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La tensione fra Serbia e Kosovo nel contesto internazionale: un conflitto potrebbe convenire a tutti?

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L’azione armata di un gruppo di circa trenta serbi nel villaggio di Banjska ha portato una nuova ventata di alta tensione nell’area dei quattro maggiori comuni del Nord del Kosovo a maggioranza serba

Un poliziotto kosovaro è stato ucciso in uno scontro a fuoco nella notte di domenica 24 settembre, dopo la segnalazione di un blocco stradale organizzato con due camion privi di targa che rendevano impossibile il passaggio su un ponte che conduce al piccolo centro. Gli scontri nella zona si sono prolungati per tutta la giornata, fino a quando tutti i componenti del gruppo, definiti dal primo ministro kosovaro, Albin Kurti, “professionisti del crimine, mascherati e pesantemente armati”, si sono barricati nel monastero ortodosso del villaggio. Negli scontri a fuoco tre di loro hanno perso la vita, prima che venisse ristabilito un minimo di ordine. 

Come ha scritto nella sua newsletter l’esperto economista Branko Milanovic, viene da porsi la domanda sul perché la tensione crescente fra Serbia e Kosovo è un brutto segnale a livello globale. Come mai l’ordine mondiale attuale dovrebbe dipendere da una disputa riguardante un territorio grande la metà del Lussemburgo, con una popolazione all’incirca di 70.000 abitanti, per un’area che, anche dal punto di vista della Serbia, sembra marginale in termini numerici? La risposta è semplice e in linea con dinamiche che di nuovo hanno solo i protagonisti che le vivono. Infatti, le nazioni piccole possono raggiungere i propri obiettivi, molto spesso, solo con l’aiuto e a volte il sostegno delle grandi potenze, che vedono tali conflitti come prove del loro potere. Le cronache di quanto sta accadendo in Nagorno-Karabakh sono la prova plastica di quanto appena scritto. Nel 1994 l’Armenia vinse la guerra grazie al sostegno della Russia, incontrastata nel vuoto geopolitico regionale in un mondo che aveva da poco visto la fine della guerra Fredda; un paio d’anni fa, l’Azerbaigian con una guerra lampo ha preso il sopravvento militare sull’enclave armena, grazie alla copertura politica e militare della Turchia – membro Nato – e all’assenza di altri attori internazionali, Russia in primis, ma anche di Stati Uniti e Occidente più in generale. 

Com’è noto, in quel piccolo fazzoletto di terra nel sud-est europeo sono quattro gli attori in gioco, che rischia di trasformarsi in miccia: Kosovo, Russia, Nato e Serbia. L’obiettivo a breve termine di Kurti è risolvere il “problema serbo” in Kosovo espellendo la minoranza serba, che a differenza di quella armena, per rimanere nel parallelismo, difficilmente se ne andrà senza combattere. Kurti sa che i serbi, come popolo, non accetterebbero mai la sovranità albanese, ma è altresì consapevole che il problema va risolto, non solo affrontato, memore dell’esperienza croata, dove l’espulsione della minoranza serba dalla Croazia ha reso il paese molto più stabile da un punto di vista politico. Con ogni probabilità nasce da questo presupposto l’atteggiamento di far sentire insicura la minoranza serba, incentivandola ad andarsene. 

In quest’ottica, inoltre, Kurti si muove con la certezza che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in caso di guerra avrà il pieno sostegno della Nato. Prima della guerra in Ucraina, la Russia aveva interesse a mantenere le tensioni in Kosovo, ma non a incoraggiare una guerra. Da allora le cose sono cambiate: la Russia ha un chiaro interesse a creare quanti più conflitti possibile nel mondo, non solo per indebolire l’Occidente, ma per “globalizzare” la sua guerra con l’Ucraina in modo che una soluzione definitiva, quando arriverà, sarebbe simile alla rinegoziazione dell’ordine globale introdotto, o imposto, dopo la fine della guerra Fredda. Basta vedere come si muove il Cremlino nel continente africano per avere contezza di questo modo di fare. 

Contro la guerra è, sicuramente, l’Alleanza nordatlantica, che infatti con sorprendente rapidità ha deciso di aumentare la propria presenza nella regione, scelta che ha messo d’accordo sia Kurti che il presidente serbo, Aleksandar Vučić, il quale ha addirittura chiesto un’operazione di peacekeeping Nato al posto della polizia kosovara. Quel che è certo è che la Nato non ha bisogno di un altro conflitto in Europa, su una questione del tutto periferica e di nessuna importanza per gli Stati Uniti, mentre è concentrata sulla guerra de facto con la Russia in territorio ucraino, conflitto che cambia l’ordine globale. 

Per quanto riguarda Belgrado, da più di un decennio la politica del presidente Vučić è guidata dall’obiettivo di ottenere in Kosovo un’associazione territoriale dei comuni serbi, alla quale hanno aderito diversi governi kosovari prima dell’arrivo di Kurti, anche grazie all’incentivo dell’Unione europea. Qualora la sua strategia avesse (avuto?) successo, Vučić avrebbe così potuto vantare due vittorie sul piano interno: aver dato ai serbi del Kosovo un governo quasi autonomo e non aver riconosciuto l’indipendenza di Pristina. Una vera impresa che, al momento, sembra molto improbabile, soprattutto dopo il rifiuto di Kurti di accettare le richieste occidentali di proseguire lungo la strada di quanto i precedenti governi del Kosovo avevano concordato. Se Vučić non riesce ad ottenere una parte fondamentale del suo programma e allo stesso tempo deve affrontare le vessazioni provocate da Kurti nei confronti della minoranza serba, mettendo così a nudo la propria impotenza, è forse necessario cambiare. 

Ma come sarebbe un conflitto fra Serbia e Kosovo? Dobbiamo tenere conto del fatto che una guerra del genere inizierebbe con l’ingresso delle forze serbe in Kosovo per proteggere la popolazione di quattro comuni e metterebbe immediatamente le forze serbe contro la Nato che, val la pena ricordarlo, ha vinto la guerra del 1999 bombardando obiettivi civili e minacciando di bombardare a tappeto Belgrado, con una pace che si ottenne grazie alle mediazioni di Viktor Černomyrdin, ex premier russo, e Martti Ahtisaari, ex sottosegretario finlandese alle Nayioni Unite, dallo stesso lato del tavolo, mostrando a Milosević che la Serbia sarebbe stata in un certo modo isolato. Ora invece la guerra metterebbe anche la Nato nella scomoda posizione di inviare forze di terra in Kosovo, o di bombardare la Serbia come nel 1999, trovando difficilmente una sponda nell’Onu o nella Russia. Però Vučić potrebbe ricordarsi che la popolarità di Milosević raggiunse il suo apice proprio durante il bombardamento Nato della Serbia, e che il suo potere personale non fu ostacolato da alcuna restrizione parlamentare o sociale, ottenendo anche un accordo abbastanza buono. E Vučić potrebbe sperare che i “venti di libertà”, di cui ha eloquentemente parlato alla recente Assemblea generale dell’ONU, possano “miracolosamente” volgere la situazione a suo favore.

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