La strategia tedesca dietro l’accordo UE-Turchia

Il 18 marzo 2016 si conclude, con l’adozione dell’accordo fra UE e Turchia, un processo di trattative iniziate nell’autunno del 2015, improntate al raggiungimento di una soluzione alla crisi migratoria europea che aveva dominato l’anno precedente. Il 2015 infatti, vide un incremento esponenziale del numero di migranti provenienti dalla regione del MENA e diretti in Europa, i quali intraprendevano viaggi sempre più pericolosi e lunghi per raggiungere le coste Europee.

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L’Unione Europea fu presto posta dinnanzi alla necessità di trovare una risposta rapida ed efficace che fosse in grado di fronteggiare questo imponente afflusso. Tuttavia, gli stati membri non reagirono in maniera unificata: mentre la Germania adottava una politica di “porte aperte”, gli stati della rotta balcanica preferirono chiudere i confini. Questa mancanza di una risposta comune si tradusse nella ricerca di una soluzione alternativa, che venne trovata nella cooperazione con la Turchia. Con l’adozione dell’accordo fra UE e Turchia si sancirono le regole di questa collaborazione, che fin dai primi momenti suscitò sdegno e perplessità fra studiosi e organizzazioni per i diritti umani.

L’accordo fra UE e Turchia prevede, molto sommariamente, un sostegno economico di 6 miliardi di euro alla Turchia per la creazione di un campo, su suolo turco, che si occupi dell’accoglienza dei migranti, del soddisfacimento dei loro bisogni primari e che gli impedisca di intraprendere rotte per raggiungere le coste europee. Inoltre, grazie al “one-for-one scheme”, per ogni migrante che il governo turco intercetti nel mediterraneo e riporti indietro, un rifugiato siriano verrà ricollocato su suolo europeo. In cambio di questa cooperazione, era stata promessa ad Ankara l’accelerazione del processo di adesione all’Unione Europea.

Le critiche mosse all’ accordo UE-Turchia, fin dalla sua adozione, furono di varia natura e riguardarono sia il punto di vista legale, che quello umanitario. Prima di tutto venne contestata la decisione europea di considerare la Turchia una “safe third country”. Per poter rimandare indietro i rifugiati, la nazione che li accoglieva doveva essere ritenuta sicura, e la Turchia, essendo governata da un governo non democratico, non poteva essere considerata tale. Secondo poi, venne aspramente criticata la decisione di dare un aiuto economico ad un governo non democratico, il quale non avrebbe potuto assicurare il benessere dei rifugiati.

Tutte queste critiche trovarono riscontro nel marzo 2020, quando Erdoğan, dopo numerose minacce di ‘aprire i confini’, finora solo verbali, decise di concretizzarle e venire meno alle obbligazioni derivanti dal patto fra UE e Turchia. Il 2 marzo 2020, il governo turco notificò all’Europa che non avrebbe più impedito ai rifugiati di raggiungere i confini europei. Questo esito, a detta di molti studiosi facilmente prevedibile, ricadde su coloro che avevano maggior bisogno di protezione: i rifugiati.

Alla luce dei nuovi eventi, le critiche mosse all’accordo fra UE e Turchia di inasprirono, ritenendolo sempre più paradossale. Ma chi si cela dietro la sua creazione? Quali sono state le motivazioni che hanno spinto l’Unione Europea a concludere un accordo dall’esito così facilmente pronosticabile?

Il processo che ha portato all’adozione dell’accordo UE-Turchia

Ripercorrendo a ritroso il percorso della sua creazione, si è riusciti ad individuare le tappe fondamentali che hanno contribuito alla formazione dell’accordo UE-Turchia e ad identificarne i principali promotori.

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Come si evince dall’immagine soprastante, la quale pone in evidenza i momenti cruciali del processo, la presenza della Cancelliera tedesca Angela Merkel appare preponderante.

Il ruolo di punta della Cancelliera si desume sin dal principio, quando, ancor prima del summit con i leader dell’UE, durante uno show politico televisivo “Anne Will”, la Merkel espose minuziosamente il piano per fronteggiare l’ondata di rifugiati diretti in Europa, enfatizzando la necessità di cooperare con Ankara. Sotto il mantra di “Wir schaffen das” (noi possiamo farcela) enunciò la volontà di ricollocare i rifugiati siriani in maniera ordinata e legalizzata in Europa, con la condizione che la controparte turca aiutasse a sconfiggere l’immigrazione illegale.

I punti proposti dalla Cancelliera durante la sua apparizione pubblica vennero discussi il 15 ottobre dal Consiglio Europeo e divennero la base per il “Joint Action Plan”. Il quale, nonostante i pareri contrari degli stati sulla rotta balcanica, venne attivato il 29 novembre 2015. Poco dopo l’accordo sull’ Action Plan la Merkel fece visita alla Turchia ribadendo la necessità di condividere il “fardello” dei rifugiati e dichiarando la volontà di riaprire il processo di accesso all’ UE della Turchia, dimostrando incoerenza con le sue dichiarazioni di dieci giorni prima dove affermava la sua opposizione allo stato di membro della nazione turca.

Secondo il giornale Euractiv, la Cancelliera tedesca fu la prima leader europea a dichiarare unilateralmente l’apertura di nuovi capitoli riguardo la membership turca, ancor prima che gli allora presidenti della Commissione Europea e del Consiglio Europeo, Jean-Claude Junker e Donald Tusk, ne facessero riferimento. Questa mossa politica rafforzò il ruolo leader della Germania nel determinare le interazioni fra Bruxelles ed Ankara.

Nonostante tutto ciò che si era stabilito in precedenza (contenuto nel Joint Action Plan), il contenuto definitivo dell’accordo UE-Turchiavenne deciso durante una cena fra la Cancelliera tedesca, il primo ministro olandese Mark Rutte e il ministro degli esteri turco Davutoglu, il 6 marzo 2016, il giorno prima del summit europeo.  Le decisioni raggiunte durante questo incontro trilaterale comprendevano il raddoppio dei fondi promessi alla Turchia e l’introduzione del “one-for-one scheme”. La reazione di molti capi di stato alla presentazione di queste proposte, durante il summit, fu di frustrazione ed indignazione. Nonostante questo, il nuovo accordo venne adottato il 18 marzo 2016 e rappresentò una grande vittoria per il suo sponsor principale, Madame Merkel. Ma quali furono le motivazioni dietro il ruolo leader della Cancelliera?

La strategia tedesca

In piena crisi migratoria, durante una conferenza stampa a Berlino avvenuta il 31 agosto del 2015, Angela Merkel dichiarò che la sua nazione era pronta ad accogliere centinaia di migliaia di rifugiati che lasciavano il Medio Oriente. Secondo le sue parole era un “dovere nazionale” aiutare coloro che erano in difficoltà. Queste affermazioni portarono un bagliore di speranza in quella Siria dilaniata dalla guerra civile e molti rifugiati siriani iniziarono a guardare alla Germania come alla terra promessa.

Le dichiarazioni della Cancelliera tedesca portarono ad un incremento, rispetto agli anni precedenti, del 49% dell’immigrazione in Germania nel 2015, e sollevarono il malcontento della popolazione, prontamente cavalcato dall’ AfD “Alternative fur Deutshland”, partito populista di destra.

Vedendo traballare il suo futuro politico e non potendo chiudere i confini (pena un forte indebolimento dell’area Schengen), la Cancelliera spinse per raggiungere una risposta comune alla crisi migratoria, ottenuta casualmente qualche giorno prima delle elezioni regionali in Saxony-Anhalt, Rhinelad-Palatinate e Baden-Wuerttemberg. Una vittoria che ha più il sapore di dietrofront che di dovere nazionale.

Le ripercussioni odierne

Le conseguenze disastrose, sia a livello umanitario che diplomatico, dell’accordo fra Unione Europea e Turchia sono sempre più evidenti.

Impegnato sin dal 2011 nella guerra contro il regime siriano di Bashar al-Assad (sostenuto dalla Russia), Erdoğan richiede aiuto per poter porre fine alla guerra in Siria, arrivando persino ad appellarsi al principio di difesa collettiva contenuto nella costituzione della NATO.

Secondo l’articolo V della costituzione, se un membro della NATO diviene il target di un attacco armato, gli altri stati membri intervengono a difesa di quest’ultimo. Tuttavia, considerata la natura del governo turco e l’atteggiamento ambiguo di Erdoğan, il suo appello non è stato colto.

Ritrovatosi in un cul de sac, Erdoğan cambia la sua strategia. Consapevole del potere derivatogli dall’accordo UE-Turchia, sfrutta i migranti presenti sul suo territorio per minacciare l’Europa e mirare ad ottenere un maggiore sostegno economico, un aiuto nella guerra in Siria e l’assenso Europeo riguardo le sue missioni nella regione del MENA.


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Come menzionato in precedenza, queste minacce si sono concretizzate, arrivando ad un’apertura dei confini turchi il 2 marzo 2020, portando migliaia di rifugiati e migranti a riversarsi sulle coste greche.

Prontamente bloccati alle porte della Grecia, definita dal presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, “lo scudo dell’Europa”, si ritrovarono nella terra di nessuno, destinati ad accrescere il numero dei già sovraffollati campi di rifugiati.

Angela Merkel, maggior promotore dell’accordo UE-Turchia, si limita a definire la situazione “inaccettabile” e ad incoraggiare un upgrade dell’accordo, per portarlo ad una nuova fase. Riferendosi alla Grecia, aggiunge “necessita la nostra più grande solidarietà ed il nostro supporto”, ma afferma l’importanza che non si ripeta una crisi migratoria come quella del 2015.

Lasciando un’Europa con le mani legate dal suo stesso accordo e migliaia di rifugiati in una situazione umanitaria disastrosa.