La sindrome del prigioniero liberato

Il primo discorso del Presidente eletto Donald Trump è stato, se possibile, ancora più sorprendente della sua elezione. Con tono pacato, quasi magnanimo, ha ringraziato i familiari, gli amici, gli alleati. Ha reso l’onore delle armi alla Clinton. Ha ignorato Obama.

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Ed ha dato delle linee guida per il suo operato futuro. Anzi, per essere onesti, le linee guida hanno preceduto i ringraziamenti. E sono stati un riassunto plastico del personaggio. Pochi concetti. Ma chiari e chiaramente riportati. Prima gli interessi nazionali. Poi quelli internazionali. Verranno, sempre, fatti gli interessi nazionali per primi, ma poi si tratterà con correttezza il prossimo e si punterà a trovare un terreno d’intesa. Il punto focale è “partnership, not conflict”. All’interno di questa formula tutto si può trovare, ma alcuni concetti sono chiari. I partner non sono sudditi. E l’assenza di conflitto non si può che creare lasciando a ciascuno il controllo esclusivo del proprio territorio. E delle sue zone di influenza. Il quadro è avvalorato dai discorsi dei mesi precedenti sui rapporti con Nato e Russia. Trump è isolazionista. Non vuole mettere le mani nei teatri bollenti oltre Atlantico. Il grande gigante torna a dormire. Questo cosa vuol dire per noi?

Immaginate di essere stati prigionieri per anni in condizione disumane. Non potevate muovervi. La posizione era scomodissima. Mangiavate poco. Poi, un giorno, arriva il vostro liberatore. Apre le porte della gabbia e siete liberi. Ci sono alcuni errori da non fare. Non si deve mangiare troppo. Non si deve bere troppo. Non si deve camminare troppo. Altrimenti ci si fa male. In taluni casi molto, molto male. Dopo settant’anni di sovranità limitata, sapremmo oggi, ex abrupto, gestire un teatro complesso e delicato come quello Mediterraneo? Oppure si creerebbe un vuoto di potere che verrebbe riempito il prima possibile, alla velocità della luce, in realtà, dalla prima potenza regionale con mire espansionistiche? La regione di Paesi con il curriculum in linea per questo atteggiamento abbonda. Non possiamo contare solo sulla Russia come partner. L’Unione Europea, non essendo dotata di un esercito, manca della necessaria forza di interdizione. L’Oceano Atlantico, che lega la Nato, è uno strumento figlio di altre temperie storiche. Ed anche la maggiore ragione per cui, usciti dalla gabbia fatichiamo a reggerci in piedi. In buona sostanza, un plauso all’idea, ma non si crei un clima insostenibile di fuga dalle proprie responsabilità.

In questo periodo, però, l’Europa non deve porsi alibi. O si cresce o si muore. Non avremo altre occasioni per riacquistare la nostra Sovranità. Di notti storiche e magiche come quella appena trascorsa non se ne vivono due di seguito nella propria vita. E dopo questa, tutte le tensioni accumulate in mezzo secolo potrebbero allentarsi. Persino sparire. Come ha detto Trump, non c’è nessun sogno troppo grande da non poter essere perseguito.