La Spagna post-referendum tra spinte indipendentiste e richieste di unità

Nonostante l’opposizione del Governo centrale di Madrid e del Tribunale costituzionale spagnolo, domenica primo ottobre si è svolto nella comunità autonoma catalana, tra manifestazioni e scontri con le forze di polizia,il contestato referendum per l’indipendenza che con il suo risultato, se non scontato quantomeno prevedibile, ha contribuito ad innalzare la tensione che da oltre due secoli contraddistingue i rapporti tra il Governo centrale e la Generalitat, provocando una nuova (e forse insanabile) frattura tra Madrid e Barcellona da cui la questione identitaria sta traendo un nuovo importante slancio.

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Alle origini dell’indipendentismo catalano

Gli eventi degli ultimi giornihanno riportato al centro del dibattito politico catalano ed europeo il problema delle spinte indipendentiste che già in passato ha interessato diversiPaesi del Vecchio continente, tracui laNorvegia, separatasi pacificamente dalla Svezia nel 1904,e la Slovacchia, che con la secessione non violenta del 1993 ha creato un nuovo Stato indipendente dall’ex Československo.Come dimostra il caos spagnolo post-referendum,l’Europa si trova ancora oggi a dover affrontare l’insorgenza di questioni identitarie a livello regionale che stanno creando democrazie sempre più “sfilacciate”,nemiche di una futura Unione politica fondata sull’integrazione reciproca e l’inclusione socio-culturale.

Nel caso particolare dell’indipendentismo catalano, rafforzato dalla crisi economica globale e dagli impopolari governi del Partido popular, si possono rintracciareradici antichissime riconducibili, anzitutto, a rimostranze storiche che risalgono ai tempi di Primo de Rivera e della Guerra Civil(quando la dittatura di Francisco Franco impose un duro anti-catalanismo reprimendo ogni aspirazione del movimento indipendentista di Barcellona), ma anche a fattori culturali-linguistici cheil popolo catalano vorrebbe riaffermare e difendere dalle percepite “oppressioni”di Madridper garantire una maggiore coesione sociale e la valorizzazione delle tradizioni locali.

Nonostante la lingua a la cultura catalane siano ormai diritti riconosciuti e la Generalitat goda di ampi spazi di autonomiaa livellosanitario, scolastico e securitario, una parte della Catalogna continua infattiad enfatizzare un passato fattodi repressioni ed ingiustizie, riportando il discorso indipendentista sulla questione dell’identità di un popolo vittima della sottomissione culturale e politica imposta dal colonialismo castigliano incarnato da Madrid e che, considerandosidel tutto estraneo alla composizione etnica del mosaico ispanico, rivendicail diritto dei essere riconosciuto come una nazione indipendente.

Sono state però le politiche di austertity decise a livello europeo, e prontamente eseguite dal leaderconservatoreRajoy, ad aver rinvigorito il nazional-localismo della Generalitat, imponendoa molti cittadini privazioni e restrizioni che hanno esacerbato l’insofferenzacatalana perla condivisione delle risorse di Barcellona (già indebitata per oltre 75 miliardi di euro) con le regioni più povere dello Stato spagnolo.

L’aumento delle disuguaglianze, dovuto alla concentrazione della ricchezza, alla perdita di posti di lavoro e ai drastici tagli al bilancio, hacontribuitoa ridurre progressivamente il consenso di cui godeva il governo di Barcellona, attirando su Gavarró il malcontento delle piazze. Per contenere e al tempo stesso incanalare questa forte pressione sociale, ma anche per rispondere, contestandolo,all’annullamento di 14 articoli dell’Estatut d’Autonomia deCatalunya da parte della Corte costituzionale spagnola, la grande destra catalana ha deciso di convocare una prima consultazione informale sul futuro della regione nell’ottobre 2014, seguita dal referendum di domenica, dando così nuovo slancio a quei sentimenti indipendentisti, che soprattutto fra i giovani cresciuti con l’idea di una Catalogna totalmente indipendentedal resto della Spagna, tendono a produrre un’identificazione delle frustrazioni sociali con i prelievi sproporzionati che, secondo i nazionalisti, le autorità spagnole starebbero imponendo al governo catalano.

A favorire il rafforzamento dell’indipendentismo sono intervenuti, oltre ai problemidi ordine economico-finanziario, anche la crisi dei partiti tradizionali,che ha lasciato spazio all’ascesa di nuove forze indipendentiste più credibilie determinate rispetto a quelle del passato, e questioni politiche legate all’intolleranza centralista, che unita al rifiuto di ogni forma di dialogo e comprensione delle realtà locali, è culminatanelle violenzedella Guardia Civile nel duro intervento politico-giudiziario pre-referendum di Rajoy con cui il Governo centrale ha tentato di soffocare le rivendicazionidella popolazione catalana provocando, di riflesso,una radicalizzazione del catalanismo politico ed unulteriore ampliamento delconsenso nei confronti delsogno nazionalista. Quest’ultimo,fondato su un certo senso di superiorità ed intriso di un patriottismo romantico e rassicurante, ha innescato una gara di provocazioni e minacce con Madrid (alimentata anche dalla politica intransigente dei conservatori spagnoli), che, come sta dimostrando la crisi di Stato tutt’ora in corso, rischia di creare nuove frontiere e divisioni sempre più profonde tra le due capitali.I rapporti già conflittuali tra Madrid e Barcellona sono infatti precipitati rapidamente in conseguenza alla differenza di trattamento riservata dalla prima ai Paesi Baschi (autorizzati a trattenere più risorse fiscali rispetto ad altre comunità e a versare allo Stato centrale cifre discrezionali) da sempre percepita dai catalani come un’ingiustizia, come anche in risposta all’atteggiamento incurante adottato dal Gobierno Central (troppo impegnato a risolvere i propri problemi economici)nei confronti dellesempre più pressanti richieste catalaneper l’ottenimento diquelle concessioni fiscali considerateindispensabilidalla Generalitat per rinvigorire i propri buoni del tesoro.

 

Scenari futuri nella Catalogna post-referendum

Secondo la Ley del referéndum de autodeterminacióna approvata dal Parlamento catalano lo scorso del 6 settembre, la vittoria del sì alla consultazione popolare del primo ottobre vincolerebbe le autorità di Barcellona all’approvazione di una dichiarazione unilaterale di indipendenza su proposta del presidente Carles Puigdemont, cui Madrid potrebbe rispondere, come confermato dalla riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri di mercoledì scorso,nei modi indicati all’art. 155 della Costituzione, ovvero proclamando l’immediata sospensione dell’autonomia catalana per difendere l’interesse generale davanti alla disobbedienza delle autorità di Barcellona.

Dopo giorni di scioperi, manifestazioni e attese, il leader catalano,nel suo discorsoal Parlamento regionale, haproposto però di sospendere l’applicazione della dichiarazione d’indipendenza (che non è stata infatti presentata formalmente) per cercare (forse) di avviare una trattativa per giungere ad una soluzione concordata, la cui natura non è stata ancora precisata ma a cui è bastato fare riferimento persollevarele prime accuse di tradimento nella stessa coalizione indipendentista.

Nonostante la presenza di una maggioranza pro-indipendenza nel Parlament ed i malumori che hanno fatto eco al discorso del Presidente catalano,non è comunque escluso che prevalgala volontà del gruppo di deputati favorevoli ad una soluzione negoziata con il Governo centrale (da sempre auspicata dai socialisti catalani)che nelle ultime settimane sembra averraccolto unmaggior consenso.Anche nello stesso blocco degli indipendentisti, dove non esiste ancora un accordo definitivo su modalità e contenuto della dichiarazione di secessione, il dibattito sui futuri assetti geopolitici del Paese iberico è infatti piuttosto acceso,con discrepanze più accentuate all’interno del Partito democratico europeo catalano di Puigdemont, diviso tra chi invoca elezioni anticipate e coloro che spingono invece per un’immediata dichiarazione d’indipendenza.

Nonostante i molti dubbi sul futuro dei rapporti tra Madrid e Barcellona, il rischio di una secessione, con possibili ripercussioni negative sull’economiacatalana,ha già spinto alcune tra le più importanti imprese del Paese (come CaixaBank, Banco Sabadell, Gas Natural Fenosa e Banco Mediolanum) a trasferire le proprie sedi legali al di fuori della comunità autonoma catalana, preannunciando così il rischio di una fuga di aziende che potrebbe inginocchiare l’economiadi Barcellona. In soli tre giorni due grandi banche catalane hanno bruciato 3.000 milioni in borsa, l’Imbex-35 ha perso il 2,85% e la Standard&Poors ha annunciato un possibile declassamento del debito sovrano della Generalitat, mentre il Fondo monetario internazionale ha sottolineato come le tensioni politiche che coinvolgono oggi la Catalogna potrebbero minacciare seriamente la fiducia negli investimenti e nei consumi.Sembra dunque profilarsi per Barcellona un problema di ordineeconomiconon trascurabile che, se sommato alla questione del debito catalano e alle diverse vedute dei militanti separatisti, potrebbe in parte indebolire gli sforzi per il progetto di autodeterminazione. Quest’ultimo, cherichiederebbeun’unitàedun’autonomia fiscale che i catalani non possiedono ancora, potrebbe inoltre comportare una serie di rinunce in termini di possibile esclusione dall’UE e perdita (almeno temporanea) del principale mercato economico di Barcellona (la Spagna), con ripercussioniimportantisulla vita sociale e politica del popolo catalano (oltre che spagnolo).

A porre ulteriori ostacoli al sogno indipendentista, aumentando le complicazioni di un’eventuale separazione, potrebbe intervenire anche l’Europa, che nonostante la condanna più o meno esplicita delle violenze del primo ottobre, ha ribadito la legittimità delle azioni del governo di Madrid e lasciato intendere la sua opposizione alla nascita di una Catalogna indipendente che produrrebbe una nuova e grave frattura all’interno dell’UE.


Conclusioni

Il referendum catalano per l’indipendenza, che si è celebrato in un clima di altissima tensione e grande confusione, ha sicuramente provocato una profonda frattura istituzionale dentro e fuori la Catalogna che sta avvicinando il Governo di Mariano Rajoy, troppo debole per affrontare la situazione, verso una fase di profonda instabilità ed incertezza che potrebbe spaccare la Spagna ed indebolire ulteriormente l’Unione europea compromettendone l’unità.

In un simile contesto, l’atteggiamento poco lungimirantedimostrato dai due contendenti, l’uno proiettato verso il sogno di un’indipendenza di non facile attuazione, l’altro impegnato ad alimentare un braccio di ferropolitico con Barcellona con conseguenze serieperl’intero Paese, non sembra lasciare spazio a nuovi negoziati tra i due governi, ma al contrarioparrebbepreannunciare il rischio di un sovvertimento o di un definitivo sconvolgimento dell’assetto costituzionale spagnolo.

L’impressione, ad oggi, è che la situazione sia stata gestita in modo avventato tanto da Barcellona, nelle intenzioni e nei fatti, quanto da Madrid nella risposta alle istanze dei catalani. Se gli indipendentisti sembrano prigionieri di speranze che hanno alimentato per anni e che ora non possono abbandonaresenza perdere la propria credibilità e la fiducia dell’elettorato, Madrid continua invecea dimostrare la propria intenzionedi piegare l’indipendentismo catalano rifiutando qualsiasi concessione.

Con gli spazi per una trattativa ridotti al minimo, i due fronti sempre più lontani e la popolazione e la politica catalane divise tra separatisti e unionisti, il piano dei leader del fronte indipendentista potrebbe incontrare qualche difficoltà soprattutto se si considerano la reazione del Governo Rajoy, che dovrà evitare lo sviluppo di altri movimenti centripeti tra nazioni non castigliane per garantire la sopravvivenza del Paese, come anche i costi e la durata del processo per la creazione di un nuovo stato sovrano che con ogni probabilità non riceverebbe alcun riconoscimento internazionale.

Per tentare di scongiurare un’escalation della crisi in corso, ed evitare quindiun atto unilaterale del fronte indipendentista ed un intervento manu militari della Spagna, è statapropostala creazione di un gruppo di giuristi, politologi e sociologhi in grado di elaborare proposte sulle quali i partiti politici possano discutere ed il popolo esprimersi, favorendo così un processo di dialogo “dentro la legge”.

In mancanza di una soluzione reale e condivisa da tutte le parti, la chiave resta infattila coesistenza pacifica e democratica, e quindi la ricerca di un negoziato e di un mediatore in grado di discutere migliori termini di convivenza, riducendo il malcontento sociale e politico, senza lasciare spazio a nuove e futili provocazioni.