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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa Start Up Nation in guerra

La Start Up Nation in guerra

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Una delle espressioni tornate maggiormente in voga, almeno dallo scoppio del conflitto tra Ucraina e Russia, è quello di “economia di guerra”, legato all’analisi dei modi in cui i Paesi che sono direttamente coinvolti in un conflitto o quelli che ne subiscono i contraccolpi affrontano le ricadute sulla propria economia.
Il caso di come Israele stia approntando la sua economia di guerra è particolarmente interessante.

La questione di come si gestisce economicamente una guerra è divenuta tanto più importante a fronte di una trasformazione in chiave competitiva della globalizzazione. Il “ritorno della storia” sulla scena internazionale, che significa il ritorno della guerra quale strumento della politica, se non accettato, quantomeno di cui si è accettata l’esistenza, ha determinato non una “deglobalizzazione”, come pure era stato teorizzato, ma una “globalizzazione competitiva”.

L’estensione e l’interconnessione dei mercati internazionali non ha fatto scaturire la “pace perpetua” kantiana, ma la nuova forma della competizione continua tra Stati o blocchi d’alleanza che è prima economico-finanziario-commerciale e poi diventa militare.

Il caso di come Israele stia approntando la sua economia di guerra è emblematico, perché mette in luce come uno Stato territorialmente piccolo ma militarmente forte ed economicamente non solo agganciato alle grandi catene del valore mondiale ma anche dotato di un vantaggio competitivo nel settore tecnologico, debba riconsiderare la propria politica economica alla luce del conflitto contro Hamas e della sua potenziale “regionalizzazione”.

La Start Up Nation israeliana, che si prepara ad attaccare Gaza via terra ed a condurre, quindi, un’operazione militare che sarà lunga, subisce le conseguenze del conflitto: le piccole attività commerciali sono ferme ed i negozi chiusi, ma il ministro dell’Economia, Nir Barkat, ha annunciato misure straordinarie per il sostegno alle piccole e medie imprese, che del sistema produttivo dello Stato ebraico sono il cuore pulsante. Non a caso, da più parti, a chi diceva che il richiamo dei riservisti (330.000 su 360.000 totali) avrebbe privato l’economia israeliana di figure essenziali come manager, startupper, imprenditori, ingegneri ed altri lavoratori essenziali della filiera tecnologica, è stato risposto che un soldato può benissimo continuare a lavorare dal fronte tramite smartphone e computer. Vestire l’uniforme non significa abbandonare la propria attività lavorativa, almeno in Israele, dove cittadino e soldato sono ruoli intercambiabili.  

Barkat, che è stato ufficiale paracadutista e combattente della guerra in Libano del 1982-1985, ha un background da informatico e da imprenditore nell’high tech; dunque conosce a fondo il sistema economico delle start up tecnologiche israeliane. Questo tipo di imprese rappresentano il reale “valore aggiunto” per Israele nei mercati internazionali e contribuiscono per il 20% sul Pil nazionale. Non solo in settori come l’aerospazio-difesa e le tecnologie annesse, ma anche per navigazione satellitare, siti internet e marketplace, la “Silicon Valley” ebraica resta un polo mondiale di riferimento e lo scoppio della guerra ha destato non poca preoccupazione tra le multinazionali tecnologiche che hanno proprie filiali in Israele o che lì acquistano componenti essenziali per i propri prodotti finali. Il settore non ha dato, comunque, finora segni di cedimento. Tant’è vero che alcuni importanti investitori, come la banca italiana Intesa Sanpaolo (che nel 2022 ha investito 20 milioni di euro in cinque aziende innovative israeliane nei settori della cyber security, dell’agritech e del calcolo quantistico), stanno seguendo i piani prebellici di capitalizzazione, senza contraccolpi.

Il rallentamento economico dovuto al conflitto contro Hamas, può essere superato, secondo la ricetta di Barkat, solo attraverso le esportazioni. Dunque, anche in questo caso Israele punta a sfruttare il proprio vantaggio competitivo nell’high tech per stabilizzare la propria economia.

Quello israeliano è un caso diverso rispetto a quello ucraino. Infatti, mentre Tel Aviv deve tutelare – anzi, secondo la linea di Barkat addirittura a rafforzare – il proprio sistema economico, garantendo il mantenimento del controllo su settori vitali del commercio internazionale, per Kyiv esiste il doppio problema-opportunità di salvaguardare le proprie infrastrutture, pensando anche alla futura ricostruzione e, parimenti, sfruttare la guerra contro Mosca per garantirsi, di ritorno, lo sviluppo di una industria nascente che non può che essere quella della difesa, “copiando”, sotto questo aspetto, il modello dello Stato ebraico.

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