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23/08/2021
Notizie, Russia e Spazio Post-sovietico

La Russia, l’Afghanistan e il ritiro degli Stati Uniti. Intervista a Mara Morini

di Lorenzo Riggi

Le drammatiche immagini di questi giorni hanno riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Afganistan, che dopo 20 anni di occupazione da parte delle forze statunitensi e NATO è tornato nelle mani dei Talebani. Mentre la complessa evacuazione del personale civile e militare occidentale è ancora in corso, alcuni governi hanno mantenuto le proprie rappresentanze diplomatiche a Kabul, avviando, a volte in modo ufficioso altre in modo ufficiale, un confronto con le nuove autorità afghane. Tra le grandi potenze coinvolte, la Federazione Russa ha tenuto un atteggiamento ambivalente verso le formazioni islamiste, mantenendo il proprio ambasciatore in Afghanistan e provando a prevenire eventuali ripercussioni per la propria sicurezza e quella delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. In questi giorni, Geopolitica.info ha quindi incontrato la prof.ssa Mara Morini, docente di scienza politica presso l’Università di Genova e autrice di “La Russia di Putin” edito da Il Mulino, per comprendere la posizione russa in questa fase così complessa.

Le drammatiche immagini di questi giorni hanno riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Afganistan, che dopo 20 anni di occupazione da parte delle forze statunitensi e NATO è tornato nelle mani dei Talebani. Mentre la complessa evacuazione del personale civile e militare occidentale è ancora in corso, alcuni governi hanno mantenuto le proprie rappresentanze diplomatiche a Kabul, avviando, a volte in modo ufficioso altre in modo ufficiale, un confronto con le nuove autorità afghane. Tra le grandi potenze coinvolte, la Federazione Russa ha tenuto un atteggiamento ambivalente verso le formazioni islamiste, mantenendo il proprio ambasciatore in Afghanistan e provando a prevenire eventuali ripercussioni per la propria sicurezza e quella delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. In questi giorni, Geopolitica.info ha quindi incontrato la prof.ssa Mara Morini, docente di scienza politica presso l’Università di Genova e autrice di “La Russia di Putin” edito da Il Mulino, per comprendere la posizione russa in questa fase così complessa.

Il ritiro occidentale dall’Afganistan viene vissuto in Occidente come una macchia sulla coscienza dell’Europa e degli Stati Uniti e alle ragioni della realpolitik si contrappongono in queste ore condanne morali molto dure all’Amministrazione Biden. Come è stato invece percepito in Russia? Nell’opinione pubblica e nell’élite russa quali sono i sentimenti prevalenti? 

In questi mesi, come risulta da diverse dichiarazioni degli esponenti del governo e del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il Cremlino ha criticato la decisione dell’amministrazione presidenziale americana di terminare la missione ventennale in Afghanistan. Soprattutto per le conseguenze politiche nell’area geografica e nella politica domestica russa. Da un lato, l’élite russa può utilizzare il tema del disimpegno americano a fini propagandistici, – anche in previsione delle prossime elezioni politiche di settembre -, per sottolineare l’inaffidabilità e il costante pericolo dell’ingerenza straniera (americana e occidentale) nella destabilizzazione della politica interna di alcuni paesi, ivi compresa la Russia. Dall’altro, le autorità russe sono decisamente preoccupate degli effetti della crisi afghana in termini di diffusione e proliferazione di azioni terroristiche ed estremiste che possono raggiungere anche la Federazione russa. Nell’opinione pubblica un recente sondaggio dell’istituto VTsiom consente di comprendere l’atteggiamento dei russi nei confronti della questione afghana: l’83 per cento dei rispondenti è a conoscenza del movimento talebano che ha preso il potere in Afghanistan, il 60 per cento ritiene che la Russia non debba sostenere il governo afghano perché i talebani sono un movimento terroristico (25 per cento), un movimento radicale religioso (15 per cento), banditi (8 per cento) e un’organizzazione vietata in Russia. Come spesso accade nei sondaggi russi, la questione generazionale fa la differenza; infatti, tra gli over 60, il 30 per cento degli intervistati ritiene che sia necessario interloquire con i talebani e il 47 per cento è favorevole ad attendere ulteriori sviluppi. Al di là delle inchieste sociologiche non vi è dubbio che il ricordo della guerra sovietica nella società è indelebile, come dimostrano i drammatici racconti dei veterani e la filmografia dedicata sul tema. 

Nelle ultime settimane la Russia, pur non essendo parte del conflitto, ha svolto diverse esercitazioni con il Kirghizistan e l’Uzbekistan al fine di testare la capacità di controllo del poroso confine delle due repubbliche centroasiatiche con l’Afghanistan. Quali sono i principali timori di Mosca in questa fase?

Oltre al tema dell’ingerenza straniera, la principale preoccupazione del Cremlino è la destabilizzazione politica dell’Asia centrale.  Per questo motivo il governo russo ritiene fondamentale mantenere un flusso di comunicazione con la componente politica talebana per evitare effetti negativi nelle repubbliche confinanti. Non solo. In questo modo l’amministrazione presidenziale russa manda indirettamente un segnale alla Cina sul fatto che la Federazione russa intende mantenere la propria sfera di influenza nelle repubbliche dell’Asia centrale. Il disimpegno americano comporta, infatti, la ridefinizione di nuovi scenari, cambiando l’equilibrio geopolitico dei poteri. 

Il mantenimento dell’ambasciatore russo a Kabul potrebbe lasciar trasparire una volontà di dialogo con il regime dei Talebani, sebbene questi siano considerati un’organizzazione terroristica in Russia. Mosca potrebbe riconoscere le nuove autorità come interlocutori legittimi, malgrado le profonde differenze e la memoria dell’intervento sovietico? Inoltre, la Russia potrebbe impegnarsi nella ricostruzione del paese, sostituendosi, almeno parzialmente, alle forze occidentali? 

Il Cremlino è consapevole che al disimpegno americano corrisponde la possibilità di assumere un ruolo da protagonista (ad esempio da intermediario tra talebani e Occidente) in politica internazionale nella gestione della transizione afghana attraverso la negoziazione e l’interazione con i talebani nonostante essi siano riconosciuti come un’organizzazione terroristica, al pari dell’Isis, in Russia. Per questo motivo il governo russo non ha ancora riconosciuto il governo talebano perché vuole verificare che gli accordi, le rassicurazioni e le promesse che sono state discusse lo scorso luglio a Mosca verranno implementate nel territorio afghano dalla “componente politica” degli studiosi del Corano con la quale il Cremlino, ha precisato, intende interloquire. È stato, invece, escluso, al momento, un impegno diretto della Russia nella ricostruzione del paese in virtù dei costi umani ed economici della precedente esperienza nella guerra sovietica e nella convinzione che spetti al popolo e al governo afghano la ricostruzione del proprio paese. Inoltre, come ha specificato il rappresentante presidenziale Zamir Kabulov, la Russia non avrebbe mai commesso l’errore storico degli americani perché ha imparato la lezione del passato. “Una lezione di cui gli americani avrebbero dovuto tenere conto”. 

All’indomani dell’11 settembre, la Federazione Russa sostenne l’intervento occidentale in Afganistan, Mosca era impegnata nel secondo conflitto ceceno e temeva un forte rischio contagio dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale. Oggi, le minoranze musulmane russe potrebbero tornare a mobilitarsi nell’ambito di formazioni radicali o appartenenti all’islam politico? 

Il rischio è sempre stato presente e ha, infatti, ispirato inizialmente le “leggi sull’estremismo”, volte a combattere qualsiasi tentativo di radicalismo islamico o, più in generale, azioni terroristiche nel territorio della Federazione russa. Evitare il ritorno di un radicalismo islamico in Russia, ma, soprattutto, nell’Asia centrale è la principale motivazione della negoziazione con il governo talebano da parte dell’amministrazione presidenziale russa. Non dimentichiamo che una valutazione complessiva della questione afghana da parte del governo russo non si basa solamente sul rischio di radicalizzazione islamica, ma anche sul complesso sistema di interessi economici che l’Afghanistan ha sempre rappresentato. 

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