La svolta asiatica della Russia: limiti e prospettive

All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica la neonata Federazione Russa orientò la propria politica estera con il proposito di inserirsi nell’ambito dei grandi forum e istituzioni internazionali occidentali. In questo modo, Mosca tralasciò la “dimensione asiatica” della propria politica estera e la relegò ad un ruolo di complementarietà rispetto alle più importanti dinamiche che definivano il complesso rapporto con l’Occidente tanto negli anni Novanta quanto nei primi anni Duemila.

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Una prima inversione di questa tendenza vi fu con la pubblicazione del “Concetto di politica estera”, documento d’indirizzo del Ministero degli Esteri russo che definisce le linee guida della politica estera della Federazione, del 2008 nel quale si riconosceva la rilevanza della regione Asia-Pacifico nei futuri sviluppi mondiali. Ciò nonostante, la cooperazione con l’Oriente rimase limitata al settore della sicurezza e dell’energia, al fine di garantire la stabilità degli approvvigionamenti energetici e l’intangibilità dell’Asia Centrale al terrorismo e agli influssi occidentali.

Con il peggioramento delle relazioni con Washington e Bruxelles, a seguito delle Primavere Arabe, dell’invasione russa della Crimea e del supporto russo al regime di Bashar al Assad in Siria, Mosca è tornata a volgere la propria attenzione ad Oriente, cercando di reinventare la propria vocazione asiatica e provando ad uscire dall’angolo diplomatico in cui si trovava. La scelta di riaffermare un proprio ruolo come potenza asiatica, porta con sé un percorso di ridefinizione della propria identità che dopo il collasso del comunismo, la crisi del modello liberale negli anni Novanta e i limiti del pragmatismo conservatore di Vladimir Putin nei primi anni Duemila, guarda alla “Grande Eurasia” come vera essenza della Russia post sovietica.

A partire quindi dal 2010 la “povorot na Vostok” (la svolta verso l’Asia), divenne uno degli elementi cardine del discorso pubblico russo aprendo così un’importante fase del dibattito politico e accademico sul modo in cui approcciare all’Estremo Oriente. La questione fondamentale divenne quindi la definizione della Grande Eurasia come area di azione della politica estera russa, estesa dal Caucaso all’Himalaya, proseguendo oltre fino ad inglobare gli Stati del Sud-Est Asiatico.

Data la vastità della prospettiva con cui la Russia tornava a guardare all’Asia si rese necessario agire seguendo tre vettori fondamentali: le risorse energetiche dell’Estremo Oriente Russo, la partecipazione alle organizzazioni regionali e, ovviamente, la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese e l’enorme progetto infrastrutturale che è la “Belt and Road Initiative” (BRI).

Relativamente al primo punto, l’Estremo Oriente Russo è tra le regioni più povere e meno densamente popolate della Federazione Russa: estremamente ricco di risorse minerarie ed estrattive, è stato a lungo trascurato dalla politica economica e industriale del Cremlino che, tanto in epoca sovietica quanto all’indomani del crollo del comunismo, ha guardato ai remoti territori della Siberia Orientale solo in virtù dei giacimenti presenti. Muovendo dalla necessità interna di garantire lo sviluppo della regione e frenare i timori di una progressiva erosione della presenza russa nelle regioni orientali legata al crollo demografico del paese, Mosca si è impegnata a fare dell’Estremo Oriente Russo uno strumento di politica estera sfruttando le enormi risorse disponibili.

Al fine di proporsi come un partner affidabile, è stato istituito nel 2012 un apposito Ministero per l’Estremo Oriente con il compito di definire le iniziative di cooperazione regionale, rilanciare lo sviluppo interno e strutturare nuove relazioni energetiche. La valorizzazione dei giacimenti di gas naturale e petrolio dell’Estremo Oriente è un elemento fondamentale per Mosca al fine di uscire dalla dipendenza dai gasdotti occidentali orientati all’Europa e sfruttare l’enorme richiesta di energia da parte delle economie asiatiche che necessitano di costanti e sicuri approvvigionamenti al fine di mantenere positivi i propri tassi di crescita.

Contestualmente, la Russia ha provato ad avviare una fase di sviluppo e integrazione con i principali organismi regionali. Già presente nell’ambito della Comunità degli Stati Indipendenti, della Shangai Cooperation Organization (SCO) nonché nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’azione sostenuta da Mosca in questa direzione è stata quella di procedere verso avvicinamento graduale tra l’Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est (ASEAN), l’Unione Economica Euroasiatica (EaEU), la SCO nonché l’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC), al centro del quale la Russia avrebbe giocato un ruolo di primo piano favorendo la creazione di un unico spazio economico.

Nella definizione della Grande Eurasia come macro-blocco regionale che possa aspirare ad un ruolo globale, l’integrazione di Mosca nelle organizzazioni regionali già esistenti è un passaggio obbligato senza il quale non può esservi coordinamento tra i diversi blocchi subregionali che già soffrono di una scarsa coesione interna e di dispute irrisolte. Il desiderio di creare questo grande spazio economico euroasiatico non ha però trovato il supporto dei partner nella regione, soprattutto nel momento in cui questi non hanno riconosciuto un ruolo preminente della Russia all’interno di tale costruzione. Questo riconoscimento è da considerare un elemento fondamentale per una Russia che rivendica il proprio status di Grande Potenza a livello non solo regionale ma anche, e soprattutto, globale.

L’altra direttrice della politica russa verso oriente è stato l’intensificarsi della cooperazione con la Cina e l’ingresso della Russia nella “Belt and Road Initiative”. La Russia, in concomitanza con l’acuirsi della crisi in Ucraina e il lancio del progetto delle Nuove Vie della Seta, si è progressivamente avvicinata a Pechino firmando nel 2014 un accordo per la costruzione del nuovo gasdotto Yamal LNG (Potenza della Siberia). La costruzione dell’opera, dal valore potenziale di 400 miliardi, è stata accompagnata da una nuova fase della cooperazione nel settore militare con l’avvio di esercitazioni militari congiunte e di progetti di ricerca integrati al fine di integrare la superiore esperienza tecnica e bellica russa con l’enorme capacità di finanziamento cinesi.

Il lancio della BRI fu inizialmente accolto con cautela dall’élite russa, per quanto le grandi opere infrastrutturali fossero uno dei punti fondamentali per la creazione della Grande Eurasia, un progetto che vedeva al proprio centro la Cina e che, potenzialmente, avrebbe potuto bypassare il suolo russo o renderlo un mero snodo commerciale, avrebbe limitato la capacità di Mosca di influenzare gli sviluppi regionali. Il repentino peggioramento delle relazioni con l’Occidente ha però obbligato la Federazione a guardare alla Cina, inserendosi nei progetti infrastrutturali di Pechino. Per la Russia è divenuto fondamentale attrarre investimenti cinesi per favorire il proprio sviluppo interno, ad esempio il gasdotto Yamal LNG è stato ampiamente finanziato dalla China Export-Import Bank e dalla China Development Bank, senza però divenire dipendente da questi e compromettere il proprio ruolo in Asia Centrale.

È quindi fondamentale per Mosca garantire l’integrazione, che per ora stenta a consolidarsi, dell’EaEU e della BRI poiché integrando le due iniziative, l’una a guida russa, l’altra a guida cinese, la Russia potrebbe far valere il proprio peso politico nelle relazioni economiche senza compromettere la stabilità dei propri interessi in Asia Centrale. Attualmente l’iniziativa gode di un ampio sostegno, ma ciò avviene nella misura in cui è funzionale a garantire lo sviluppo russo senza danneggiare gli interessi nel “vicinato prossimo”, ovvero quell’area, ampiamente toccata dalle Nuove Vie nella Seta, che Mosca rivendica essere di proprio interesse privilegiato.

In conclusione, la visione della Grande Eurasia come polo anti-egemonico guidato da Russia e Cina sembra essere ancora lontano dal concretizzarsi. Il riorientamento ad est  della Russia è avvenuto in un contesto di necessità e assenza di alternative, senza però avere adeguate risorse interne atte a sostenere tale sforzo. Quella con la Cina ed altre potenze asiatiche si configura come un avvicinamento sulla base di una comune resistenza ad alcuni principi del sistema internazionale a guida occidentale del tutto insufficiente a definire, però, un’alleanza di lungo periodo o una partnership strutturata e sostenibile, soprattutto in un contesto in cui l’affermazione della Russia come potenza euroasiatica poggia ancora su basi incerte.