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NotizieLa svolta “green” del Pentagono

La svolta “green” del Pentagono

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Con l’amministrazione Biden, il cambiamento climatico fa ufficialmente ingresso nel Dipartimento della Difesa. La questione climatica è per il Segretario Austin una “minaccia esistenziale” che mette in pericolo la sicurezza delle installazioni militari e aumenta esponenzialmente i costi delle operazioni. La NATO ha immediatamente fatto fronte comune con il Pentagono, annunciando grandi iniziative in favore della lotta al cambiamento climatico. Ma rendere le forze armate più “verdi” richiederà ingenti risorse.

 Articolo precedentemente pubblicato nell’ottavo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Le dichiarazioni di Austin 

In completa controtendenza rispetto a quanto fatto dal suo predecessore, il presidente Biden ha rilanciato con forza gli Stati Uniti nello sforzo globale alla lotta contro il cambiamento climatico. Tra i primi ordini esecutivi firmati dal presidente democratico, infatti, figura quello che dichiara la crisi climatica un elemento centrale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un documento accompagnato da un’altra decisione storica del nuovo presidente: la decisione di riportare Washington negli accordi di Parigi, sottoscritti da Obama nel 2015 e stralciati da Trump nel suo primo anno di presidenza. 

Gli obiettivi della nuova amministrazione nella lotta al cambiamento climatico sono ambiziosi. Nel Leaders Summit on Climate tenutosi lo scorso 21 aprile, Biden ha impegnato gli Stati Uniti a ridurre del 50-52% le emissioni di gas serra del paese entro il 2030. A costituire una grande novità da parte statunitense, oltre a quella appena delineata, figura la rinnovata attenzione del Pentagono nella lotta al cambiamento climatico. Proprio nel corso di tale summit, infatti, il Segretario della Difesa, Lloyd Austin, ha dichiarato che “gli Stati Uniti devono affrontare una serie di minacce di vario tipo, ma solamente alcune di loro possono essere definite minacce esistenziali. La crisi climatica fa parte di queste”. 

Quanto dichiarato dall’ex Comandante del CENTCOM, in realtà, non rappresenta una vera novità per il Pentagono, che da almeno un paio d’anni ha cominciato a discutere della questione climatica in ambito militare, fino ad inserire il cambiamento climatico tra le principali sfide alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti elencate nel Top DoD Management Challenges redatto per l’anno fiscale 2021. A costituire una vera e propria novità è dunque l’attenzione della Casa Bianca per la questione, un’attenzione ulteriormente testimoniata dalla grande enfasi con cui si fa riferimento all’aspetto ambientale nella richiesta di budget 2022 per la difesa, dove viene specificato più volte che Washington riserverà notevoli risorse al Pentagono affinché esso possa disporre dei finanziamenti necessari per accrescere la resilienza climatica e l’efficientamento energetico delle strumentazioni e delle infrastrutture militari. 

La dichiarazione del numero uno del Pentagono in occasione del Leaders Summit on Climate è stata accompagnata dalla pubblicazione di un report realizzato dal Dipartimento della Difesa con lo scopo di offrire al nuovo Segretario una valutazione obiettiva della natura e dell’intensità della minaccia che il cambiamento climatico rappresenta per le basi e le installazioni militari americane sparse per il globo. Il documento, sfruttando un modello statistico particolare sviluppato dal Corpo degli Ingegneri dell’Army, stabilisce che le minacce principali che incombono sulle installazioni militari sono “pericoli direttamente legati al cambiamento della temperatura”, come il caldo eccessivo, la siccità e gli incendi, cui seguono, in ordine di importanza, le inondazioni dei fiumi, l’aumento della domanda di energia e il degrado del suolo. 

Quali conseguenze per le Forze Armate

In realtà, il Pentagono ha già toccato con mano quelli che possono essere gli effetti del cambiamento climatico sulla sicurezza delle sue forze e delle sue installazioni. Era il 2018 quando la base Tyndall dell’US Air Force venne investita con violenza dall’uragano Michael, il quale causò svariati miliardi di dollari di danni all’infrastruttura. Ancora, nel marzo del 2019, l’inondazione del Missouri danneggiò gravemente un’altra base dell’USAF, la Offut Air Force Base, anche in questo caso infliggendo milioni di dollari di danni. Per non parlare poi degli incendi in California, che negli ultimi anni hanno spesso minacciato diverse installazioni militari, spesso imponendo l’evacuazione del personale presente. 

Gli effetti del cambiamento climatico, tuttavia, non riguardano solamente le infrastrutture, ma influenzano direttamente anche le operazioni militari in tutti i domini.

Nel dominio aereo, l’aumento della temperatura, date le conseguenze che esso genera nei valori del vento e della pressione, incide notevolmente sulle operazioni di decollo dei velivoli, che in caso di valori di temperatura più alti necessitano di piste di partenza più lunghe, come d’altronde dimostrato in Afghanistan. L’incremento della temperatura, peraltro, genera un forte surriscaldamento dei velivoli e delle strutture, che necessitano quindi di maggiore energia per poter essere raffreddate. Ancora, gli effetti che il cambiamento climatico genera sul vento, il quale può subire grandi variazioni di forza e direzione, possono imporre il rifacimento di diverse piste aeroportuali, notoriamente realizzate in funzione della direzione delle correnti d’aria. 

In campo marittimo, uno dei problemi principali è quello dello scioglimento dei ghiacci. Esso rende percorribili vie considerate pressoché inaccessibili fino a pochi anni fa, come la Rotta Marittima Settentrionale, generando nuove tensioni geopolitiche e allargando i compiti delle Marine, che devono sorvegliare un numero maggiore di rotte. L’aumento della siccità e della desertificazione, soprattutto in aree particolarmente calde, genera maggiore povertà e instabilità, il che corrisponde spesso ad un forte aumento delle operazioni di pirateria, uno dei principali ostacoli per il libero commercio mondiale. 

Nel dominio terrestre, gli effetti maggiori sono dovuti all’aumento della temperatura. I fanti appiedati dovranno far fronte ad un più veloce logorio degli equipaggiamenti e dei sistemi d’arma di cui dispongono, ma anche di un maggiore bisogno di raffreddamento e di idratazione, il che corrisponde ad un aumento del peso logistico delle unità schierate. 

La dipendenza delle Forze Armate dai combustibili fossili

A rappresentare un grande fattore di rischio per le forze armate non sono solamente gli effetti diretti e indiretti che il cambiamento del clima esercita sulle operazioni e sugli equipaggiamenti. Più in generale, è la dipendenza energetica dai combustibili fossili a rappresentare una delle più grandi vulnerabilità per lo strumento militare. Questo per diversi motivi.

Anzitutto, perché il trasporto del carburante è pericoloso e rischioso. In Iraq e in Afghanistan più della metà dei morti e dei feriti tra le truppe statunitensi sono state vittime di attacchi subiti durante attività di scorta di convogli terrestri intenti a trasportare carburante verso basi o avamposti stanziati nei posti più remoti delle aree di operazione. Carburante, peraltro, pagato a caro prezzo. Il Dipartimento della Difesa ha infatti calcolato di aver comprato circa 100 milioni di barili all’anno tra il 2010 e il 2018, il tutto per un prezzo annuale che è variato dagli 8 ai 17 miliardi di dollari. Bisogna poi considerare che una stima completa del costo che la dipendenza degli Stati Uniti da questa risorsa energetica impone al Pentagono dovrebbe considerare anche quello derivante dall’impegno delle forze armate statunitensi per difendere il global supply chain del greggio: si stima che il costo di queste operazioni ammonti a circa 81 miliardi di dollari. 

Difficile stabilire quanta di questa dipendenza riguardi le forze armate statunitensi. In effetti, fino ad ora non è stata fornita una stima precisa del contributo del Dipartimento della Difesa all’inquinamento del globo e all’aumento della temperatura terrestre. Questo problema, in realtà riguardante pressoché tutti i membri dell’Alleanza Atlantica, è stato ben evidenziato dal Segretario Generale Stoltenberg che, interrogato sull’impatto degli strumenti militari alleati, ha risposto “il problema è che ci mancano i numeri”.

Ad oggi, è possibile disporre solamente di stime, a dir la verità poco precise, delle emissioni di CO2 generate dalle forze armate. Riguardo all’Europa, i dati più recenti sono forniti dal Parlamento Europeo, che lo scorso febbraio ha rilasciato un report in cui veniva offerta una stima delle emissioni basata sulle spese militari dei paesi dell’Unione. Secondo i dati del Parlamento, nel 2019 le forze armate dei paesi dell’Unione avrebbero emesso circa 24,8 milioni di tonnellate di Co2. Quanto ai dati statunitensi, una stima considerata credibile è offerta da un paper del 2019 pubblicato da Neta Crowford, professore all’Università di Boston, il quale dichiara che le forze armate statunitensi, nel 2018, avrebbero emesso 59 tonnellate di Co2. Il dato, ripreso anche dall’Economist, corrisponderebbe a circa l’1% delle emissioni totali degli Stati Uniti dello stesso anno.

La mancanza di dati certi relativi alle emissioni di Co2 nell’atmosfera non deve stupire, data la scarsa rilevanza che la questione climatica ha rivestito negli ambienti militari fino ad oggi. A tal proposito, il primo trattato internazionale ad imporre ai paesi firmatari un taglio delle emissioni di gas serra, cioè il protocollo di Kyoto del 1997, esentava le forze armate dai termini stabiliti dall’accordo – la richiesta venne presentata dagli Stati Uniti, che comunque non ratificarono il trattato –, motivo per il quale, da allora, nessuno stato ha mai avuto un reale interesse a calcolare e pubblicare stime precise sul contributo delle proprie forze armate all’inquinamento atmosferico. Anche il nuovo trattato sul clima firmato a Parigi nel 2015, se da una parte ha rimosso le esenzioni sulle forze armate, dall’altra ha mancato di prescrivere criteri particolari per le forze armate. In buona sostanza, gli stati firmatari hanno potuto stabilire in maniera autonoma i criteri da far rispettare ai propri apparati militari. Non stupisce quindi l’assenza di iniziative rilevanti in questo ambito anche dopo la firma degli accordi di Parigi.

Quali prospettive per il futuro

L’attenzione delle forze armate per le questioni climatiche è dunque qualcosa di molto recente: è solamente a partire da quest’anno che alcuni Stati hanno cominciato ad implementare iniziative reali in questo senso. Capofila di queste proposte, evidentemente, è stato il Dipartimento della Difesa americano, che il 10 marzo 2021 ha dato vita al Climate Working Group, un gruppo di lavoro creato con lo solo scopo di coordinare la risposta del Pentagono all’ordine esecutivo di Biden sul clima. A pochi giorni dall’annuncio, anche la NATO si è subito adeguata alle decisioni di Washington, approvando una specifica agenda per il cambiamento climatico e la sicurezza. 

Ma l’implementazione dell’agenda climatica del Dipartimento della Difesa, così come quella di tutti i paesi NATO, non appare priva di ostacoli. Anzitutto, dato il progressivo incremento della temperatura atmosferica, le forze armate di questi paesi saranno chiamate, con maggiore frequenza, a prendere parte ad operazioni di soccorso in favore delle popolazioni vittime di disastri naturali sempre meno occasionali. L’incremento del ritmo di questo tipo di operazioni, paradossalmente, richiederà alle forze armate uno sforzo notevole, dunque un maggiore consumo di carburante, quest’ultimo particolarmente elevato in questo tipo di attività, le quali necessitano di un elevato numero di mezzi pesanti, elicotteri e velivoli ad ala fissa di vario tipo. La svolta “green”, inoltre, non è priva di costi. L’adattamento delle infrastrutture, degli equipaggiamenti e dei sistemi d’arma richiederà un ingente quantitativo di risorse, il cui reperimento, a giudicare dalla richiesta di budget presentata da Biden nelle scorse settimane, non sembra affatto certo.

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info

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