La Russia e la (re)militarizzazione dell’Artico

Negli anni della Guerra Fredda, l’Artide ha assunto una rilevanza geostrategica cardinale in termini di deterrenza nucleare tra le due superpotenze, considerato che le installazioni militari statunitensi e sovietiche in corrispondenza del Circolo Polare Artico avrebbero permesso alle relative testate missilistiche di colpire il proprio bersaglio in tempi drasticamente più ridotti rispetto alle traiettorie convenzionali. Tale logica è venuta meno a seguito del dissolvimento dell’Unione Sovietica e della conseguente cessazione del confronto bipolare. Solo di recente, per via delle speculazioni scientifiche circa le potenziali conseguenze del cambiamento climatico, le potenze globali sono tornate a prestare maggiore attenzione sulla regione: prima tra tutte, la Russia di Putin.

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Nel corso degli ultimi due decenni, la Russia ha tentato di definire una strategia che le restituisse lo status di grande potenza e che le permettesse di disporre di una sfera di influenza esclusiva e incontestata su tutto il territorio che un tempo componeva l’Unione Sovietica. Tale aspirazione è alimentata sia dalla memoria di un passato di oltre trecento anni di dominazione politica su un’ampia porzione della massa continentale eurasiatica sia dalla convinzione di dover ottemperare a un mandato di rappresentanza e di guida dei popoli slavi.

La designazione di Vladimir Putin alla carica di Presidente nel dicembre del 1999 rappresenta il punto di svolta della linea politica della Russia sul versante interno e internazionale: la crescita economica del Paese, favorita particolarmente dall’incremento del prezzo medio del petrolio, ha promosso sia la realizzabilità di una riforma amministrativa di accentramento dei poteri federali sia l’avviamento di un piano di ammodernamento delle forze armate. Ristabilito l’ordine, il Cremlino è stato in grado di mobilitare le proprie truppe in Siria e di annettere la penisola di Crimea, tornando a esercitare un modesto ascendente sugli affari internazionali.

In simultanea, dopo aver confitto la bandiera nazionale a 4.200 metri di profondità sui fondali del Mar Glaciale Artico, a partire dal 2008, la Russia ha reso manifesta una dottrina volta a vivificare la propria presenza nella regione (non) più inaccessibile e inospitale del pianeta, per via dell’assottigliamento della calotta polare artica, che sembrerebbe si stia sciogliendo sei volte più velocemente rispetto alle rilevazioni degli anni 1990 e che, nell’ipotesi più plausibile, entro quindici anni sarebbe comodamente navigabile almeno per tutto il periodo estivo. Al fine di cogliere il senso di tale dottrina, è necessario procedere a considerazioni di natura sociale, economica, commerciale, e soprattutto, militare.

Al di sopra del Circolo Polare Artico, le coste delle terre emerse russe si estendono per 24.140 km e ospitano oltre 2 milioni di abitanti, che contribuiscono a circa l’11% del PIL attraverso le attività di estrazione delle risorse naturali – petrolio, gas, e minerali – e di sfruttamento di quelle ittiche. Inoltre, si presume che enormi giacimenti petroliferi e gasieri contengano rispettivamente il 13% e il 30% delle riserve mondiali di idrocarburi estraibili, una buona parte dei quali giacerebbe proprio nelle regioni la cui giurisdizione pertiene alla Russia. Consequenzialmente, negli ultimi 4 anni, l’incremento della produzione delle materie prime ha indotto una crescita esponenziale del 430% del volume delle merci russe lungo la Rotta del Nord, la grande arteria marittima che congiunge il mare di Barents, in Europa, allo Stretto di Bering, in Asia, e che riduce i tempi di navigazione del 40% rispetto alla rotta del Pacifico, per la quale è previsto l’attraversamento del Canale di Suez. Giuridicamente, la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare stabilisce che le imbarcazioni di tutti gli Stati possono solcare le acque internazionali dell’Oceano Artico, ma la sua morfologia attuale impone loro il transito entro le acque territoriali russe, vincolandone sensibilmente il traffico; pertanto, fintanto che il Mar Glaciale Artico sarà impraticabile, la Russia disporrà unilateralmente della propria autorità. Da ultimo, due terzi delle capacità della triade nucleare russa – silos, sottomarini e bombardieri strategici- sono dislocati nella regione. A ragion veduta, l’Artico assume per la Russia un rilievo strategico cardinale ai fini del suo sviluppo economico e commerciale, della sua difesa nazionale, e della proiezione della sua potenza sugli affari internazionali.

Allo scopo di conseguire tali obiettivi, il Ministero della Difesa russo ha avviato un piano di riapertura dei siti artici dell’era sovietica, per permettere l’edificazione di nuovi complessi funzionali al potenziamento della presenza militare nella regione, sia lungo la costa continentale settentrionale sia sulle isole strategicamente più rilevanti; si stima che dal 2014 siano state erette circa 500 nuove strutture , tra le quali 89 sull’arcipelago Franz Josef, 250 sull’arcipelago Novosibirsk, e 85 sulle isole Wrangel e Cape Schmidt. Le nuove basi militari sono dotate di sistemi di sicurezza aerea e navale piuttosto sofisticati, quali i Bastion-P e i Pantsir-S1: i primi possono rintracciare le imbarcazioni di superficie e sono dotati di missili P-800 Oniks e Kalibr, capaci di colpire bersagli in mare fino a 350 km e a terra fino a 540 km, mentre i secondi sono equipaggiati con cannoni anti-aerei automatici e missili terra-aria a guida ottica o radar. Per mezzo di queste capacità, le forze armate russe sarebbero in grado di negare l’accesso terrestre, marittimo, e aereo di potenziali rivali e di tutelare gli arsenali nucleari e convenzionali dominati dalla Flotta del Nord.

La Flotta del Nord è una delle componenti della Marina militare russa, la cui funzione è l’adempimento della difesa delle acque del Mare di Barents e della penisola di Kola, uno spazio di sicurezza fondamentale in funzione anti-NATO. La flotta è dotata di unità navali, come sottomarini lanciamissili balistici, cacciatorpediniere missilistici e incrociatori missilistici e da unità aeronautiche, come aerei da pattugliamento, caccia multiruolo, e aerei da attacco al suolo. La Russia ha collocato investimenti cospicui volti all’adeguamento delle proprie Forze Armate alle peculiari condizioni marittime e atmosferiche dell’Artico, che intralcerebbero il regolare espletamento delle operazioni militari; infatti, l’insolita salinità del Mar Glaciale Artico e lo spostamento dei ghiacci in superficie dovuto alla navigazione provocherebbero un fenomeno di rifrazione acustica atto a confondere i sistemi di ascolto di bordo. Inoltre, il clima imprevedibile, le temperature estreme e le tempeste magnetiche influenzerebbero l’esecutività delle operazioni, ridurrebbero drasticamente la durata dei dispositivi alimentati a condensatore, e renderebbero impraticabili la comunicazione e la geolocalizzazione. Nell’eventualità di un confronto armato, il processo di adattabilità delle navi e degli aerei russi cui sono stati sottoposti negli ultimi anni indubitabilmente offrirebbe loro un vantaggio tattico sul nemico.

Per giunta, il quartier generale della Flotta del Nord è collocato a Severomorsk, nei pressi di Murmanks, dal momento che, sin dai tempi della Guerra Fredda, la leadership militare sovietica attribuiva alla penisola di Kola un’importanza strategica cruciale, posto che la sua collocazione geografica – a cavallo tra il Mare di Barents e l’Oceano Atlantico del nord – e le consistenti strutture militari ivi collocate consentivano sia la difesa nazionale sia la proiezione della potenza dell’Unione Sovietica. La protezione del “bastione” svolge ancora oggi una funzione anti-aerea e anti-navale, in particolare attraverso capacità di protezione multilivello, quali, ad esempio, gli S-300 e gli S-400 per la difesa a lungo raggio, i Pantsir-SA e i TOR M2-DT per la difesa a corto raggio, e i 3K60 BAL e i K-300 Bastion-P per la difesa costiera, finalizzate all’interdizione dell’accesso via mare o via aria di ipotetiche minacce. Nei primi mesi dell’anno corrente, Putin ha firmato un ordine esecutivo per mezzo del quale, a partire dal primo gennaio 2021, la Flotta del Nord evolverà a entità militare e amministrativa indipendente e sarà responsabile delle attività del Distretto del Nord, la cui recente creazione risponde alla necessità di consolidare il fronte artico della Russia.

L’operatività e la mobilità delle forze artiche russe sono state affinate attraverso le esercitazioni militari, che dal 2015 costituiscono una pratica routinaria orientata al miglioramento della prontezza al combattimento, della logistica, e della percorribilità delle lunghe distanze. L’addestramento delle truppe, invece, si concentra sugli schieramenti di reazione rapida, su atterraggi d’assalto costiero, su operazioni di assalto anfibio con il supporto dell’artiglieria navale e su attacchi di aerei da combattimento.


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Lo scorso luglio, la Flotta del Nord ha avviato una delle esercitazioni militari più massicce, che ha coinvolto più di 30 navi, 20 aerei, e 40 elementi di armamenti vari, il cui obiettivo era la neutralizzazione dei bersagli nemici. L’esercitazione non solo ha dimostrato la destrezza delle forze armate artiche, ma anche le capacità ausiliarie delle forze armate dei distretti militari Centrale e Occidentale nel raggiungere speditamente l’Artico in caso di conflitto.

Ad ogni modo, per il momento sembrerebbe che la natura delle operazioni militari russe nell’Artico sia prettamente difensiva e il pericolo di una progressiva intensificazione dello sforzo bellico improbabile.

Nicolas Drago,
Geopolitica.info