La Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita

C’è davvero molto su cui ragionare in merito alle polemiche degli ultimi giorni legate all’impossibilità, da parte della popolazione femminile, di poter partecipare alla finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus, che si svolgerà in Arabia Saudita il prossimo 16 gennaio.

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Il panorama politico italiano da destra a sinistra, accortosi dell’accordo sottoscritto dalla Lega Italiana che riceverà più di 20 milioni di euro per far disputare tre partite sul suolo saudita, ha chiesto l’annullamento del match o quanto meno la sostanziale modifica organizzativa che possa permettere alle donne sole e appassionate di sport (quelle accompagnate dai mariti possono parteciparvi, ma solo in determinate zone) di poter sedere sulle tribune del King Abdullah Sports City Stadium a Gedda.

Come è noto a tutti, se non agli sprovveduti, l’Arabia Saudita non è particolarmente incline ai ripensamenti e le concessioni nei confronti del gentil sesso non arrivano dal cielo con particolare facilità. Pensare che la Lega Italiana non fosse a conoscenza della cosa è ridicolo ma, d’altra parte, “pecunia non olet” e per un calcio come il nostro -non particolarmente appetibile- pare sia meglio sacrificare il celebre “segno rosso” dalla faccia di tutti i calciatori sostenitori dei diritti femminili, pur di accaparrarsi qualche decina di milioni di euro.

Lo scandalo in realtà è che ci si scandalizzi. L’Arabia Saudita è un partner commerciale di primo livello per l’Italia e che i giornalisti scomodi vengano uccisi e fatti a pezzi nelle proprie sedi diplomatiche non sembra aver mai scosso nessuno fino in fondo. Secondo i dati ufficiali del ministero per lo Sviluppo Economico nel 2017 abbiamo esportato verso i Paesi del Golfo più di venti mila milioni di euro e, nella fattispecie, lo stato saudita ha comprato dall’Italia 3,9 miliardi di euro, una cifra di certo non secondaria. Abbiamo venduto principalmente cibo, vino, mobili, elettronica e armi, la quale cosa non è di certo un particolare segreto. Anzi. Il punto è, però, che tutti questi prodotti, che solo la manifattura italiana è in grado di produrre, li esportiamo, in ogni parte del mondo e, talvolta, proprio quei paesi in cui il rispetto dei diritti umani è più che discutibile, sono i nostri principali acquirenti. Pensiamo ad esempio a ciò che accade in India dove le donne, o meglio le bambine, in giovane età sono obbligate a contrarre in matrimonio uomini adulti scelti dai genitori. Discorso medesimo sarebbe da fare riferendosi alla Cina che giusto pochi giorni fa ha annunciato con preoccupante serenità l’intenzione di conquistare una giovane e compiuta democrazia come Taiwan. La stessa Cina, giusto ricordarlo, che non concede democratiche elezioni, che non permette la divulgazione della religione cristiana e che nega il diritto di esistere al popolo tibetano. Ma le cose per cui scandalizzarsi sarebbero molte altre. I prossimi mondiali di calcio del 2022 si svolgeranno nel Qatar che da qualche anno è considerato uno dei più grandi sponsor del terrorismo islamico nel mondo; lo stesso Paese che, dopo essersi aggiudicato l’assegnazione della competizione calcistica, ha “importato” manovalanza orientale per costruire le infrastrutture a costi irrisori e con condizioni lavorative vicine alla schiavitù.

Il clamore per il prossimo match è quindi ipocrita? Assolutamente no. Nessuno può ergersi giudice tanto da poter condannare un’imprenditore che decide di vendere il suo Franciacorta in un paese arabo, così come nessuno può sentenziare contro quell’azienda che dà lavoro grazie ad una commessa saudita. Ma una partita di calcio tra alcune delle più grandi squadre italiane è un patrimonio che dovremmo pensare bene se svendere per una manciata di milioni di euro. È una parte di noi, della nostra società e della nostra storia che da sempre ha diviso ma ancor di più unito il paese. Pensare di guardarla in uno stadio infinitamente lontano da noi, dove le donne sono confinate come animali in un angolo, è il più grande autogoal che il calcio italiano possa fare. Ed allora il rosso sulle guance dei calciatori dovrà essere per la vergogna.