La Turchia e la dottrina della Patria Blu quale utile strumento per spiegare le sue politiche assertive nell’area Mediterranea con la riscoperta del potere del Mare

Le relazioni tra Stati e gli equilibri all’interno della regione Mediterranea, intesa nell’accezione allargata sviluppata dalla Marina Militare Italiana e ripresa dal MAECI, che centrata nel bacino del Mare Nostrum si estende dal Golfo di Guinea all’Oceano Indiano, considerando tutta la fascia africana del Maghreb e del Sahel, il Corno d’Africa, ed il Medio Oriente, Mar Nero, Mar Caspio e Artico, stanno cambiando.

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Con particolare riferimento all’area del Mediterraneo orientale, ci si trova di fronte ad una ridistribuzione interna del potere, forse accentuata e caratterizzata dalla percezione del disimpegno USA a causa della sua politica di retrenchment. Proprio in tale area regionale, tra gli Attori Statuali più attivi e assertivi con ambizioni forti di leadership che giocano un ruolo chiave spicca la Turchia per il perseguimento della c.d. corsa a riempire il vuoto. Il suo cambio di approccio alla politica estera può essere assoggettato principalmente a due fattori: la vision del Presidente Erdogan in termini sia di preferenze politiche e sia di un’agenda politica semi-fondamentalistica con relative aspirazioni neo-ottomane, e al fatto che è cambiato il Sistema Regionale di appartenenza. Elementi questi da unire alla percezione della possibilità di non ingresso in UE. Analizzando più in dettaglio il secondo punto in termini spaziali, preme evidenziare come la vicinanza di Paesi geograficamente prossimi, quali Iraq (che rappresenta il terzo mercato di sbocco per le merci turche) e Siria in cui vi è presente una forte instabilità, possa rappresentare una vulnerabilità ed una minaccia stessa all’ordine interno, soprattutto se si esaminano le peculiarità etnico-culturali di tali popoli.

Questo fattore porta alla c.d. “sindrome di insicurezza” che produce, di fatto, un mutamento nel SI, ovvero l’alterazione delle gerarchie di potere e di prestigio derivanti dall’effetto del mutamento nella configurazione spaziale del sistema regionale. La politica estera, che mira ad espandere la sua sfera di influenza, dalla Libia al Medio Oriente includendo l’Azerbaigian, comprende e si basa sulla componente marittima, che trova i suoi caposaldi nella dottrina Mavi Vatan, in italiano “Patria Blu”. Cominciare dal mare è emblematico, le grandi potenze della storia hanno mirato al controllo dei traffici marittimi e la Turchia l’ha riscoperto e dunque impiega il suo strumento aeronavale in tal senso, dislocandolo in Mediterraneo Orientale, dove il retrenchment americano ha un peso più rilevante a causa dell’instabilità che sta creando, e nel Mediterraneo Centrale per tutelare i propri interessi nazionali (con specifico riguardo al caso libico). A questo carattere di instabilità, è necessario aggiungere, la scoperta di vasti giacimenti di gas nell’area orientale che fa ergere il Mare Nostrum come una posta in gioco ricca di beni immateriali e di interessi strategici. Tali giacimenti che potrebbero presentare un’enorme possibilità per lo sviluppo regionale e la cooperazione tra i Paesi rivieraschi attraverso la creazione di una interdipendenza economica, evidenziano invece delle nette divisioni tra loro che spingono gli stessi Paesi a creare una rete di alleanze e comportamenti più o meno assertivi per raggiungere lo scopo. Questi ostacoli alla cooperazione sono dovuti proprio al timore dell’inganno e dalla sensibilità ai vantaggi relativi rispetto a quelli assoluti.

Ma nello specifico su cosa si basa la dottrina “Patria Blu”? Innanzitutto è bene precisare che sia nata nel 2006 a cura dell’Ammiraglio Cem Gurdeniz e come agli albori facesse riferimento alla definizione delle aree di giurisdizione marittima turca. Ora il suo punto di forza e centro di gravità è il fatto che si sia trasformata in una vera e propria agenda politica che Erdogan intende seguire. Si basa su tre pilastri, il primo è relativo all’aspetto marittimo della Turchia e della sua importanza per il futuro del Paese che vede al centro, come cuore pulsante e locomotiva, la sua Marina Militare; il secondo, invece, è attinente alle aree marittime di giurisdizione che sono state definite nel Mediterraneo, Mar Nero ed Egeo a prescindere dal fatto che esse siano state riconosciute o meno a livello internazionale. Mentre il terzo è quello connesso alla dottrina marittima, che può essere definito come il cervello dell’intera operazione di “conquista” egemonica turca. In particolare, definisce come salvaguardare, difendere e sviluppare i propri interessi nazionali nelle aree succitate seguendo un approccio integrato e multidisciplinare dell’intero comparto Sistema Paese. Quest’ultimo elemento è considerevole per quanto concerne l’aspetto della blue economy, quindi non solo su mare ma anche su terra con lo sviluppo di una efficace rete portuale e infrastrutturale. Di fatti, i porti, indipendentemente dalla loro posizione strategica, intesi come infrastrutture in grado di accogliere e mantenere una grande forza marittima in senso lato (ossia militare e commerciale), proiettare in alto mare la forza militare in modo sicuro e con facilità e non ultimo di sostenere la capacità expeditionary e di proiezione delle forze, rappresenta il potere offensivo dell’apparato militare del Paese. Inoltre, in tale dottrina l’industria militare riveste un’importanza strategica indispensabile poiché è quella che permetterebbe di essere autonomi ed indipendenti dall’esterno per il soddisfacimento dei requisiti dei propri assetti militari. In sintesi, la geopolitica marittima rimane anche quale concetto con il quale si può concepire e spiegare la politica marittima, intesa non solo nel ramo militare ma anche in quello civile. Ulteriormente, viene ribadito come il perseguimento di tale dottrina non derivi dal numero di navi da guerra ma bensì dal supporto della rete industriale che vi è alle spalle. Esempi a riguardo sono quelli relativi alle corvette costruite nel 2011 dall’industria della difesa e gli UAS (Unmanned Aircraft System) impiegati in teatro libico, siriano e non ultimo nel corso della guerra tra Nagorno-Karabakh del 2020. La dottrina, velatamente, evidenzia come non vi sia bisogno di avere al fianco gli alleati per poter raggiungere i propri interessi e fini.

Quest’ultima idea è, peraltro, maturata in maniera forte a seguito del mancato supporto e sostegno degli Alleati al governo di Ankara nel corso del tentativo di colpo di Stato avvenuto nel 2016, dove ancora oggi molti politici pensano che dietro tale azione vi fossero anche Paesi Occidentali. Pertanto, in tale dottrina viene enfatizzato come siano gli interessi nazionali a guidare tutto e quindi il fatto che si tratti nient’altro che di geopolitica. Ma ciò non significa che la Turchia sia pronta a lasciare la NATO per rimettersi completamente nelle braccia dei russi. Analogamente, il discorso inverso vale allo stesso modo per l’Alleanza Atlantica che non ha nessuna intenzione di perderla, anche perché è conveniente avere al proprio interno un Paese a maggioranza musulmana per affermare i suoi valori di uguaglianza e parità. Il riavvicinamento alla Federazione Russa, seppur funzionale alla sua geopolitica, rappresenta una forte ragione di ossessione e preoccupazione per la Turchia, che ha come obiettivo quello di rendersi quanto più possibile indipendente dal cordone russo coltivando Paesi culturalmente molto più affini come il vicino Azerbaigian. Motivo per il quale è stata “costretta”, e lo sarà sempre più in futuro, a giocare molte partite in termini di proxy war, come in Libia, Siria e come nel conflitto tra Azerbaigian e Armenia dove il suo supporto verso l’amico azero, che finanzia la sua economia, è risultato essere determinante. In definitiva, l’avvicinamento alla Federazione Russa e alla Cina è dovuto solo per tutelare i propri interessi nazionali ed in tale ottica cerca di districarsi tra tale blocco e quello Occidentale. In aggiunta, l’aspetto energetico, al momento, rappresenta la base delle tensioni che si stanno acuendo sempre più con la Francia che aspirava a divenire leader indiscussa in Mediterraneo. Gli aspetti geopolitici di strategico rilievo che si richiamano in tale dottrina possono essere riassunti in tre punti: le risorse energetiche scoperte nelle “aree marittime di giurisdizione” (sia esse del bacino Mediteranneo e sia quello del Mar Nero), il futuro di Cipro del nord, di fatto punto fortemente legato al primo, ed infine il problema di un eventuale porto curdo (che si vuole assolutamente scongiurare).


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Il problema dell’istituzione delle aree marittime ricade in quello più ampio della c.d. “territorializzazione del mare” che necessita di una “tavola rotonda” tra tutti i Paesi rivieraschi per cercare di giungere a soluzioni pacifiche e che siano in linea con gli interessi di tutti. In tale ambito, seppur in maniera circoscritta, gli accordi bilaterali sono funzionali sia ad abbassare i toni e sia per capire verso quale direzione si deve andare, come nel caso degli incontri programmati con il vicino greco. In quest’ultimo caso, i contenziosi più rimarchevoli sono dovuti sia alla proclamazione unilaterale di Cipro SUD della ZEE e sia a delle pretese delle acque antistanti l’isola greca di Castellorizo che si trova a circa 1 miglio da territorio turco. Perciò è doveroso continuare ad impiegare la diplomazia anche perché la stessa sarebbe funzionale sia a Turchia e sia a Grecia. Riponendo il focus sull’approccio olistico, è opportuno portare all’attenzione come esso coinvolga anche i giovani. L’uso efficace dei media, a partire dalla televisione e social network come twitter, ha permesso la sponsorizzazione dell’impiego della Marina turca ed il suo importante ruolo per il Paese con l’effetto voluto e ricercato dell’aumento del patriottismo all’interno delle giovani generazioni e allo stesso tempo ha spiegato e sottolineato le politiche geostrategiche che si stavano intraprendendo e le relative tematiche marittime. Rimangono, infine, due questioni con le quali la Turchia dovrà fare i conti, l’avvento di Biden, molto più legato all’Alleanza Atlantica e ai valori democratici, umani e idealistici rispetto all’amministrazione Trump, e sia alla sua capacità stessa di poter sostenere finanziariamente lo sforzo per portare avanti la sua dottrina. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante in un momento difficile come quello attuale caratterizzato dalla pandemia da COVID 19, dove è fondamentale per la Turchia cercare di mirare ad una notevole “rivoluzione” infrastrutturale puntando, al contempo, ad un’economia solida e soprattutto alla diminuzione del livello di disoccupazione, arrivato nel 2020 al 12.4%.