La Russia alla vigilia delle elezioni

Il 18 marzo 2018 il popolo russo è chiamato a eleggere, dopo 6 anni, quello che sarà il suo “nuovo” Presidente e, anche se il risultato è totalmente prevedibile, ci sono numerosi aspetti collegati a queste elezioni che meritano di essere analizzati.

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Il terzo mandato di Putin sta volgendo al termine e nessuno nutre dubbi su quello che sarà l’esito delle votazioni del 18 marzo. Essendo ormai più che un semplice Presidente, una figura storica e simbolica, sarà senza alcun dubbio rieletto e inizierà quello che, nel rispetto della Costituzione, dovrebbe essere il suo ultimo mandato. In questo caso il condizionale è d’obbligo in quanto rimane sempre aperta la possibilità di una modifica costituzionale che potrebbe permettergli di correre nuovamente per la carica.

Essendo l’outcome delle votazioni alquanto scontato, la preoccupazione da parte del Cremlino, alla vigilia delle elezioni, cresce sempre di più in relazione a un altro dato, ossia l’affluenza. Le ultime elezioni che si sono tenute in Russia, nel 2016, hanno infatti mostrato un dato preoccupante: l’affluenza generale si è assestata al di sotto del 50% e, nella capitale, ha votato solo il 28% della popolazione. L’obiettivo che ci si è posti per queste presidenziali sarebbe rappresentato dalla formula 70/70, ossia il 70% di affluenza e il 70% a favore di Putin e, ad oggi, secondo le ultime statistiche, si raggiungerebbe un 65%.


La preoccupazione sul tasso di affluenza fa emergere quello che è un problema fondamentale per il Paese, ossia quello della “Managed Democracy”, per cui, nonostante le elezioni siano formalmente libere, si tengano con regolarità, ci siano diversi partiti in competizione e uno scontro su idee e programmi, esse non sono realmente democratiche. Il sistema partitico russo è privo dell’elemento competitivo, in quanto è assente una opposizione politica organizzata e istituzionalizzata, che rende impossibile l’alternanza del voto. A ciò si aggiunge il fatto che il processo politico è interamente controllato da un sistema forte, autoritario e centralizzato, in cui la necessità di stabilità e ordine è stata raggiunta a spese della competizione politica, al punto che si è arrivati a parlare di “autoritarismo elettorale”. In questo contesto di democrazia non matura, la figura chiave che ormai tutti conoscono è rappresentata dall’attuale Presidente, il quale viene preferito in modo passivo dalla maggioranza dei russi a una situazione incerta che si verrebbe a creare senza di lui.


Il problema attuale è però costituito dal fatto che, come già sottolineato, Putin è ormai sempre più una figura storica, che tende a portare avanti il Paese mantenendo lo status quo e non apportando cambiamenti significativi, in particolare nella sfera domestica, in cui ormai dal 2014, si assiste a un vacuum di potere, in quanto l’attenzione si rivolge unicamente alla politica estera e di sicurezza, tralasciando completamente le tematiche domestiche. A ciò si accompagna il fatto che il regime sta cominciando a modificarsi, al fine di sopravvivere una volta che il Presidente non potrà più ricandidarsi, cercando di rafforzare le proprie istituzioni e rendendo la sua figura sempre meno incisiva. Questo processo ha avuto inizio nel 2014, quando il potere reale ha iniziato a uscire dalle istituzioni formali di governo, concentrandosi nelle mani di figure esterne, tecniche e che agiscono “nell’ombra”. Questo processo ha raggiunto il suo apice dal 2016, quando è avvenuto il più grande cambio di personale politico dei tre mandati di Putin, con l’instaurazione di una nuova classe politica, interamente composta da tecnocrati, giovani e controllabili. Attraverso questa azione Putin ha reso manifesta la volontà di preferire una classe efficiente e facilmente gestibile, che potesse risollevare la Russia a seguito della crisi geopolitica e di governo del 2014, sostituendo molti membri dell’establishment che erano contrari all’incremento della competizione con l’Occidente. Da allora, il regime ha iniziato ad adeguarsi a quella che sarà, o che dovrebbe essere, l’era post-Putin, e, oggi, il presidente inizia a perdere il proprio potere a favore di questa nuova classe emergente che, nel corso degli anni, è divenuta sempre più indipendente ed emancipata.

Segno chiave della de-politicizzazione del sistema e dell’avviamento verso un grado sempre maggiore di tecnicità è, per alcuni, la scelta di Putin di candidarsi come indipendente. Dopo aver dipinto brevemente il quadro in cui si svolgono le elezioni, bisogna andare, però, ad analizzare quale sia, concretamente, lo scenario politico-partitico che si è venuto costruendo negli ultimi mesi, introducendo quello che è uno dei grandi problemi della Russia, cheè già stato accennato, ossia quello della mancanza di una vera, concreta e istituzionalizzata opposizione.

Nel Paese è, infatti, presente quella che viene definita come “Opposizione sistemica”, ossia un’opposizione che è tale solo di facciata ma che, in verità, accetta in modo passivo le politiche del regime senza opporglisi realmente. Fanno parte di questo primo tipo di opposizione tutti quelli che sono considerati, o sono stati considerati, negli ultimi anni, i partiti maggiori a fianco di Russia Unita. Ossia il CPRF (Partito comunista), ispirato dal nazionalismo sovietico unito al patriottismo russo, che negli anni di potere di Putin si è opposto al governo ma senza mai scagliarsi realmente contro la figura del Presidente e, soprattutto, appoggiando gran parte delle leggi proposte dalla maggioranza, e il LDPR, ossia il partito liberale, nazionalista e a tratti populista, che ha sempre votato in linea con il regime. Per il partito comunista appare interessante la figura del candidato Pavel Grudinin, self made-man e proprietario di un’azienda collettiva altamente produttiva e in cui vengono garantiti diritti e alti salari ai lavoratori, che rappresenta una novità in quello che era un partito ormai invecchiato e poco attrattivo. Figura carismatica e famosa su internet, Grudinin, sarà molto utile per aumentare l’affluenza, grazie anche al fatto che viene presentato come l’unico in grado di riportare nel Paese il socialismo, in chiave moderna. Per il secondo partito il candidato alla presidenza è Vladimir Zhirinovsky, candidato nelle presidenziali dal 1991, quando coniò il motto “Vodka gratis per tutti”, figura ultra-nazionalista a favore di un regime di sicurezza militare e di una dura lotta contro la corruzione. A questi due si affianca SR (Russia Giusta), ossia il partito socialdemocratico, che ha provato a stabilizzarsi come rappresentanza del centro sinistra, senza realmente riuscirci, e che candiderà l’ex membro dell’armata rossa Sergey Mironov.  Sempre parte dell’opposizione sistemica, anche se ha più volte smentito le accuse che la vorrebbero come mezzo per attrarre voti, è la candidata più famosa di queste elezioni, Ksenia Sobchak, presentatrice tv e candidata con Iniziativa Civica, partito liberale. Si parla, a tal riguardo, di figura chiave perché, oltre a essere una delle due donne nella storia russa ad essere candidata alle elezioni, è anche uno dei volti più conosciuti in Russia. Figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak, mentore politico di Putin, viene accusata da molti di essere parte della strategia del Cremlino per attirare più voti, e di essere, al tempo stesso, un ottimo canale di distrazione per l’elettorato urbano liberale e progressista, nonostante lei continui ad affermare di essere “contro tutti”.

All’opposizione sistemica, si affianca, o perlomeno si dovrebbe affiancare, quella anti-sistemica, ossia quella reale, che però è attualmente caotica e disorganizzata, non essendo riuscita, durante le proteste del 2011 sui presunti brogli per l’elezione della Duma, a darsi un programma comune e, quindi, a istituzionalizzarsi. L’unica vera opposizione rimanente sarebbe, dunque, rappresentata da quello a detta di molti è l’unico politico indipendente esistente in Russia, ossia Navalny, che però, ad oggi, è riuscito a ottenere un seguito rilevante solamente nelle grandi città e non ha ancora sviluppato un programma coerente e realizzabile. E’ stato, inoltre, dichiarato non eleggibile il 17 ottobre 2017, a causa di alcune condanne pendenti, nonostante sia la CEDU nel 2013, sia la Commissione Europea pochi mesi fa, abbiano più volte sottolineato come si tratti di condanne e processi non equi e, probabilmente, politicamente motivati. La strategia del regime nei suoi confronti è stata, infatti, quella di evitare di presentarlo come una vittima del sistema, evitando di perseguitarlo in modo aperto, attraverso un ostruzionismo permanente e ignorandolo pubblicamente. Nonostante ciò, comunque, la sua popolarità in questi mesi è cresciuta, è nata attorno alla sua figura una fitta rete regionale composta da migliaia di volontari e si prepara, a tutti gli effetti, ad essere una figura chiave nei prossimi anni, soprattutto per le elezioni del 2024.

Ora, quindi, non rimane che aspettare i dati che verranno registrati il 18 marzo e vedere, sin dal giorno successivo, quale sarà la direzione che prenderà il regime per prepararsi all’ultimo mandato del grande Leader.