La strategia russa in Africa, tra interessi militari e materie prime

È di agosto la diffusione della notizia che la Russia sia intenzionata a costruire nuove basi militari in sei Paesi dell’Africa. Gli ultimi anni hanno, infatti, visto crescere l’assertività russa in politica estera. Adesso, dopo decenni di assenza, Mosca sembra desiderosa di voler riallacciare le relazioni anche con il continente africano – ne è un esempio l’avvio del vertice Russia-Africa di Sochi nel 2019 – nel tentativo di riaffermare la propria sfera di influenza e di resistere alla pervasività delle altre potenze globali, Stati Uniti e Cina in primis.

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A differenza di molti Paesi europei che durante la cosiddetta “corsa all’Africa” di fine Ottocento hanno instaurato protettorati o colonie, la Russia si è affacciata sul continente solo durante il corso della Guerra Fredda. In questo periodo, in competizione con gli Stati Uniti, ha svolto un ruolo di principale fornitore di armi per molti Paesi africani, per poi interrompere repentinamente le relazioni a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Dopo decenni di assenza dallo scacchiere africano, Mosca sembra ormai pronta a voler riconsolidare la propria presenza. A livello globale, negli ultimi anni si è registrata una accresciuta assertività e una sempre maggiore volontà da parte russa di riaffermare il proprio ruolo di potenza internazionale. Sinteticamente si potrebbe dire che a partire dal 2014 questa abbia iniziato a tessere relazioni oltre che con i Paesi limitrofi, spesso considerati parte della propria zona di influenza (si veda la guerra in Ucraina nel 2014), anche con: il Medio oriente (significativo l’intervento in Siria nel 2015 e l’impegno con gli stati della regione dettato da nuovi legami economici e dal rischio di una recrudescenza del terrorismo di matrice islamica sul proprio territorio); la Cina, e in generale con l’Asia (anche se questa sembra una relazione sempre più asimmetrica e il cui futuro dipenderà dall’evoluzione del ruolo della Cina in Asia centrale); l’occidente (Unione Europea, NATO e Stati Uniti); e più recentemente con l’Africa.

Al contempo, negli ultimi due decenni l’Africa si è trasformata in un terreno particolarmente attraente per grandi e medie potenze, generando di fatto una vera e propria competizione. I Paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Si deve poi considerare che a differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa Sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori e attori globali che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale.

Da qui, dunque, anche se con leggero ritardo rispetto a Cina e Paesi occidentali, la volontà e necessità russa di rilanciare la sua presenza in Africa, spiegata in parte sia dal parziale isolamento dovuto alle sanzioni di Europa e Stati Uniti e in parte dal bisogno di avere un maggiore peso e supporto in seno alle Nazioni Unite. Il Summit e Forum economico Russia-Africa di Sochi nell’ottobre 2019 ne è la prova; simbolo del fatto che il Cremlino, il quale si propone come partner senza precondizioni, sta cercando di accelerare la conquista della sua fetta di influenza e di affari nella regione, rafforzando i legami diplomatici e aumentando la sua presenza economica.

Ma il tornare a giocare un ruolo da protagonista sullo scacchiere africano presuppone anche il rafforzare la propria presenza militare. Secondo un rapporto segreto del Ministero degli Esteri tedesco, intitolato “Le nuove ambizioni africane della Russia”, e reso pubblico dal quotidiano tedesco Bild lo scorso agosto, la Russia vede l’Africa come una priorità assoluta.

Come si legge nel report, a partire dal 2015 “la Russia ha concluso accordi di cooperazione militare con 21 Paesi in Africa”. Questi prevedono varie forme di collaborazione, tra cui la vendita di armi, l’accesso ai porti marittimi e alle basi aeree africane, l’addestramento militare per gli ufficiali africani, l’antiterrorismo, il mantenimento della pace e la presenza di consiglieri militari russi. Ma soprattutto, sempre a quanto si legge nel documento, il Cremlino ha chiesto apertamente l’autorizzazione a “costruire basi militari in sei Paesi”, quali la Repubblica Centrafricana, l’Eritrea, l’Egitto, il Madagascar, il Mozambico e il Sudan. Notizia di rilievo dal momento che, a parte in Siria, la Russia non dispone di basi proprie al di fuori dello spazio post-sovietico, un fattore che limita la sua capacità di proiettare il potere militare a livello internazionale. Finora si era avvicinata a questo obiettivo solo in Eritrea, dove nel 2018 ha firmato un accordo preliminare per la creazione di una base logistica. Quest’ultima, se realizzata, farebbe della Russia uno dei numerosi Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita e Turchia, a possedere basi in una regione strategica, data la vicinanza all’ingresso del Mar Rosso.

Inoltre, secondo il report, il governo russo non solo avrebbe inviato ufficiali in quelle nazioni per l’addestramento delle forze locali, ma avrebbe invitato i soldati provenienti dall’Africa ad addestrarsi in strutture in Russia. Il Cremlino sta anche gestendo programmi di addestramento tramite compagnie militari private come il Gruppo Wagner e Patriot, già noti per i loro stretti legami con Mosca.

Nel frattempo, la Russia si è assicurata il ruolo di maggior fornitore di armi del continente africano con una quota di mercato del 37,6%, seguita dagli Stati Uniti con il 16%, dalla Francia con il 14% e dalla Cina con il 9%. Come spiegato dal capo del servizio federale russo per la cooperazione tecnico-militare, Dimitry Shugaev, “si tratta di cifre significative specialmente perché il trend è in crescita negli ultimi cinque anni”.

Per molti Paesi africani, questa rinnovata cooperazione con la Russia potrebbe avere vari risvolti, primo fra tutti consentirebbe di diversificare le relazioni estere riducendo la dipendenza da altri partner come la Cina, oltre che contribuire ad aumentare le capacità militari e apportare investimenti. Tuttavia, però, come si può fino a qui dedurre, la presenza russa sul continente è tutt’altro che disinteressata.

Il forte interesse militare trova in parte riscontro nel fatto che il ruolo di Mosca nel mercato del continente africano è attualmente residuale e non in grado di scalzare l’egemonia cinese. Si pensi che nonostante il commercio della Russia con l’Africa sia in aumento, questo rappresenta ancora solo il 3% del totale degli scambi internazionali di merci della Russia e il 2% dell’Africa; la percentuale è ancora meno significativa se si guarda a Mosca come partner di investimento per l’Africa (per i Paesi africani inclusi nelle stime dell’UNCTAD, nel 2017 meno dell’1% del totale degli investimenti diretti esteri ha avuto origine dalla Russia).


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Dietro l’interesse militare si cela un piano più ampio. La Russia, infatti, è interessata a supportare i Paesi africani in termini militari in vista di un rafforzamento dei rapporti con gli stessi in tema di nucleare e di approvvigionamento di metalli pregiati, necessari per la tecnologia avanzata e di precisione. Ne sono un esempio, lo Zimbabwe, che avrebbe permesso alla Russia concessioni minerarie di platino a basso costo in cambio di elicotteri, e la Repubblica Centrafricana, la quale potrebbe aver assicurato un accesso redditizio alle risorse minerarie del Paese in cambio di armi. La Russia, in questo modo, cerca di estendere la propria influenza geopolitica su questi Paesi, punto di partenza per una nuova corsa al ruolo di potenza globale.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info