sua prima centrale nucleare

Fin dall’iniziale insediamento di Erdogan, la Turchia ha posto tra i suoi obiettivi primari l’indipendenza energetica ed il controllo delle risorse energetiche dell’area mediterranea e medio-orientale. Le aspirazioni turche, tuttavia, prima con il gas naturale, ora con il nucleare, si scontrano con la realtà del necessario ed “ingombrante” intervento russo.  La costruzione della centrale di Akkuyu costituisce un tassello importante per i piani geopolitici e mostrerà se Ankara potrà realmente agognare a quel ruolo di leadership che insegue da tempo.

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Il progetto di Akkuyu

Nell’ambito di un accordo intergovernativo tra Mosca ed Ankara del maggio del 2010, si colloca il progetto della centrale nucleare di Akkuyu, la prima della storia turca. Il progetto russo-turco, sotto l’egida dell’azienda statale russa Rosatom, prevede una capacità di 4800 megawatt assicurata da quattro reattori VVER1200.

Mentre la supervisione scientifica spetta all’Istituto Kurčatov di Mosca, si individuano per il resto del progetto succursali dirette del colosso statale di cui sopra: Atomenergoproekt progettista generale dell’impianto, Atomstroyexport per la costruzione e TVEL per rifornire i reattori dell’uranio necessario.

La preparazione del sito, collocato nella provincia di Mersin, ed i relativi lavori, sono stati avviati nel 2013 e non hanno risentito nemmeno delle forti tensioni che hanno coinvolto i due paesi nella regione siriana, dove, dallo scoppio della guerra civile nel 2011, da un lato la Russia ha appoggiato il regime di Bashar al-Assad con cui ha molti legami, dall’altro lato la Turchia sostiene i ribelli, che sin da subito ha cercato di utilizzare per far ricadere sotto il suo controllo la fascia territoriale siriana con essa confinante. Nonostante ciò, nel 2018, alla presenza di Putin e Erdogan, è partita la costruzione del primo reattore ed esattamente due anni dopo quella del secondo. Poi, entro il prossimo autunno, è attesa l’approvazione della licenza da parte dell’ente regolatore turco per Akkuyu -3 e -4. Il completamento dei lavori per il primo impianto è previsto per il 2023, mentre per le altre tre unità si dovrà aspettare fino al 2025.

Geopolitica energetica russa

L’ambizioso progetto dimostra ancora una volta come la compagnia statale russa dell’energia atomica, Rosatom, stia tentando di dispiegare tutta la sua energia espansiva dall’Africa all’Artico, dal Bosforo al Bangladesh. Bisogna necessariamente sottolineare come l’export di nuovi impianti in tutto il globo, con annesse tecnologie e know-how, rappresenta un forte strumento di influenza geopolitica per rafforzare la propria presenza in molti mercati emergenti. Infatti, nell’ultimo ventennio, il Cremlino ha sostenuto con forza i piani nazionali ed internazionali della propria industria nucleare, che vanno ben oltre scopi meramente lucrativi. Ricordando che  la voce “energia” rappresenta il 70% delle esportazioni russe in Turchia, coprendo circa il 60% del fabbisogno anatolico, è possibile dunque rilevare che i rapporti tra le due potenze non si fermano più solo al gas naturale, risorsa su cui hanno comunque investito tanto con la realizzazione dei gasdotti Bluestream e Turkstream.

Le aspirazioni di Erdogan

Le aspirazioni tecnologiche e energetiche di Erdogan restano, tuttavia, limitate sotto molti aspetti. Le prime critiche provengono da alcuni analisti russi, principalmente in merito all’eccessiva dispendiosità del progetto ($20-22 miliardi totali), all’assenza di un divieto assoluto di nazionalizzazione delle centrali nucleari e alla rilevante sismicità della penisola anatolica.  In secondo luogo, si rileva che il 93% del finanziamento è interamente garantito da Rosatom e sostenuto da banche russe, il che di certo solleva Ankara da pesanti obblighi finanziari, ma a sua volta la obbliga a osservare un prezzo dell’elettricità fisso e doppio rispetto ad altri progetti nucleari russi ($0,12 per kWh per 15 anni), che esclude l’inflazione del dollaro e le fluttuazioni del mercato globale e del tasso di cambio. In tutto ciò è necessario inoltre aggiungere l’effettiva domanda di elettricità dalle centrali, considerando la scarsa vocazione industriale della regione. Benché i dubbi sollevati siano rilevanti, i lavori proseguono. L’interesse turco verso il nucleare è crescente come dimostra il fatto che Ankara, recentemente, aveva già annullato un accordo con un consorzio a guida giapponese per costruire una seconda centrale nucleare a Sinop, nel nord del Paese.  Tale progetto era venuto meno poiché non si era soddisfatti degli studi di fattibilità, tempistiche e prezzi, senza comunque escludere l’eventuale futura realizzazione  con un altro partner.


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Ankara e la geopolitica energetica

Si può senza dubbio affermare, quindi, che la realizzazione di tale centrale nucleare non costituisce altro che un ulteriore tassello nel mosaico geopolitico della Turchia. Infatti, rammentiamo che è stato sempre più crescente negli ultimi anni l’attivismo turco nel mare nostrum, con l’obiettivo di assurgere a un ruolo di primo piano nella ridefinizione degli equilibri geopolitici regionali, trovando il suo punto focale nella politica energetica. Sostanzialmente, la Turchia vuole aumentare la propria capacità di acquisizione del gas sia per motivazioni di ordine egemonico, sia economico, esportando verso altri mercati. Questa posizione di hub energetico le permetterebbe  di condizionare parte delle decisioni relative all’area del Mediterraneo e del Medio Oriente e la costruzione di centrali nucleari consentirebbe al paese di essere indipendente e dedicarsi esclusivamente all’esterno. Nell’ambito di questa strategia devono essere lette non solo l’azione di Ankara con riferimento alla questione delle perforazioni nella Zona economica esclusiva (ZEE) della Repubblica di Cipro, e in parte le cicliche escalation delle tensioni con la Grecia, ma anche l’accordo del 2019 tra Erdoğan e il Governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj che ha fissato il confine delle ZEE tra Turchia e Libia, comprendendo anche zone marittime che la Grecia, sulla base della United Nations Convention on the Law of the Sea(UNCLOS), aveva in precedenza definito come parte della propria ZEE. Infine, le ultime mosse di Ankara potrebbero poi essere considerate come preparatorie per l’opposizione alla costruzione, prevista entro il 2025, del gasdotto EastMed.