La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative

La costruzione di imperi, regni e potenze ha sempre comportato la necessaria presenza di rotte commerciali, di comunicazione, di passaggio e lungo le quali esercitare la propria influenza.

La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative - GEOPOLITICA.info thecurrentcy.com

La protezione e la messa in sicurezza di tali linee dunque, sia interne che esterne, è da sempre una necessità che denoterà la resistenza e la buona riuscita dell’opera che si sta compiendo. Esempi esemplificativi, due su tutti, risultano essere l’Impero Romano e l’Impero britannico, il primo Impero a portata globale. Tale premessa è necessaria per inquadrare in quale scenario si è inserito un nuovo attore, la Cina, e il suo grande progetto geopolitico, avviato oramai da circa cinque anni, ovvero la Belt Road Initiative.

Questo progetto può essere riassunto come il collegamento tra Europa e Asia sia per via marittima che per via terrestre, la connessione tra la Cina e il Mediterraneo, fino alla Finlandia e al Portogallo passando per l’Asia e anche per l’Oceano Indiano e per il Medioriente. Queste rotte marittime e terrestri necessitano di essere protette e rese sicure perché persistono piaghe endemiche di difficoltà dovute a regioni instabili ed insicure, come per esempio l’Afghanistan o il Corno d’Africa. Tali debolezze possono essere superate soltanto con una presenza massiccia di forze di sicurezza e, soprattutto, con l’instaurazione di un contesto sicuro e stabile nella regione in cui si vuole operare e investire.

La Bri e la (sua) Sicurezza: le difficoltà

Il Paese asiatico ha infatti lanciato, da alcuni anni, il suo grande progetto geopolitico per collegare l’Eurasia, cercando allo stesso tempo di plasmare la politica internazionale rendendola più sinocentrica possibile. Si è però scontrata con difficoltà non solo economico-amministrative-giudiziarie ma anche sociali, culturali, ambientali, politiche ed infine quelle più strettamente connesse al comparto della security.

Nel progetto originario cinese infatti non sembrano essere stati inseriti vincoli e margini di manovra per poter evitare frizioni e punti di elevata complessità, soprattutto politici e militari. Cioè, ad una attenta analisi, la proiezione economica e il soft power cinese sembrano mancare di quelle politiche necessarie ad attuare quel clima di sicurezza e stabilità socio-economica-politica nel quale poter implementare al massimo delle loro potenzialità gli investimenti infrastrutturali.

Queste mancate considerazioni, dovute all’inesperienza della Cina nel proiettarsi all’esterno dei propri confini, si configurano come fattori di incertezza e rischio non solo per il futuro del progetto geopolitico cinese, il quale verrebbe minacciato da eventuali tensioni e resistenze armate e non,  ma anche per gli altri Paesi del globo, i quali potrebbero essere certamente interessati dalle possibili crisi e problemi che potrebbero poi emergere nei territori in cui vengono investiti i finanziamenti e, in seconda battuta, dalla mancata risoluzione di tali problematiche. Il governo cinese, pertanto, si è reso conto di dover far fronte a queste difficoltà dato che molti corridori strategici lungo cui si sviluppa la BRI, siano essi terrestri o marittimi, sono caratterizzati da governi deboli, tensioni sociali, povertà diffusa, endemici conflitti armati e resistenze armate. 

Le due strade che la Cina ha deciso di intraprendere

Il Paese asiatico ha pertanto deciso di agire seguendo due “strade”: la prima riguarda la rimodulazione delle proprie Forze armate, mentre la seconda attiene alle Private Military and security companies (PMSCs). Per quanto attiene alla prima “strada”, da un lato la Cina si è scontrata con la sua storica reticenza nel non impiegare le sue Forze Armate in teatri esteri, dall’altro però si è ritrovata a dover garantire la sicurezza e la tutela dei suoi operai e cittadini nei territori dove gli investimenti trovano poi attuazione. L’elevata presenza di personale civile cinese nel mondo ha infatti obbligato il Paese a dover rimodulare da un lato le proprie FF.AA. al fine di renderle idonee a intervenire e proteggere i propri connazionali.

La costruzione di basi avanzate e logistiche come quella in Gibuti, inaugurata nel 2017 e la rimodulazione degli assetti e dei mezzi militari, il loro upgrade tecnologico rappresentano un fattore importante pre proiettare le Forze armate al di fuori dei confini nazionali cinese con il preciso scopo di difendere gli interessi globale del Paese asiatico.

Tuttavia, non sempre le forze militari possono essere impiegate negli scenari e per trasmettere e fornire un’adeguata sicurezza  la Cina si è vista costretta a ricorrere alla sicurezza privata, trovandosi però impreparata. Questa componente, come evidenzia Alessandro Arduino in un suo articolo per T.wai, ha un personale molto numeroso ma spesso inesperto e, per legge, non ha il permesso di portare armi sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

Un ulteriore limite poi lo si rileva nel momento in cui si cerca una normativa che ne regoli l’operatività. Se questa è presente nel mondo Occidentale e in quasi tutto il resto del mondo tramite l’ ICoCA (International Code of Conduct Association), i soggetti cinesi ne sono privi e ciò può essere un importante fattore di svantaggio per Pechino, nell’ottica di una risoluzione della crisi ma anche nella sua prevenzione. Per sopperire a queste mancanze la Cina sta acquisendo quote di società appartenenti a diversi Paesi così da avere non solo accesso ad un mercato meglio attrezzato ma anche meglio dotato di quel know-how fondamentale per addestrare i propri operatori e soprattutto per cominciare ad acquisire rispettabilità in questo settore.

Come dunque si può ben osservare le variabili che possono minare il progetto geopolitico cinese sono variegate, fluide e di diversa natura. Se le strade percorribili dalla Cina sono quelle indicate precedentemente, per la comunità internazionale, così come le Organizzazioni internazionali e gli altri Paesi, la strada più soddisfacente per tutti, per quanto attiene alla sicurezza, potrebbe essere quella della cooperazione e integrazione con la controparte cinese fornendo uno standard comune di intervento e di operatività, sia per la parte militare vera e propria sia per la componente privata.

Agendo in tale modo, si può così auspicare di riuscire a dare una risposta condivisa al controllo ed alla mitigazione dei focolai di crisi,  alle instabilità già presenti e, soprattutto, al non permettere sia che persistano sia che ne nascano di nuovi, permettendo e garantendo benefici sociali, economici e politici per tutti i Paesi e gli attori coinvolti in questo grande progetto geopolitico che è la Belt Road Initiative.