La Russia e il Baltico: il fronte della Nato

Quando sul finire del febbraio 2014 l’Ucraina venne travolta dalla crisi della Crimea e le forze militari russe occuparono la penisola, i governi dei paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, insieme allo SHAPE di Mons entrarono in Stato di allerta. Si temeva infatti che le azioni di insorgenza avvenute nella Ucraina meridionale, da parte degli abitanti russofoni, potessero avvenire anche nelle zone di orientali di Estonia e Lettonia abitate da russi. Così il 6 marzo ‘14 l’USAF dispiegò i primi 5 caccia F-15 e due Boeing KC-135 Stratotanker presso la base lituana di Šiauliai e, a partire da aprile, un corpo navale ausiliario per il pattugliamento del Mar Baltico ed alcune compagnie della 173rd Airborne Brigade dell’esercito americano di stanza a Vicenza. Infine, a maggio, venne avviata anche la prima Nato Air Policing dello spazio aereo delle tre repubbliche baltiche.

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Il Baltico non è l’Ucraina

Estonia, Lettonia e Lituania hanno seguito un percorso storico e culturale nettamente diverso dalle altre realtà ex-sovietiche. Oltre il fatto di essere state le ultime in ordine cronologico ad essere annesse all’Urss (nel 1940) e le prime a richiedere la sovranità territoriale negli anni a cavallo tra l’88 e l’89, esse sono le uniche repubbliche ex sovietiche entrate a far parte dell’Unione Europea, nel maggio 2004 ad essere state incorporate all’interno dell’Alleanza Atlantica. Per tale motivo l’originalità delle repubbliche baltiche, nella loro composizione politica, strategica e soprattutto etnica non può essere paragonata alle vicende che hanno coinvolto l’Ucraina dal 2014 in poi.

Facendo un passo indietro e focalizzandosi sugli eventi ucraini del’14, è importante sottolineare come, sia l’occupazione russa della Crimea, quanto la successiva annessione – passando per il contestatissimo referendum del 16 marzo 2014 – abbiano rotto quell’argine nazionalista filo-moscovita creatosi nel 1991, anno di indipendenza dell’Ucraina, scoperchiando così il vaso di Pandora del nazionalismo russo della Penisola; stessa cosa può dirsi essere avvenuta negli oblast di Donet’sk e Luhan’sk. Dando uno sguardo ai numeri, andando a rintracciare i dati demografici ucraini, secondo il censimento del 2001, 8,334,100 cittadini si identificavano come di etnia russa, ovvero il 17% dell’intera popolazione del paese e la maggior parte di essi era stanziata nelle città di Simferopoli, Mariupol, Donet’sk e Luhan’sk. Per cui, in ultima istanza, non sarebbe errato reputare questa spinta secessionista come un fattore endemico alla stessa politica ucraina.

Tuttavia, questa medesima struttura politica, etnica e culturale non può essere tracciata all’interno del tre repubbliche baltiche, seppure paesi, quali Estonia e Lettonia, abbiano una percentuale di cittadini russi e di origine russa davvero molto elevata.

Oblast di Kaliningrad a parte, la repubblica baltica con il più alto numero di russi è l’Estonia. Secondo il censimento del 2017 il 24% della popolazione estone è composta da russi. Le contee dove è maggiore la presenza russofona sono quelle Harju, con circa 180 mila russi e Ida-Viru con più di 105mila, entrambe poste a ridosso del confine russo. Significativa è la realtà di Narva, il punto più orientale del paese dove, su una popolazione di 54,409 abitanti, l’87% è russo.

Anche la Lettonia conta tra i suoi due milioni di abitanti, un quarto di etnia russa. Il 25% dei cittadini lettoni di origine russa si concentra nella capitale Riga, a Daugavpils – la seconda città più grande, dove la popolazione russa tocca il 53% – e Rezekne.

Infine, anche se in percentuale minore, la Lituania conta una popolazione di 139 mila abitanti russofoni, stanziati in maggioranza a Vilnius e Visagina.

La cittadinanza: un problema attuale

Pur essendo la minoranza più numerosa, negli ultimi vent’anni la popolazione russa nelle repubbliche baltiche è andata diminuendo, soprattutto all’indomani dell’ingresso nell’UE. Numerosi cittadini di origine russa, residenti in Estonia, Lettonia, Lituania, hanno preferito spostarsi verso altri stati dell’Unione oppure ritornare nella madre patria russa, accettando l’offerta che, nel 2012, l’allora presidente russo Dmitri Medvedev fece ai cittadini baltici di origine russa, ovvero di poter risiedere nei territori dell’Oblast di Pskov. Tuttavia, a seguito dell’indipendenza, Estonia e Lettonia hanno attuato delle specifiche leggi in materia di immigrazione e di cittadinanza, riabilitando la cittadinanza a tutti i cittadini estoni e lettoni nati prima del 1940, o che comunque abbiano una discendenza provata delle due nazionalità. Un problema quello della cittadinanza che ha non poco turbato le politiche interne degli stati baltici e i loro rapporti con la vicina Russia. Il difficile processo di ottenimento della cittadinanza estone da parte dei cittadini russofoni, ha fatto sì che questi ultimi, si rivolgesse al Consiglio d’Europa – su pressione di Mosca – per far sì che gli esami di lingua estone venissero resi loro più semplici. La maggior parte di essi infatti, ancora oggi, viene esclusa nello svolgimento di specifiche mansioni lavorative, specialmente nella pubblica amministrazione, come se fossero – paradossalmente – apolidi nel proprio paese.

Una situazione simile si registra anche nella contigua Lettonia, tanto da aver spinto, nel settembre 2018, il governo Kucinskis a varare una riforma dell’istruzione che prevede una riduzione graduale dell’insegnamento della lingua russa nelle scuole del paese. Questa decisione ha incrinato i rapporti con Mosca, già in crisi dalla crescente presenza Nato nel paese.

Diversamente ha operato invece la Lituania. Fin dal giorno della sua indipendenza dall’Urss, Vilnius ha infatti concesso fin da subito la cittadinanza a tutti i cittadini già residenti nel paese.

La rappresentanza delle minoranze: i partiti russi

L’attività politica della minoranza russa nelle repubbliche baltiche è viva e gode del consenso di una grande fetta dell’elettorato. I partiti russofoni sono presenti perlopiù in Estonia e Lettonia dove la percentuale di russi è più numerosa che in Lituania. I leitmotiv che accomuna partiti come Latvijas Krievu savienība – l’Unione russa di Lettonia – o Eesti Keskerakond – il Partito di centro estone – è quello di vedere riconosciuto lo status di piena cittadinanza della minoranza russa da parte dei governi di Riga e Tallinn. È interessante ricordare in questo senso il referendum costituzionale lettone del 2012, specchio di una profonda frattura nelle società delle due repubbliche baltiche, il quale poneva il quesito se rendere il russo la seconda lingua ufficiale del paese, tuttavia il 74% degli elettori votò contrario alla modifica.


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Il Baltico: il fronte della Nato

Pur non essendo comparabile all’Ucraina, la regione del Baltico desta non poca preoccupazione alla Nato. Oltre alle manovre di dispiegamento di parte dell’effettivo militare dell’Alleanza, tra Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, nella primavera del 2014, negli ultimi 5 anni le tensioni tra la Russia e la Nato sono aumentate. Un esempio sono i continui scramble dell’aviazione moscovita entro lo spazio aereo baltico, intercettati da aerei Nato impegnati nell’Air Policing. Stessa identica situazione avviene all’interno del Mar Baltico. Nel giugno di quest’anno, l’annuale esercitazione navale BALTOPS a guida statunitense, ha coinvolto 17 paesi dell’Alleanza più due special partners – Svezia e Finlandia – e quasi 3000 militari tra marina ed aviazione. Gli obiettivi dell’esercitazione, giunta alla sua 42 edizione, si sono incentrate sulla difesa aerea, sulla guerra sottomarina e l’interdizione marittima.

Un esercitazione che, assieme a Defender Europe 20  del gennaio scorso, che ha visto coinvolti circa 20 mila uomini della Nato, ha dato prova che le sfide e le paure dell’Alleanza sono, oggi più che mai, concentrate a nord-est dell’Europa, in quell’area geografica politicamente e militarmente fondamentale per l’Occidente, un tempo inglobata nel Patto di Varsavia e che oggi rappresenta il limes di una nuova “Cortina di Ferro” con il gigante russo.

Emanuele Pipitone
Geopolitica.info