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La Russia in Ucraina spinge la Siria verso la carestia

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L’invasione russa dell’Ucraina, e la conseguente riduzione del traffico commerciale attraverso il Mar Nero, hanno causato un forte rincaro del prezzo mondiale di diversi beni alimentari, tra cui il grano tenero, di cui Mosca e Kiev sono tra i principali produttori al mondo. In diverse capitali in tutto il mondo è quindi scoppiato il panico, la corsa al controllo degli stoccaggi nazionali e il vaglio di importatori alternativi. Gli operatori umanitari internazionali manifestavano però già da settimane la loro preoccupazione; quasi il 50% del grano distribuito dal World Food Programme, ad esempio, è coltivato nei campi ucraini. 

Crisi del grano

Le ostilità tra Russia e Ucraina colpiscono particolarmente la Siria, dove la situazione alimentare è già disperata e la crisi del mercato del grano non può che aggravarla ulteriormente.  La produzione interna, in gran parte dislocata nel nord-est del paese e sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane, è infatti ai minimi storici. Le ragioni sono molteplici e si riassumono nei danni infrastrutturali causati dal conflitto, nella corruzione dilagante e nel cambiamento climatico, che nella forma di una crescente desertificazione e lunga siccità ha gravemente danneggiato il settore agricolo.

Il raccolto del 2021 è stato quindi il più scarso degli ultimi 50 anni, fermandosi a circa un milione di tonnellate di grano, contro una media di 4 negli anni precedenti. Il gennaio scorso Muhammad Samer al-Khalil, Ministro siriano dell’economia e del commercio, ha quindi proposto di rispondere al crollo della produzione interna incrementando gli importi dalla Russia. Per il funzionario governativo la Siria «dovrà acquistare 1.5 tonnellate di grano, forse di più. Ovviamente la Russia ricoprirà un ruolo primario». 

L’intesa è stata però concordata prima che Mosca decidesse di invadere l’Ucraina, e non è quindi chiaro se Damasco possa ritenere l’accordo ancora vincolante, considerando come la Russia stia gradualmente limitando il proprio export di grano all’estero. Anche per questo, allo scoppio delle ostilità tra Russia e Ucraina, le autorità siriane hanno annunciato in via cautelativa il razionamento di beni alimentari quali appunto il grano, ma anche carburanti, olio da cucina e zucchero, e la rimodulazione della spesa pubblica per far fronte all’aumento dei prezzi globali delle materie prime. Al tempo stesso però, il ministro del commercio interno ha voluto rassicurare la popolazione, affermando che il grano «verrà comprato dai nostri agricoltori a prezzi più alti di quelli di mercato […] non c’è bisogno di preoccuparsi in merito al grano e al pane». 

Segnali discordanti, è forse più veritieri, sono invece giunti per bocca di Abdul Latif Al-Amin, direttore generale della Società Siriana del Grano, il quale ha dichiarato a un quotidiano filo-regime che l’ente sta vagliando la possibilità di stringere accordi di importazione con nuovi partner, tra cui l’India per 200.000 tonnellate di grano. Non è però chiaro come Damasco possa offrire ricche garanzie d’acquisto né agli agricoltori interni, che ricordiamo sono largamente dislocati nel nord-est del paese e fuori dal suo controllo, né a eventuali fornitori esteri. La Siria si trova infatti in uno stato di profonda crisi economica; a partire dal 2019 la lira siriana ha drasticamente perso valore e cambia a circa 3900 LS per 1$. A causa delle sue difficoltà economiche il regime siriano già in passato ha più volte fallito nell’assicurarsi grano dall’estero.

Le conseguenze della guerra in Ucraina

Sullo sfondo infine aleggiano le possibili conseguenze diplomatiche dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina. Secondo Charles Lister, direttore del Middle East Institute – Syria Program, la Russia dall’inizio del mese di marzo avrebbe infatti smesso di rispondere alle chiamate statunitensi sulla linea di de-conflitto militare adibita al teatro siriano. Il collasso della fragile diplomazia tra Russia e Occidente in Siria potrebbe quindi portare Mosca ad irrigidire le proprie posizioni.


Una possibilità è che venga chiuso al traffico umanitario il valico di Bab al-Hawa, attraverso il quale più di 4 milioni di civili nel nord-ovest del paese, controllato dall’opposizione, ottengono gli aiuti necessari alla loro sopravvivenza; per il Cremlino sarebbe sufficiente porre il veto al rinnovo del meccanismo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il prossimo luglio. Damasco diverrebbe quindi l’unico legale canale di approvvigionamento umanitario per l’intera Siria, un obiettivo della Russia a lungo posticipato nel corso degli anni. Questo permetterebbe al regime di Assad, famoso per la sua continua strumentalizzazione degli aiuti umanitari, di utilizzare ulteriormente il cibo come una “weapon of war”.


In alternativa, gli Stati Uniti, la Turchia e l’Unione Europea, dovrebbero organizzare un meccanismo indipendente dalle Nazioni Unite nel nord del paese, nei territori non controllati da Damasco e Mosca; un’opzione possibile ma altresì complicata, se si considerano le forti tensioni in essere tra i funzionari americani, europei e turchi in merito al conflitto siriano. Un alto funzionario americano al riguardo ha comunicato al quotidiano al-Monitor che «non vi è un’alternativa al mandato umanitario ONU […] qualsiasi meccanismo che non sia coordinato dall’ONU non può essere che inferiore […]». Ufficiali turchi hanno addirittura confessato di temere che Putin, sotto pressione in Ucraina, possa in futuro lanciare nuove operazioni militari contro il governatorato di Idlib, con l’obiettivo di scatenare una fuga di civili verso il confine turco: «la Russia ha già usato la carta dei rifugiati in Idlib per mettere in difficoltà la Turchia, è possibile che decidano di voler regolare i conti una volta per tutte».  

I prossimi mesi si preannunciano quindi particolarmente difficili per la popolazione siriana. Per l’Unione Europea e gli Stati Uniti è necessario che l’attenzione non si concentri esclusivamente sulle conseguenze europee dell’invasione russa in Ucraina, ma bensì anche sulle possibili ritorsioni asimmetriche in altri teatri ove la Russia confronta l’Occidente. La Siria è uno di questi; se da un lato è vero che i molteplici cessate il fuoco in vigore hanno efficacemente congelato il conflitto, la situazione per la popolazione locale rimane assolutamente disperata. Secondo il World Food Programme, infatti, il 60% circa della popolazione vive in uno stato di insicurezza alimentare e quasi 7 milioni di persone figurano come Internally Displaced People, ovvero risiedono negli innumerevoli campi profughi presenti nel paese. All’inizio dell’anno António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha affermato che la situazione umanitaria in Siria è prossima a raggiungere un punto di non ritorno.
Questo punto di non ritorno potrebbe essere la chiusura del valico di Bab al-Hawa o una sostenuta campagna di bombardamento sul governatorato di Idlib; alla Russia infatti, per provocare l’ennesimo esodo di milioni di profughi verso la Turchia, non serve lanciare un’offensiva militare, la quale probabilmente vedrebbe un contro-intervento turco come nel marzo del 2020. L’utilizzo dell’aeronautica russa e soprattutto della comune artiglieria è, purtroppo, più che sufficiente. 

Diviene quindi cruciale che le cancellerie occidentali si preparino con largo anticipo a eventuali manovre destabilizzanti del Cremlino in Siria, coinvolgendo i donatori internazionali, le principali agenzie e i partner regionali dell’Occidente, lavorando infine per risolvere le divergenze con la Turchia.  In gioco vi è la vita di milioni di innocenti siriani.

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