Transizione energetica in Russia: è possibile?

Il Ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha affermato, in riferimento alla crisi attuale del petrolio, che gli idrocarburi nel prossimo futuro rimarranno la principale fonte di energia per la Russia e per il mondo: “E’ certo che stando alle previsioni, lo sfruttamento globale del petrolio si ridurrà. Nonostante ciò, in termini assoluti, l’economia degli idrocarburi resterà la base energetica per i prossimi vent’anni, e non ci sono alternative”. Risulta molto difficile, evidentemente, per un paese come la Russia affrancarsi da una risorsa come il petrolio che rappresenta la principale fonte delle entrate per lo stato.

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Nonostante sia il Paese più grande al mondo e abbia un patrimonio naturale unico, la Russia non è conosciuta per la sua particolare attenzione nei confronti dei temi ambientali, ma proprio questo rende il suo territorio maggiormente sensibile ai cambiamenti climatici rispetto ad altri paesi. Dato particolarmente drammatico è che la Russia è tra i primi paesi al mondo per emissioni di gas serra (5%) dopo Cina, Stati Uniti e India.

Il termine “sostenibile” in Russia non è mai stato popolare sin dagli anni ‘90, ossia sin da quando si iniziò ad utilizzarlo nei Paesi occidentali. Nonostante le motivazioni che si possono considerare, il dato di fatto è che le proteste ambientaliste degli ultimi anni sono state molto ridotte in Russia, se non totalmente assenti. Inoltre, per un paese come la Russia, caratterizzato da ampi territori perennemente ghiacciati, l’innalzamento delle temperature viene visto da alcuni addirittura come un fattore positivo se si considera l’aumento dei terreni coltivabili, delle risorse utilizzabili e l’aumento temporale del periodo di navigabilità della Rotta Transpolare grazie allo scongelamento dei ghiacci.

Quindi la domanda che può sorgere spontanea è quale sia il motivo per il quale i politici russi negli ultimi tempi abbiano iniziato ad avanzare proposte, seppur limitate, di politiche favorevoli alla promozione delle energie rinnovabili.

Tra le varie risposte in effetti, vi è la marginale conoscenza sugli effetti che vi sarebbero con lo scongelamento dei ghiacci perenni, che rischierebbero di sprigionare sostanze, o batteri, ancora poco conosciuti e potenzialmente pericolosi. Lo stesso ex-Capo del Governo, Medvedev, ha dichiarato che proprio queste sostanze metterebbero in serio pericolo lo sviluppo di molti settori chiave come quello dell’agricoltura, ma soprattutto metterebbero in pericolo la sicurezza della popolazione russa. Un aspetto, questo, che se inserito peraltro nella situazione di pandemia globale in cui ci troviamo, risulta essere alquanto rischioso e da evitare. La crisi ambientale in Russia non è una novità, dimostrata anche dal fatto che dall’inizio del 2020 ci sono stati circa 5,600 incendi costringendo il Ministro delle Risorse Naturali e dell’Ambiante, Dmitry Kobylkin, a dichiarare lo stato di emergenza in ben quattro regioni della Siberia. Il cambiamento climatico nel Paese sta avvenendo molto più velocemente rispetto al resto del mondo, con dei tassi d’inquinamento elevatissimi e con ondate di caldo e freddo sempre più repentine.

Quali sono gli interessi?

Un chiaro segno di inversione di tendenza, seppur ancora limitato, oltre l’introduzione nel 2009 di una legge federale sull’efficienza energetica e nel 2010 di una legge federale sul riscaldamento nelle abitazioni, è arrivato proprio a settembre del 2019, quando la Russia ha ufficialmente aderito agli accordi di Parigi. La strategia dietro questo cambiamento di rotta, però, non è legata esclusivamente alla preoccupazione per la salvaguardia dell’ambiente. Molti si sono chiesti chi ci sia dietro questo cambiamento, dal momento che il potere delle compagnie energetiche non avrebbe nessun vantaggio nel permetterlo, oltre al fatto che la Russia possiede attualmente pochissime infrastrutture per una produzione sostanziale di energie rinnovabili. Il settore energetico russo è dominato da colossi statali come Gazprom, Lukoil, Rosneft e Rosatom fortemente legati al potere governativo, che renderebbero molto difficile aprire spazi nella promozione delle rinnovabili. La decentralizzazione del potere è un tema molto dibattuto e avversato, sia dalle autorità, che dai principali attori economici. Risulta evidente quindi, che il cambiamento sia stato avviato con il consenso delle stesse compagnie. Tra i vari possibili motivi che spiegherebbero tale cambiamento vi è quello degli incentivi dati alla riconversione degli impianti più inquinanti in cambio di maggiori sussidi statali, che a loro volta potrebbero favorire un maggior rendimento delle stesse industrie. Ne è un esempio la recente riqualificazione della stazione idroelettrica di Belorechenskaya da parte della Lukoil, che in questo modo ha incrementato dell’80% la produzione di energia elettrica pulita.

Un’altra delle ipotesi è quella che il Presidente Putin voglia sfruttare il momento per favorire una strategia per la diversificazione delle entrate essendo i russi, come d’altronde lo sono i sauditi all’interno dell’OPEC+, fortemente dipendenti dalle esportazioni degli idrocarburi.

Inoltre, c’è anche un altro aspetto riconducibile ad una volontà di espansione della propria influenza che la Russia vuole riacquisire nel mondo e cha sta già perseguendo in diverse aree, come in Medio Oriente e in Africa, attraverso un’azione di persuasione e attrazione a sé. È possibile che un’inversione di tendenza sulle rinnovabili rientri in questa strategia, contrapponendosi in questo senso agli Stati Uniti, che dal 2016 sembrano essersi ormai avviati su una strada di rinuncia alla collaborazione con la comunità internazionale per la lotta al cambiamento climatico, o quanto meno non sembrano attribuirgli particolare rilevanza, dimostrato dalla fuoriuscita di Trump dagli accordi di Parigi.

La competizione del mercato interno

Le fonti energetiche come quella eolica e quella solare sembrano ora essere maggiormente promettenti. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile, le ragioni principali del favorire questo tipo di risorse in Russia risultano essere: lo sviluppo economico e la creazione di nuovo lavoro, lo sviluppo scientifico e tecnologico, il miglioramento ambientale e il rifornimento energetico in zone della Russia dove risulta difficile il trasporto viste le difficili condizioni climatiche e territoriali. Proprio in merito a questa ultima ragione, ci sono regioni sulle coste del Nord, dove portare gas e petrolio ha dei costi talmente elevati che il vento e il sole rappresenterebbero una valida fonte di energia alternativa.

È importante ricordare che nonostante la Russia non sia tra i paesi più all’avanguardia dal punto di vista delle energie rinnovabili, negli ultimi anni sono state costruite fabbriche con impianti fotovoltaici che possono già ora fare concorrenza all’imponente industria cinese, che ha puntato molto sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Secondo la strategia energetica nazionale, l’estremo nord rappresenta in questo senso un’area pilota che potrà rappresentare la base per molti progetti di sviluppo energetico per il Paese.

Fino ad ora, non sono molti gli attori che sono stati in grado di avviare progetti nell’ambito delle energie rinnovabili. Si tratta principalmente dell’azienda statale Rosatom, responsabile dell’energia nucleare, entrata da poco nel mercato delle rinnovabili grazie anche a degli investimenti governativi nell’energia eolica. Oltre a questa ci sono principalmente attori esteri, come la finlandese Fortum, impegnata sia nell’eolico, che nel solare, la danese Vestas, nonché l’italiana ENEL, anch’essa impegnata nell’eolico con ben 3 progetti (Azov, Kolskaya e Rodnikovsky) e divenuta il principale investitore in questo settore.

Il mercato interno russo in questo ambito non è ancora particolarmente sviluppato. Proprio per questo motivo il Governo sta lavorando al fine di stimolare la competizione. Il Cremlino incentiva la produzione d’energia rinnovabile attraverso dei sussidi concessi alle aziende che, proponendo progetti che garantiscono la riduzione maggiore di emissioni di CO2, si aggiudicano delle aste. Tutto ciò rientra nell’obiettivo stabilito dalla Strategia Energetica del governo, di perseguire, entro il 2024, una transizione alle energie rinnovabili pari al 4.5%, anche se alcuni ritengono che questo obiettivo sia raggiungibile non prima del 2030.

Conclusioni

Nonostante gli elementi che possano far intravedere un cambiamento incisivo siano ancora insufficienti rispetto ad altri paesi e sia di fatto impossibile affrancarsi completamente dagli idrocarburi, almeno nel medio termine, la Russia sta lanciando dei segnali importanti.

Da una prospettiva europea, l’Unione non può che vedere positivamente i, seppur ridotti e ancora limitati, cambiamenti in tal senso. La vicinanza tra i Paesi europei e la Federazione russa rende necessario un coordinamento nella gestione dei progetti futuri per l’ambiente a favore della riduzione delle emissioni.

Tutto ciò rientra sicuramente nella più ampia strategia russa di voler aumentare le sue capacità di soft power, riacquisendo quel ruolo di importante soggetto d’influenza geopolitica globale perso successivamente al crollo dell’Unione Sovietica.

Gli idrocarburi sono stati il fondamento del sistema energetico globale per almeno un secolo, avendo ciò contribuito alla costituzione e alla stabilizzazione di un certo sistema delle relazioni internazionali. La transizione energetica che si sta profilando favorisce, e favorirà, una cambiamento radicale nelle dinamiche dei rapporti tra i paesi. L’energia rinnovabile non avrà solo come risultato quello d’invertire la rotta dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, ma ne avrà anche uno molto più radicale. La maggior parte dei paesi potranno aspirare ad una maggiore indipendenza energetica e molte meno economie saranno a rischio a causa del mancato rifornimento energetico da parte dei paesi esportatori. Ciò pone un paese come la Russia in una situazione con cui deve fare necessariamente i conti, essendo la sua economia estremamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Il tutto viene accentuato oggi dalla crisi mondiale causata dal Coronavirus e la conseguente crisi petrolifera che sta mettendo in ginocchio l’intero sistema di produzione, sottolineando l’instabilità che deriva dall’essere troppo dipendenti dal greggio.

La transizione energetica, oggi, sembra essere non più un’esclusiva prerogativa strategica dei Paesi maggiormente sensibili ai temi ambientali, ma piuttosto, sembrerebbe un cambiamento necessario per ragioni che oltrepassano quelle ambientali, arrivando ad investire questioni di natura economica e strategica che avranno come conseguenza la costituzione di un nuovo scenario internazionale.