La sfida russa nei Balcani

La geopolitica di Mosca non riguarda unicamente l’Asia centrale, con l’ambizioso piano di unione (economica) eurasiatica. Il rinnovato vigore del Cremlino nel campo della politica estera fa sentire la sua eco anche nell’area balcanica, che nel XIX secolo fu già oggetto delle mire panslaviste degli zar e nel secolo scorso bottino di guerra dell’ex impero sovietico. Applicando una delle costanti storiche della geopolitica russa, Putin sta, silenziosamente, predisponendo le sue pedine, in attesa delle contromosse euro-atlantiche. E’, di fatto, un nuovo capitolo del “New Great Game” balcanico, che come principale posta in palio pone il controllo delle arterie energetiche nella propaggine estremo occidentale della grande scacchiera eurasiatica.

La sfida russa nei Balcani - GEOPOLITICA.info Vladimir Putin il centro di controllo della difesa nazionale, Mosca, 17 aprile 2015 (cr: Alexei Nikolsky/Reuters)

Il progetto Turkish Stream

Il prossimo novembre il leader del Cremlino, Vladimir Putin, e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, potrebbero incontrarsi per discutere a Mosca del progetto di costruzione del un nuovo gasdotto Turkish Stream, che dovrebbe unire la città russa di Anapa (Caucaso centro-meridionale) a Kiyikoy nella Turchia europea. Nelle intenzioni dei due Paesi, il principale e primo tratto della nuova arteria energetica, che, oltre alla Turchia, dovrebbe raggiungere anche l’Europa meridionale attraverso la Grecia, potrebbe essere operativo dal dicembre 2016, con una capacità complessiva annua di 63 miliardi di metri cubi di gas. La pipeline, che di fatto si sostituisce al South Stream, cancellato da Putin (anche) a seguito delle sanzioni imposte dall’Occidente in conseguenza della crisi ucraina, è il frutto di un Memorandum d’intesa siglato il 1° dicembre 2014 tra la compagnia russa Gazprom e la turca Botas Petroleum Pipeline. Per certi versi inoltre, il Turkish Stream rappresenta la risposta di Mosca al progetto concorrenziale South East Europe Pipeline (SEEP), proposto sin dal 2011 dalla inglese BP, per trasportare il gas azero verso i mercati europeo-occidentali.

New Great Game nei Balcani

La mossa del Cremlino può essere letta attraverso due costanti che hanno accompagnato buona parte della politica estera russa negli ultimi due secoli: il panslavismo e la partecipazione alle vicissitudini geopolitiche del Great Game. Elementi che oggi sembrano di nuovo fondersi nel gran calderone balcanico. Inizialmente sorta al di fuori dei confini russi, l’ideologia panslavista costituì, in particolare attraverso la declinazione che ne diede Nikolaj Jakovlevic Danilevskij nella sua opera La Russia e l’Europa (1869), la linfa per la foreign policy zarista, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando il Ministero degli Esteri russo fu guidato dal Principe Aleksandr Michajlovic Gorcakov.  La contesa, la quale, per tutto il XIX secolo, oppose inglesi e russi in Asia centrale e nel Vicino Oriente, che gli storici, ispirati anche dalle pagine del romanzo Kim (1901) dello scrittore britannico Rudyard Kipling, ribattezzarono Great Game (per i russi “Torneo delle ombre”), pare invece ripresentarsi sotto le vesti di un “Nuovo Grande Gioco”, in cui gli interessi energetici (idrocarburi) assumono un ruolo preponderante. L’area balcanica non si sottrae a questo scenario, tanto che sembra rappresentare una delle scacchiere cruciali in cui le grandi potenze attualmente muovono le loro pedine. A cominciare proprio dalla Russia, che così rivela di non volere rinunciare alle sue prerogative, in massima parte basate sulla tradizionale influenza (forse più ideale che reale) storicamente esercitata su questa regione.

L’energia come arma geopolitica

Attraverso la commercial diplomacy, Mosca sembra volere abbracciare gli slavi del sud in un rinnovato patto di amicizia. A cominciare da Slovenia e Croazia (membri UE), dove negli ultimi due anni si sono tenuti importanti incontri economici bilaterali: a Lubiana nel 2014 e l’ultimo nel febbraio scorso tra croati e russi. Dove però i tradizionali legami di fratellanza sembrano incidere maggiormente è la Serbia. Benché infatti negli ultimi anni Belgrado guardi sempre più all’UE quale interlocutore politico e commerciale, ciò non ha impedito ai serbi di mantenere rapporti stretti con Mosca. Non è solo il rifiuto di applicare le sanzioni occidentali contro la Federazione Russa a testimoniarlo, ma altri due dati: uno di natura politico-diplomatica e l’altro di tipo economico. Nel 2012 la Federazione Russa ha inaugurato a Nis, nel sud della Serbia, un centro anti calamità russo-serbo, che opera in stretta sinergia con il Ministero russo delle Emergenze (EMERCOM –Emergency Control System) e il Ministero dell’Interno serbo. Sebbene le autorità russe abbiano sempre professato la massima trasparenza, per alcuni il complesso nasconderebbe (anche) attività dell’intelligence russa. Al di là delle speculazioni, il dato conferma l’importanza strategica attribuita da Mosca all’area balcanica. A suffragare ciò interviene il secondo dato, squisitamente più commerciale, ovvero l’acquisto operato dalla russa Gazprom, nel 2008, del 51% dell’azienda di Stato petrolifera serba NIS (Nafta Industrija Serbije). L’accordo assicura a Mosca una posizione dominante nel mercato interno energetico del Paese balcanico. Un anno prima, il governo della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina aveva inoltre ceduto il 65% della compagnia petrolifera Naftna Industrija RS (Nirs) alla Njeftegazinkor, che per il 40% appartiene alla compagnia pubblica russa Zarubezhneft.

Macedonia e Bulgaria pivot geostrategici

A contrastare il disegno russo  contribuisce unicamente (se si esclude il piccolo Kosovo) la Bulgaria. Con il sostegno di Washington, Sòfia mira infatti a raggiungere l’indipendenza energetica da Mosca. Nel 2014 il governo bulgaro ha bloccato il passaggio di South Stream, di fatto contribuendo sensibilmente a porre fine al progetto. La cancellazione del gasdotto non ha però rappresentato la fine delle mire russe sui destini energetici dei Balcani. Mosca ha risposto con il suddetto progetto Turkish Stream, un cui tratto dovrebbe passare in Macedonia (formalmente FYROM -Former Yugoslav Republic of Macedonia). Quest’ultima circostanza pare rappresentare il nodo strategico di tutta la questione, ponendo di fatto Skopje al centro delle manovre geopolitiche. E la partita macedone si gioca tutta sul piano della dialettica politica interna. L’attuale coalizione di governo appare infatti sensibile alle lusinghe russe. Mentre il capo dell’opposizione social-democratica (Socijaldemokratski sojuz na Makedonija –SDSM), Zoran Zaev,  imputa al primo ministro, Nikola Gruesvki, una deriva autoritaria, accusandolo di corruzione, controllo indebito sui media e pressioni sulla magistratura, il partito di maggioranza relativa (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone), che inizialmente aveva basato la propria agenda politica sull’integrazione con la UE e l’ingresso nella NATO, avrebbe cambiato radicalmente approccio rispetto agli affari esteri. Per alcuni osservatori, Gruevski, conscio della valenza strategica del suo Paese, si sarebbe avvicinato a Mosca (cui ha concesso il passaggio del Turkish Stream) ottenendo, come contropartita, appoggio al proprio governo e sostegno nel denunciare i tentativi occidentali di destabilizzazione. Anche se il principale partner economico dei Paesi balcanici rimane l’UE, questi assunti geopolitici aiutano a comprendere meglio le parole pronunciate dal Segretario di Stato John Kerry il 24 febbraio 2015 davanti alla Commissione affari esteri del Senato di Washington. Secondo il responsabile di Foggy Bottom, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia si trovano infatti su una “linea del fuoco” che separa i divergenti interessi geostrategici di Mosca e dell’Occidente euro-atlantico.

Il ruolo dell’Italia

L’iniziativa turco-russa si inserisce nel più vasto quadro che include diversi tracciati concepiti per rifornire i Paesi dell’Europa occidentale, attraverso le sue propaggini meridionali, con idrocarburi provenienti dai bacini energetici del Caucaso (Federazione Russa) e dell’area caspica (Azerbaigian, soprattutto). Anche l’Italia, nonostante la cancellazione del South Stream, al quale ENI e Saipem partecipavano in qualità di partner di Gazprom,  è un attore primario in questa partita che interessa molto da vicino la sicurezza dei suoi flussi energetici. Roma è infatti parte attiva nell’iniziativa denominata Sourthern Gas Corridor (SGC), promossa dalla Commissione europea per agevolare la diversificazione delle fonti attraverso l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian. Oltre alla realizzazione di altre piattaforme off-shore nel Mar Caspio, il SGC prevede lo sfruttamento del vasto giacimento azero di Shah Deniz, attualmente in concessione ad un consorzio composto dalla britannica BP (28,8%), dalla turca TPAO (19%), dall’azera SOCAR (16,7%), dalla malese Petronas (15,5%), dalla russa Lukoil (10%) e dall’iraniana NIOC (10%). In particolare, l’Italia è Paese capofila nel progetto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), il quale, interessando anche Grecia e Albania, dovrebbe costituire l’ultimo tratto di un più vasto percorso che, partendo dal Caspio, vede coinvolti attualmente altri due gasdotti: uno azero-georgiano (SCP –South Caucasus Pipeline) e l’altro turco (TANAP –Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline).