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La Royal Navy quale strumento diplomatico-militare della “Global Britain in a competitive age” nel contesto geopolitico dell’ indo-pacifico

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La Royal Navy con un dispositivo aeronavale imponente, qualche settimana fa, ha varcato le porte del Mar Rosso, passando in uno dei chocke point più importanti del pianeta, per far ingresso nell’ormai c.d. Indo-Pacifico. Sino ad ora, le Unità del 21^ Carrier Strike Group (CSG) hanno attraversato ben 5 stretti: lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Suez, lo stretto di Bab el Mandeb, lo stretto di Malacca e non ultimo lo stretto di Luzon, senza dimenticare il passaggio dallo Stretto di Messina. Tra i principali obiettivi vi è sicuramente quello di cercare di tornare a contare in tutti quei territori che storicamente, in un modo o in un altro, erano legati alla Gran Bretagna.

Dopo quasi un ventennio in cui i britannici hanno sentito la mancanza di una Unità Portaerei, e di tutto il peso che dal suo impiego ne scaturisce, la Royal Navy è tornata in maniera “quasi prepotente” nei mari lontani, con la volontà di ritornare in qualche modo al glorioso passato; divenendo nuovamente ad essere una Carrier Strike Navy, definizione del First Sea Lord. Probabilmente, questa mossa è stata messa in campo anche per ricompattare il fronte interno, di cui si iniziano ad allargare le crepe a causa, principalmente, della BREXIT, rappresentando ancora una volta, per la Monarchia Britannica e per i vertici politici, uno strumento di unione che muove attraverso l’orgoglio nazionale.

Alleati per eccellenza degli USA, hanno dapprima sfidato i russi nel “proprio cortile di casa”, il Mar Nero, per poi proseguire verso il nuovo teatro di scontro dell’estremo oriente al fine di contenere la potenza in ascesa. Il deployment del CSG 21, pianificato con attenzione e minuzia, e condotto con altrettanta perizia marinaresca e professionalità, sta portando a ricucire i rapporti con molti Paesi, operando all’interno del terzo pilastro della dottrina marittima britannica, il defense engagement. Vi è un ritorno al passato dettato da un impiego massivo degli assetti come floating embassy, da dove far ripartire accordi bilaterali e multilaterali e luoghi dove far nascere nuove partnership, e quindi non solo come “piattaforme” di guerra. Le Marine, grazie alle loro caratteristiche intrinseche, sono in grado di cambiare missione e passare dalla semplice diplomazia navale ad azioni a carattere deterrente e/o operazioni di maritime security sino ad arrivare a portare avanti vere e proprie azioni di warfighting.Dunque, la battaglia, giocata su più domini, si è rispostata sul mare e gli USA e Gran Bretagna non possono permettersi che il controllo del mare ricada nelle mani cinesi. Si sta cercando, insieme, di non perdere definitivamente il potere marittimo acquisito, definito come l’abilità di impiegare le capacità militari marittime in mare e dal mare per influenzare il comportamento degli altri Attori ed il corso degli eventi (British Maritime Doctrine). Per poter raggiungere tale ambizioso progetto è necessario che vi sia anche un supporto logistico, come quello di avere la disponibilità di basi e porti nelle vicinanze del nuovo teatro operativo. Quest’ultimo è proprio un task secondario del dispiegamento di tale CSG che può essere raggiunto mediante accordi bilaterali.

Fig. 2 – Potere Marittimo

Numerose sono le esercitazioni che si conducono giornalmente con Paesi d’Oriente. Si è ripartiti dall’India, con la quale vi sono state esercitazioni lungo il passaggio e con marine più piccole. Con l’India vi è proprio la necessità di ristabilire i rapporti e di cercare di farla rientrare in qualcosa di più ampio rispetto al Quadrilateral Security Dialogue (Quad), sinora fermo al Giappone, Australia e USA. Non a caso, l’India a seguito dell’interazione con il UK CSG 21 ha svolto un’esercitazione con la marina della Federazione Russa. Inoltre, non è da sottovalutare che pochissimi giorni fa’ sono iniziate le prove in mare della nuova portaerei indiana, chiamata Vikrant e che avrà imbarcati velivoli MiG-29K.

La Royal Navy sta dimostrando di essersi evoluta e di essere pronta ad operare su scala globale questa volta non da sola. È stata riadattata in positivo la “scale/level of ambition”, tornando a quella del periodo ante seconda guerra mondiale, almeno questo potrebbe essere l’obiettivo. Ulteriormente, di rilievo è il fatto che nel dispositivo siano integrati assetti esteri, quali ad esempio un cacciatorpediniere statunitense e una fregata olandese che sottolineano il carattere multinazionale. Si evidenziano in questo ambito, oltre alle capacità classiche di integrazione, interoperabilità e versatilità, anche quella di interchangeability con la Marina USA, legata all’impiego a Bordo degli F35B del Marine Corps. Ciò rappresenta una “miscela incredibilmente potente” di velivoli che, pur appartenenti a Paesi diversi, lavorano insieme su uno stesso ponte di volo per una missione comune, portando il concetto stesso di interoperabilità a un livello completamente nuovo e, specialmente, riaffermando la forte relazione bilaterale tra Stati Uniti e Regno Unito per poter massimizzare i desired political & operational effects. La volontà di portare avanti tale progetto è dovuta essenzialmente a due motivi. Il primo è legato a condizionamenti di brevissimo termine dovuti all’attuale indisponibilità degli assetti F35B in ambito nazionale ed il secondo ha, invece, una prospettiva di più lungo termine ed è connesso al fatto che i britannici sono consapevoli di non poter garantire la presenza dappertutto da soli, ma hanno bisogno di integrarsi e di appoggiarsi ai loro alleati.

In aggiunta, sta dimostrando di essere in grado di sincronizzare diverse capacità ed al contempo di rafforzare i concetti operativi nonché di essere pronta a concentrare gli sforzi per mettere su una potenza marittima combinata con i propri alleati per rimanere all’avanguardia nella competizione tra le altre grandi potenze, in primis Federazione Russa e Cina.

Il deployment del CSG 21 è funzionale quindi a rimettere in piedi una deterrenza credibile e forte nei confronti dei cinesi. I britannici, consapevoli di avere una Marina di rango inferiore, per mezzi, a quella degli Stati Uniti, vogliono comunque assurgere il ruolo di mentor e guida dell’Occidente. 

Innumerevoli sono i richiami legati al controllo del rispetto del diritto internazionale del mare (UNCLOS), con particolare riferimento proprio alla libertà di navigazione e per assicurare quindi la sicurezza del naviglio e delle rotte commerciali, ma soprattutto alla responsabilità di garantire la sopravvivenza dell’attuale ordine internazionale.

Fig. 3 – Traffico mercantile nello Stretto di Gibilterra e Stretto di Malacca.

L’impiego degli F35B in Medio-Oriente ha dimostrato a tutti le reali capacità di questi nuovi assetti e contemporaneamente sta dimostrando come l’ingrandire la c.d. F35 community agli altri Paesi “democratici” permetterebbe di acquisire molte più informazioni sull’impiego e sulle caratteristiche di tali velivoli.

Allo stesso tempo, per la Royal Navy questo deployment serve anche per capire come contrastare con gli alleati gli assetti A2/AD cinesi e russi, perché un eventuale conflitto sarebbe totalmente diverso dalla guerra delle Falklands dove è mancata la sincronizzazione di tali assetti che gli ha permesso una vittoria schiacciante.

Ancora una volta la Royal Navy corrisponde alla politica estera della Gran Bretagna, che sa commisurare nel tempo il suo strumento militare alla politica estera.

Antonio Bufis

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