La tomba di Dio – geopolitica della persecuzione cristiana nel vicino oriente

Giulio Meotti, La tomba di Dio. La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente, Siena, Cantagalli, 2019 – pp. 323, €20

La tomba di Dio – geopolitica della persecuzione cristiana nel vicino oriente - GEOPOLITICA.info Fonte: agensir.it

 

Qual è la reale entità della persecuzione dei cristiani nel mondo e nello specifico in quello vicino orientale? Quale la mappa dei luoghi maggiormente colpiti? Quali le minoranze cristiane che subiscono giornalmente attacchi omicidi tanto da arrivare a parlare di un genocidio in atto? Per quale ragione vengono perseguitati? Davvero la religione è la motivazione principale di tale persecuzione? Qual è la mappa della morte dei Cristiani d’Oriente e, ancor di più, perché viene così pervicacemente ignorata da molti dei media italiani e internazionali?

I numeri del fenomeno sono impressionanti. Si tratta di quella che lo stesso autore, Giulio Meotti, definisce a più riprese una come  pulizia etnico-religiosa. Il suo libro “La tomba di Dio”, da poco uscito per Cantagalli (Siena, 2019), tenta di rispondere coraggiosamente alle domande poste sopra: è un resoconto drammatico della condizione delle popolazioni cristiane nel Vicino oriente negli ultimi anni. Si potrebbe dire di più: è un tragico resoconto, trattandosi di una situazione “irrimediabile”, come l’ha definita la storica Françoise Briquel-Chatonnet, un genocidio che da anni si sta consumando in un certo oblio mediatico.

Meotti – giornalista del Foglio impegnato quotidianamente nella denuncia della persecuzione contro i cristiani – riporta numeri e dati fattuali, dando viva voce alle difficoltà di cristiani e prelati attraverso interviste  e racconti, indagando il problema a fondo e cogliendone le numerose sfaccettature, non trascurando le questioni geopolitiche che ne hanno determinato l’imponente entità. Si tratta di un fenomeno che nel libro viene affrontato nel limitato territorio vicino e medio orientale, ma che ha anche a che fare con altre parti del mondo, come i recenti fatti in Sri Lanka e Burkina Faso ben ci testimoniano. Bernard Henry Levy, proprio a proposito della strage di Pasqua a Colombo, ha parlato di un “un odio planetario” e di “un’onda di morte contro i cristiani” che ormai non ha più confini.

I numeri, in effetti, sono assai più eloquenti dei commenti di illustri studiosi: se solo fino a mezzo secolo fa si contava nel mondo orientale il 15-20% della popolazione cristiana, ora si è scesi al  3-4%. Soltanto in Egitto più di 200.000 cristiani hanno lasciato il paese natale dal 2011; in Algeria si è passati da un milione di cattolici del 1962 ai 30mila di oggi: una quasi totale estinzione che ha fatto seguito alle politiche contro i cristiani. Per essi esisteva solo una possibilità tra la “valigia” e la “bara”, come si ricorda nel libro. È lo stesso processo che avviene oggi in Siria e in Iraq, i contesti maggiormente indagati dall’autore, dove si è assistito negli ultimi anni alla decimazione rispettivamente del 50% e dell’80% dei cristiani, dovuta a fuga o uccisione.

La proclamazione dello Stato Islamico nel luglio del 2014 è stato il momento cruciale di questa ondata anticristiana: si pensi che nella sola Siria, da quando il Califfato è stato proclamato, sono state distrutte o saccheggiate 400 chiese. I cristiani avevano solo tre opzioni sotto il potere della bandiera nera dell’IS: pagare le tasse religiose, convertirsi o morire. Nel 2011 vi erano 1,4 milioni cristiani siriani, oggi ve ne sono 450.000.

L’entità è impressionante e i racconti gettano uno sguardo tragico su tale realtà, che non può lasciare indifferenti. Secondo l’autore, tra l’Oriente e l’Africa 200 milioni di cristiani “sono, nel lungo termine, minacciati di morte. Cristiani messi sulla croce, bruciati vivi, decapitati, murati vivi, convertiti a forza, stuprati…”.

Le testimonianze riportate da Meotti sono innumerevoli e spaventose, come quelle dei sacerdoti che raccontano dei jihadisti che invadono i villaggi, li saccheggiano, li bruciano e devastano fino alla loro estinzione o come le decapitazioni di intere famiglie cristiane. O ancora delle scuole colpite uccidendo i bambini siriani o del cadavere di un cristiano del cimitero della Chiesa di San Giorgio a Karamlesh, a est di Mosul, dissotterrato appositamente per essere decapitato.

Alcuni potrebbero obiettare che le vittime degli attacchi jihadisti non sono solo cristiani: questa lettura non considera però che gli atti di terrorismo si inseriscono anche in contesti bellici – come quello iracheno e afgano degli ultimi quindici anni – in cui si è utilizzato il metodo terroristico per attaccare le forze occidentali, colpendo dunque anche parte della popolazione civile. Altri ancora potrebbero annoverare altri interessi sottesi al terrorismo, asserendo che le questioni più rilevanti siano di natura energetica per l’appropriazione delle risorse naturali o di ingerenze straniere che rendono le diatribe religiose un utile pretesto alla conduzione di guerre. Ma la geopolitica è lo studio delle relazioni spaziali di potere, coinvolge dunque una pluralità di fattori che tengono insieme un quadro complesso e sfaccettato in cui il motore determinante – sebbene non certo l’unico, è evidente – è talvolta quella religioso.

La secolarizzata società occidentale forse ha derubricato troppo frettolosamente gli aspetti religiosi come secondari rispetto ai meri interessi economici, non avendo la capacità di assumere altre chiavi di lettura oltre alla propria. Questa difficoltà di interpretazione fenomenologica complessiva ne ha reso impacciato anche l’approccio risolutivo. Le diversità religiose, nelle complesse dinamiche geopolitiche, dimostrano spesso il contrario.

Lo abbiamo ricordato a proposito dell’ultimo libro di Mosebach sui 21 cristiani copti uccisi dall’Isis, che rivendicava con un video spettacolare quell’uccisione avvenuta contro i membri della “nazione della Croce”, in quanto tali. Basterebbe poi ascoltare attentamente il video-messaggio di Abu Bakr al-Baghdadi, tradotto in italiano per Geopolitica.info, in cui il Califfo fa esplicito riferimento alla lotta contro i cristiani e contro i crociati fin dall’incipit: “la guerra per l’Islam e per la sua gente contro la Croce e il suo popolo sarà lunga. Sebbene la battaglia di Baghouz sia terminata, essa ha dimostrato la ferocia e la brutalità della nazione della Croce contro la Umma musulmana. Al contempo, ha dimostrato il coraggio, la tenacia e la fermezza della Umma musulmana. Tale fermezza ha scosso i cuori dei crociati e ha amplificato la loro lotta e il rancore contro la salda Umma musulmana”. Un richiamo all’unità musulmana sotto il concetto di Umma, oltre a un chiaro incitamento alla guerra anticristiana, che ricorre nel suo video e nelle ultime azioni terroristiche rivendicate dallo Stato Islamico.

Parole e tragici fatti che dimostrano, se ancora ve ne fosse la necessità, che nel mondo si combatte e si uccide anche in nome della religione e contro i cristiani. Il richiamo nel libro è implicitamente costante: non una voce sommessa, ma un grido d’allarme disperato verso un Occidente più impegnato nella tutela delle “rane” e dei “panda”, come sardonicamente e tragicamente ricordano le vittime della persecuzione.

Il libro – che sarebbe stato forse maggiormente completo con mappe e grafici – rappresenta il grido di chi, studiando e riportando giornalmente quanto avviene nel mondo, si accorge che si sta consumando un genocidio contro le comunità cristiane, paragonabili a quelli che oggi l’Occidente ricorda. E tenta con ciò di scuotere le coscienze dei lettori e dei politici occidentali, per cambiare un destino che sembra ormai tracciato: la scomparsa di quelle comunità e, con loro, dell’enorme portato culturale che ha plasmato quei contesti nel corso dei secoli.