La silenziosa strategia tedesca in Africa

Nonostante sia una pagina meno nota della storia, l’impatto della colonizzazione tedesca in Africa ha lasciato delle profonde ferite sulla regione e ha compromesso i rapporti di vari paesi con Berlino. La Germania ha provato negli ultimi anni a rilanciare la propria immagine, spesso scegliendo di perseguire i propri interessi attraverso le organizzazioni internazionali e ponendosi come un attore “silenzioso” ma strategico nella politica del continente.

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Seppur di secondo piano rispetto alla presenza francese o inglese, la Germania ha un passato coloniale importante in Africa che ha origine nel Magraviato di Brandemburgo e si conclude con il trattato di Versailles nel 1919, nonostante i numerosi tentativi del regime nazista di ripristinare l’impero coloniale. Da sempre, l’esperienza colonizzatrice tedesca è poco presente nei dibattiti pubblici e ignorata nelle questioni legate alla decolonizzazione, una pagina quasi dimenticata in una già scomoda storia nazionale. L’eredità socioeconomica di quel periodo, però, è ben visibile: ci sono circa un milione di Afro-tedeschi e il genocidio degli Herero in Namibia ha cambiato per sempre il DNA della nazione. La Germania è responsabile di quello che viene definito il primo genocidio del XX secolo, dove oltre l’80% della tribù Herero e circa il 50% dei Nama furono sterminati. Per molti anni Berlino ha rifiutato il riconoscimento delle atrocità commesse, nonostante vi fossero prove schiaccianti che confutavano le deportazioni nel deserto del Kalahari, l’avvelenamento di pozzi per mano tedesca, il lavoro forzato in campi di prigionia, gli stupri e le uccisioni di massa, oltre che i numerosi esperimenti di eugenetica sui prigionieri. Molti studiosi si sono spinti fino a identificare questo episodio come una prova generale dell’olocausto. Solo nel 2015, dopo più di cento anni dall’evento, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha approvato una linea guida per riferirsi all’episodio con le parole “crimine di guerra e genocidio”, seppur negando la possibilità di risarcimenti ai discendenti delle vittime. Ancora oggi, infatti, i discendenti Herero sono impegnati per il riconoscimento alla pari di altre etnie vittime di genocidio, anche se lo scorso 24 settembre la Circuit Court of Appeal di New York ha respinto il caso per l’immunità della Germania e la mancata giurisdizione sulla questione. Anche la Tanzania nel 2017 ha annunciato la volontà di presentare una richiesta di risarcimento per le atrocità commesse dall’esercito tedesco durante la rivolta dei Maji Maji, viene infatti stimato che decine di migliaia di uomini furono mitragliati e che circa 250.000 persone morirono di fame a seguito delle ritorsioni sugli autoctoni. Similmente, il Burundi ha avviato quest’estate una Commissione per stimare i danni del periodo coloniale tedesco (e belga). Ad oggi la Germania non si è mai ufficialmente scusata per le atrocità commesse, temendo che questo gesto possa dare il via alle richieste di indennizzo. Gli eventi drammatici negli Stati Uniti di questi mesi hanno generato un nuovo dibattito nel paese sul proprio passato coloniale, che sembra poter creare un clima di maggiore consapevolezza non solo sulle scelte storiche della nazione ma anche sulle ripercussioni odierne di quest’ultime. Dopo anni di lotte, per esempio, la strada ‘Mohrenstraße’, letteralmente strada dei mori, con un’accezione molto negativa in tedesco, cambierà il nome e verrà probabilmente dedicata a Anton Wilhelm Amo, un filosofo nero del diciottesimo secolo e il primo africano a frequentare un’università cristiana in Europa.

Un migliore dibattito interno sulle responsabilità coloniali del paese è andato di pari passo con il rinnovato interesse strategico per il continente negli ultimi anni, guidato sia da incentivi economici che dalla necessità della Germania di rafforzare la sua nuova immagine di egemone regionale, civile e benevolo. Non è casuale, infatti, la proposta di un Marshall Plan per l’Africa a firma tedesca, un piano per il rilancio economico e sociale del continente che Robert Kappel però descrive come “infuso con un approccio da samaritano”. Se da una parte Berlino sta cercando di diventare un attore più assertivo dall’altra lo sta facendo in maniera più defilata rispetto ad altri attori, per esempio la Francia, così da mantenere un’immagine più neutrale nelle questioni spinose del continente. Anche nel caso del Marshall Plan, la Germania inquadra i suoi obiettivi strategici in un piano a livello europeo e non nazionale cercando di spingere la propria agenda attraverso l’Unione piuttosto che come attore singolo. Berlino ha due vantaggi nel veicolare la propria politica estera quasi in simbiosi con l’Unione Europea: non solo questo diminuisce l’esposizione del paese nelle sue posizioni di politica internazionale ma fortifica anche l’immagine dell’Unione come attore, di particolare interesse per la Germania dato che beneficia (e ha beneficiato) largamente dal multilateralismo. L’ultimo esempio della sinergia tra politica estera tedesca e relazioni esterne dell’Unione è il progetto PACT, una partnership tra UE e Unione Africana per aiutare i paesi africani nel migliorare le loro capacità di tracciare i casi di coronavirus e somministrare i test, in cui la Germania ha un ruolo primario per la distribuzione di kit per i tamponi.  Il 1° settembre, infatti, 500.000 kit sono stati portati in Africa attraverso un ponte aereo dell’UE come parte del piano di sostegno al continente Africano di Berlino, che prevede un pacchetto di aiuti di 10 milioni di euro a supporto dei sistemi sanitari locali. Anche durante il periodo della presidenza tedesca del G20 nel 2017 la Germania ha provato, ancora una volta, la sua volontà di incardinare le relazioni afro-tedesche nel dibattito internazionale portando per la prima volta sul tavolo il tema dello sviluppo del continente africano come una priorità. Lo stesso anno, Berlino aveva anche messo a punto il già citato Marshall Plan per l’Africa.


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L’Africa non è storicamente una priorità strategica per la Germania, che ha tradizionalmente identificato la sua zona primaria di influenza nella mitteleuropa. È però innegabile il crescente interessamento di Berlino nelle vicende della regione e il nuovo impulso alla sua politica di cooperazione con i paesi africani. Il rinnovato interesse strategico-politico va a completare un coinvolgimento economico con la regione di più lunga data, in quanto la Germania ha sviluppato negli anni importanti relazioni commerciali con la regione (specialmente con il Sud Africa). Per esempio, la Volkswagen ha potenziato gli sforzi per espandere le sue attività in Africa con l’avvio della produzione in Kenya nel 2016, la Bayer ha aperto ufficialmente la sua nuova filiale, Bayer Middle Africa Limited, nel Lagos nel 2015, la Deutsche Bundesbank e la South African Reserve Bank hanno concluso un accordo per ospitare una rappresentanza della Bundesbank in Sudafrica e Lufthansa ha lanciato un nuovo volo diretto tra Francoforte e Città del Capo, espandendo la sua presenza nella regione. Il 24 settembre si è tenuto anche il secondo Germany-Africa Business Forum (GABF), in modalità virtuale data la pandemia, in cui è stato annunciato che Afreximbank firmerà un memorandum d’intesa con le case automobilistiche tedesche destinato a creare una strategia industriale di produzione automobilistica di stampo africano. Oltre il tema delle politiche industriali, un ruolo importante nelle discussioni è stato riservato alla questione energetica. Un ottimo esempio di cooperazione tra Germania e Africa si trova nella Guinea Equatoriale, che ha impiegato due appaltatori tedeschi nella costruzione del primo impianto di stoccaggio e rigassificazione di GNL dell’Africa occidentale. La Germania è senza dubbio un attore in crescita in Africa, anche se spesso le sue politiche fanno poco rumore sui media.

Arianna Colaiuta,
Geopolitica.info