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La trappola del debito cinese in Montenegro: quali prospettive geopolitiche per l’Unione Europea e la regione?

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Nelle ultime settimane, la regione balcanica è stata scossa dall’ennesimo episodio di ingerenza estera. Per la prima volta un Paese dell’area europea ha avanzato apertamente una richiesta di aiuto per contrastare un grave tentativo di influenza cinese sul suo territorio: ad oggi, il Montenegro è in pericolo di default a causa degli ingenti prestiti concessi dalla Cina per la costruzione di un’autostrada. L’Unione Europea si è già espressa con fermezza riguardo la sua impossibilità di farsi carico di debiti contratti con Paesi terzi. Quali sono quindi le intenzioni cinesi nell’area e quali sono le esternalità che la crisi di un piccolo Stato candidato come il Montenegro può generare nella regione?

Il Montenegro, indipendente dal 2006, può vantare un profilo internazionale particolarmente interessante: dal 2014 è in fase di negoziazione per l’accesso all’Unione Europea e nel 2017 è entrata a far parte della NATO. La sua economia si fonda principalmente sul turismo e la sua posizione di accesso al mare favorisce  l’apertura commerciale tra il Mediterraneo e l’est Europa.  Seppur esca da ben trent’anni di governo del Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro di Milo Đukanović, non si è mai arresa nel cercare un allineamento con le potenze occidentali. Non ha indietreggiato sulla sua posizione neanche quando hanno cominciato a generarsi frizioni con il suo partner commerciale principale, ovvero la Russia. 

Di fatto, non è l’unico Paese della regione che cerca un confronto con l’Ovest: l’Albania è prossima all’avvio delle negoziazioni con Bruxelles, il Kosovo rimane un sorvegliato speciale dei programmi di finanziamento, cooperazione e sicurezza con l’Unione, la Serbia ha già ben che chiuso vari capitoli di negoziazione, la Croazia lavora a pieno regime per unificarsi al più presto con politica monetaria e con Schengen; infine la Bosnia e Erzegovina mantiene piene relazioni sia con l’Unione che con i suoi Paesi membri, specialmente in materia di cooperazione e sviluppo. 

Seppur questo dato possa sembrare scontato, non è di certo trascurabile. Basti pensare al percorso svolto da questi Paesi prima, durante e dopo i conflitti degli anni ’90: hanno sempre dimostrato di non essere  inclini ad allineamenti drastici in politica estera. Persino durante la Guerra Fredda, l’Ex Jugoslavia ha cercato di esonerarsi subito da eventuali giochi di influenze. I primi confronti sono arrivati verso la fine del conflitto in Kosovo, con l’intervento NATO sul territorio e la successiva creazione del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Fino a quel momento quindi la comunità internazionale non aveva rivestito un ruolo particolarmente forte nella regione. Negli anni a seguire, grazie ai numerosi programmi di ricostruzione finanziati dalla comunità europea e da numerosi dei suoi Stati membri, la regione dei Balcani Occidentali ha avuto modo di avvicinarsi maggiormente a questi attori della scena globale e quindi di favorire la creazione di relazioni solide.

È stato proprio il teatro di guerra jugoslavo che, per la prima volta, ha messo di fronte il concetto di stabilità del vicinato. Da quel momento si è sempre più delineato l’obiettivo di armonizzazione con le politiche europee, in particolare in materia di diritti umani. Quello che però è chiaro a tutti è, molto spesso, l’elevato costo del principio di condizionalità dettato dall’Unione Europea in cambio del suo sostegno. Ed è proprio in questo frangente che possono subentrare facilmente attori terzi volti a trovare spazio ed influenza. 

Aprile è stato un mese difficile per il Montenegro. Oltre ad affrontare un duro processo di passaggio delle pratiche dal precedente governo durato su scala trentennale, si è trovato di fronte ad una serie di forze che insistono sul fragile equilibrio del Paese. Tra le principali questioni sul tavolo, il fattore della sovranità è il più riecheggiante. Se da un lato vi è la creazione di una nuova commissione per affrontare la disputa territoriale e marittima ancora irrisolta con la Croazia in prossimità di Prevlaka, dall’altro invece vi è un consorzio Eni e Novatek attivo per indagini di bacini petroliferi a largo delle coste tra Bar e Ulcinj. Nonostante possano già sembrare questioni piuttosto impegnative, il governo si è trovato di fronte ad un enigma ben più consistente.

La battaglia geopolitica per l’influenza nella regione balcanica ha raggiunto il suo apice con lo scandalo della trappola del debito cinese proprio nei confronti del Montenegro. Nel 2014 il governo precedente ha siglato un prestito con la Exlm Bank per il finanziamento di un’autostrada con la China Road and Bridge Corporation. Il contributo ceduto ammonta a l’85% della spesa complessiva dell’opera. L’infrastruttura, che dovrebbe collegare il porto di Bar con la località di Boljare, ad oggi non solo si presenta incompleta bensì rappresenta il progetto di costruzione di un’autostrada più costoso al mondo: 20 milioni di dollari per kilometro. A causa di questa mossa e di altri 54 milioni di dollari di debito per un impianto termo-elettrico, ad oggi la Cina detiene un quarto del debito totale del Paese che a sua volta corrisponde ben al 91.6% del PIL del 2020. 

La semplicità con cui Pechino elargisce fondi a Paesi terzi è ormai nota: a differenza dell’Unione Europea e di altri attori globali, sia nazionali che multilaterali, essa non affonda le sue strategie di influenza sul principio di condizionalità. I prestiti arrivano diretti nelle tasche degli interessati, senza obblighi di allineamento delle politiche ed oltretutto con bassi interessi. Risulta evidente quindi il grande vantaggio apparente nel ricevere supporto economico da una forza di questo tipo. Quello che molto spesso accade è che tale beneficio va a scontrarsi con delle fragilità già intrinseche al sistema quali ad esempio alti livelli di corruzione, instabilità politica e dubbia divisione dei poteri istituzionali. In questo modo, la Cina genera uno sbilanciamento macroeconomico, una dipendenza dal debito e costruisce gradualmente una leva sulle scelte politiche interne del Paese indebitato. Nel portfolio delle trappole del debito attuate dalla Cina, per la maggior parte focalizzate nel continente africano (ma non solo), per la prima volta ne viene assoggettato uno europeo. 

In vista della prima rata con scadenza a luglio, il governo ha deciso di mobilitarsi al fine di rendere visibile alla comunità internazionale quelle che sono le reali strategie cinesi operanti nella regione e contestualmente richiedere un sostegno economico per ripagare i debiti. Così, il Montenegro ha fatto pieno appello all’Unione Europea gridando al lupo e chiedendo aiuto nel risolvere la situazione. La pronta risposta di Bruxelles ha lasciato Podgorica quasi senza speranze.. Il fermo rifiuto dell’erogazione dei fondi necessari all’estinzione dei debiti con la Cina è stato giustificato sulla base delle seguenti argomentazioni:la richiesta economica  risulta sproporzionata rispetto la grandezza dell’economia montenegrina, vi è l’assenza di un vero e proprio meccanismo di finanziamento per situazioni di questo genere e, infine, l’elemento più significativo è la fermezza con cui l’Unione Europea ha dichiarato di non potersi piegare al pagamento di debiti contratti con Paesi terzi. Quello che però ha assicurato è di provvedere a qualche rimborso di spese minori. Nonostante ciò, la diretta conseguenza non potrà prevedere altro che l’emergere di attori terzi focalizzati a colmare il vuoto d’azione europeo ed assumersi un maggior grado di influenza nella regione. 

Il nocciolo del problema non si esaurisce semplicemente nel dove trovare il denaro necessario per ripagare i debiti. Infatti, la parte del contratto riguardo un potenziale caso di insolvenza è poco limpido. Per tale ragione, ad oggi risultano poco chiare le conseguenze pratiche di un mancato pagamento. Nella migliore delle ipotesi sarà da verificare la possibilità di un’eventuale riprogrammazione del debito ma sono aperte anche i ventagli dell’appropriazione di asset e territori statali (come nel caso del Tagikistan e Gibuti). 

Ancora una volta l’Europa pare rivestire un ruolo fondamentale nella regione balcanica, non solo come figura guida quanto anche come punto di riferimento in situazioni di pericolo. La posizione dell’Unione Europea è molto complicata: se da un lato sia particolarmente interessata a mantenere il vicinato sotto la sua influenza, dall’altro, il fatto stesso di piegarsi alle condizioni estreme proposte dalla Cina la farebbero diventare a sua volta succube della grande potenza orientale e meno credibile a livello internazionale. Inoltre, si genererebbe un ulteriore problema: la creazione di un precedente che comporti in futuro la reiterazione del comportamento montenegrino da parte di qualche altro Stato. È anche vero che il suo rifiuto può andare ad intaccare il senso di fiducia che non solo il Montenegro ma anche gli altri Paesi della regione balcanica rivestono nei confronti dell’Unione Europea. Il lungo percorso che molti di questi Stati stanno portando avanti per allinearsi sui fronti richiesti potrebbe, ai loro occhi, risultare vano se in situazioni d’emergenza vedono di non poter contare sul suo supporto. Starà proprio all’Unione Europea e ai suoi Stati membri trovare la formula più efficiente per garantire un appoggio chiaro e saldo alla regione. 

Angelica Vascotto
Geopolitica.info

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