La Strategia navale russa nel Mediterraneo
Il Documento sulla Dottrina navale russa presentato nel luglio scorso evidenzia in modo inequivocabile le prospettive strategiche del Cremlino nell’instabile scenario mediterraneo. Negli anni precedenti al 2011 la Siria di Assad era stata la “testa di ponte” della Marina russa nel Mediterraneo viste le difficoltà politico-diplomatiche di una penetrazione nella regione dei Dardanelli. Nemmeno nell’estate del 2013, quando un intervento militare occidentale contro il regime di Damasco era certo, Mosca tentò di prendere misure che andassero oltre la difesa dei propri interessi a Tartus e la funzione di controllo e spionaggio delle proprie navi ancorate nella base.
La Dottrina navale russa 2015 è drasticamente cambiata rispetto alla precedente e questo è dovuto principalmente a due fattori: il cambiamento degli equilibri politico-militari nel Mar Nero e l’avvio di una politica spregiudicata da parte di Putin. L’annessione della Crimea nell’estate 2014 ha permesso ai russi di controllare direttamente Sebastopoli, Mariupol è nelle mani delle milizie filorusse ed Odessa (l’unico porto di una certa rilevanza ancora in mano ucraina) è minacciata alle spalle dai disordini della Transnistria, identificata da più parti come il prossimo obiettivo di Putin. Insomma, il potenziale navale dell’Ucraina è stato annullato da Mosca e, se gli Stati minori del Mar nero non costituiscono una minaccia, la partita da giocare ora è con la Turchia.
Ankara ha deciso di intervenire contro i curdi e di avere parte attiva nella “Guerra dei trent’anni” musulmana spostando il suo baricentro strategico verso sud-est ed espoendo quindi le proprie spalle alla Russia. Una Turchia con problemi politici interni di non poco conto (incapacità di formare un nuovo governo ed elezioni anticipate), con Erdogan che stenta a mantenere la sua facciata “democratica” e con le Forze armate impegnate nella guerra contro curdi e Stato islamico, non può tenere sotto controllo un avversario scaltro e sfuggente come la Russia. Negli ultimi mesi i rapporti russo-turchi si sono cementati intorno ad una comune visione “multipolare” del sistema internazionale (molto più accentuata a Mosca che non ad Ankara), questo a dimostrazione del fatto che la Turchia allo scontro preferisca, allo stato attuale, il dialogo. Ecco che i Dardanelli, che costituivano un bastione importante del “cordone sanitario” stretto attorno alla flotta russa, di colpo sono diventati una potenziale via d’accesso al Mediterraneo, al primo di quei “mari caldi” che da sempre sono il sogno geopolitico russo.Da qui si passa al secondo punto della questione; quella politica spregiudicata che ha consentito a Putin di ritagliarsi spazi di manovra che prima Mosca non aveva. Un dispiegamento intelligente delle proprie forze navali può consentire ai russi di avere voce in capitolo nella futura sistemazione dello scacchiere mediterraneo e levantino. Nonostante Assad stia rapidamente cedendo terreno ai suoi avversari, Mosca non ha esitato ad annunciare la costruzione di una nuova base navale sulle coste siriane; il potenziale russo nell’area aumenterebbe considerevolmente dando al Cremlino la possibilità di trasformarsi in un importante attore sul palcoscenico del Mediterraneo orientale, dove si nota l’assenza di una Potenza egemone. La difesa e l’espansione degli interessi russi nel Mediterraneo non possono essere garantiti solo dallo strumento militare ma occorre creare una fitta rete di legami con Stati come l’Egitto o l’Iran (che si trova ad esercitare un’influenza indiretta nell’area al pari di Mosca).

La Strategia navale russa nel Mediterraneo - Geopolitica.info Marinai della marina russa, 2015 (cr: Reuters)
Il deterioramento dei rapporti con l’Unione europea e la conseguente debolezza (sul fronte dei rapporti UE-Russia) degli alleati del Cremlino, Italia su tutti, hanno costretto Putin a rispolverare la vecchia vocazione “nordafricana” della diplomazia sovietica. Tale linea politico-diplomatica funzionò all’epoca della Guerra fredda a causa della decolonizzazione e della conseguente ricerca da parte dei neonati Stati africani di “referenti” tra le Superpotenze. Oggi si potrebbe dire, pur con qualche forzatura, che la situazione è molto simile: le “primavere arabe” hanno portato al crollo dell’equilibrio politico del “grande Medio Oriente” dando vita a veri e propri processi di ricostruzione su basi nuove dell’autorità statale e della coscienza nazionale di alcuni Stati (Tunisia); per altri invece si è trattato di processi incompiuti con conseguenze gravi (Libia); ed ancora ad un “ritorno” alle forme di governo pre-rivoluzionarie (Egitto). Sta di fatto che le primavere arabe hanno influito anche sul meccanismo delle alleanze internazionali e l’avvicinamento di Al-Sisi alla Russia è stato senza dubbio dettato anche dalla miopia politico-strategica del blocco occidentale.
Uno scenario fluido come quello mediterraneo, con le Potenze storiche (Italia, Francia, Turchia ed Egitto) incapaci di gestire la situazione, rappresenta una ghiotta opportunità per quanti a Mosca premono per il rafforzamento della presenza navale russa (che significa anche apertura di vie commerciali) in quello che fu il “Mare nostrum”. Mosca è stata in grado di avere una visione a lungo termine della situazione geopolitica mediterranea, agendo da conservatrice dello status quo nel periodo “incerto” delle primavere arabe (2011-2013) per poi essere capace di sfruttare i disordini della fase di “ricostruzione” (2014-2015) tentando di strutturare l’equilibrio politico-militare del Mediterraneo su misura per i propri interessi. Le pagine della Dottrina navale russa di quest’anno non sono che la prova tangibile delle capacità strategiche del Cremlino; starà anche alle Potenze europee capire come non rimanere schiacciate dall’ingombrante presenza dell’orso russo in quello che era considerato, fino a qualche tempo fa, terreno esclusivo d’azione dell’Occidente.