La stretta di Pechino su Hong Kong e la necessaria difesa della democrazia taiwanese

Gli avvenimenti di Hong Kong mostrano il vero volto della politica di Pechino, l’approvazione della legge per la sicurezza nazionale nell’ex colonia britannica riduce sensibilmente l’autonomia prevista per la Città Stato. Il raggio di azione della nuova normativa si estende anche al di fuori dei confini di Hong Kong mettendo in serio pericolo i giornalisti, i ricercatori e gli accademici che si occupano di Grande Cina. La necessità di sviluppare sinergie con la democrazia taiwanese appare una necessità sempre più stringente di fronte all’aggressivo espansionismo egemonico della Repubblica Popolare cinese.

Già all’inizio del 2019 Pechino aveva avanzato una proposta in cinque punti per procedere più speditamente all’integrazione di Taiwan con la Repubblica Popolare cinese, evidenziando una politica capace di mettere in campo tutti gli strumenti di penetrazione del governo cinese. La risposta di Taiwan è stata rapida, in seguito all’evolvere della situazione di Hong Kong, il 31 dicembre 2019 lo Yuan Legislativo ha approvato una legge “anti-infiltrazione”. Un disegno normativo capace di integrare le leggi esistenti in materia di lobbying, donazioni politiche, referendum, elezioni presidenziali e politiche di ogni livello, a difesa della liberal-democrazia taiwanese.

Una manifestazione a Taipei in supporto di una legge per agevolare il flusso di rifugiati politici da Hong Kong a Taiwan

Sono stati così vietati finanziamenti e commissioni per attività politiche, sociali e di comunicazione (contributi politici, campagne politiche, lobbying, influenza negativa in assemblee, sfilate o ordine sociale, disinformazione) da parte di forze straniere ritenute ostili. A gennaio 2020 la vittoria di Tsai Ing-wen ha confermato l’impegno del governo nel difendere gli spazi di dibattito politica nazionale dalle ingerenze esterne, in particolare quelle provenienti da Pechino. Ora l’approvazione della legge sulla “salvaguardia della sicurezza nazionale” sulla Regione Amministrativa Speciale (RAS) di Hong Kong (avvenuta all’unanimità il 30 giugno 2020 al Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo della Repubblica Popolare Cinese) sostanzialmente pone fine alla formula “un paese/due sistemi”, in prima battuta pensata per Taiwan poi applicata ad Hong Kong. Vengono giudicati come reati rientranti nella sfera del terrorismo molte delle espressioni e manifestazioni di autonomismo e indipendenza tradizionalmente presenti nell’ex colonia britannica: è la fine del movimento “Occupy Central”, del movimento per la legge anti-estradizione, è il presupposto per la repressione dei movimenti pro-democrazia. I reati identificati in questo ambito sono relativi alle accuse di secessione, sovversione, organizzazione di attività terroristiche e collusione con paesi stranieri ed elementi esterni costituenti un pericolo per la sicurezza nazionale: le norme permettono dunque l’intervento della polizia armata cinese nel territorio della RAS.

La polizia di Hong Kong è autorizzata a condurre indagini e utilizzare intercettazioni telefoniche, richiedere informazioni e congelare o confiscare proprietà se l’autorità di sicurezza nazionale di Hong Kong rileva un sospetto di violazione delle norme e di minaccia alla sicurezza nazionale. I maggiori rischi sono ora per i funzionari dell’Ufficio economico e culturale di Taiwan a Hong Kong, che per la loro attività potrebbero essere accusati di attività “secessioniste”.

Imponendo la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong il PCC viola in qualche modo inesorabilmente la dichiarazione congiunta sino-britannica e la formula “un paese/due sistemi”, che garantisce un alto grado di autonomia ad Hong Kong.  La comunità internazionale è risultata allarmata dalle conseguenze politico-internazionali di questo provvedimento. Gli Stati Uniti hanno di conseguenza sospeso le relazioni speciali con Hong Kong, si tratta di una serie di agevolazioni per gli investimenti internazionali e il Regno Unito ha garantito la concessione della cittadinanza agli ex sudditi coloniali. La tensione internazionale ha trovato nella crisi sanitaria del Covid-19 ulteriori aspetti di amplificazione: la diatriba apertasi all’interno dell’OMS, con Taiwan membro mancato (per opposizione cinese) ma anche con le accuse di inadempienza volte all’organizzazione internazionale, insieme all’uscita degli Stati Uniti dalla maggiore organizzazione sanitaria internazionale, pongono nuovi fronti di scontro tra Washington e Pechino, che passano non solo per Hong Kong ma anche per Taipei. Gli avvenimenti di Hong Kong destano preoccupazione a Taipei, ormai Taiwan rappresenta un vero e proprio baluardo a difesa della pace e della stabilità regionale. La necessità di contrastare l’espansionismo egemonico della Repubblica Popolare cinese appare sempre più evidente e la collaborazione tra Taiwan e le democrazie occidentali è oggi un elemento primario. Taiwan infatti è il bastione democratico nella regione dell’Asia e del Pacifico e dunque un tassello fondamentale per i valori fondanti delle società liberali.