La rivoluzione messicana di Obrador

Lo scorso 2 luglio in Messico si è vissuta una storica svolta politica con l’interruzione di una storica e longeva alternanza alla leadership tra PRI (Partido Revolucionario Institucional) e PAN (Partido Autonomista Nacional). Infatti a prendere il sopravvento sulla compagine politica classica è stato un partito di nuova costituzione (2014 – Movimiento Regeneración Nacional) che con la sua coalizione ha consegnato la presidenza del paese a Andrés Manuel López Obrador (AMLO).

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Possiamo affermare che in Messico si assiste al nuovo che avanza anche se Obrador non è assolutamente uno sconosciuto nel panorama politico, anzi, quella del 2018 risulta essere la sua terza e, per sua stessa ammissione, ultima candidatura alla presidenza. Nelle precedenti esperienze la sconfitta è stata a tratti cocente come nel 2006 quando la rivalità con l’avversario politico Felipe Calderón, portò lo stesso Obrador alla dura contestazione del verdetto elettorale. Ma oggi ci troviamo a celebrare la vittoria di Obrador che con la sua attitudine populista ha marcato quale azione imprescindibile del suo mandato, la lotta alla corruzione radicatasi negli anni nella classe politica. Ma non è tutto visto che questa nuova presidenza arriva proprio nel momento di massima tensione nei rapporti tra Città del Messico e Washington. Al centro del confronto la ridefinizione degli accordi del NAFTA e la gestione dei flussi migratori al confine tra i due paesi. Non facile dunque lo scenario che si propone al nuovo governo anche perché oltre il 70% dell’export messicano è proprio riversato nel mercato statunitense e in tale condizione l’unica strada utile da percorrere è quella della diversificazione dei propri partner commerciali magari con una apertura maggiore all’interazione con i paesi a sud dei propri confini. Messico quindi che è per certi versi chiamato a riscrivere la propria storia e se sul piano esterno le dinamiche sono ben note dal punto di vista interno non mancano i nodi da sciogliere per la nuova amministrazione che eredita un paese dall’alto tasso di violenza e dall’irrisolta capillarizzazione sul territorio dei cartelli della droga. Il 2014 è lontano, ma i suoi 43 studenti desaparecidos urlano ancora giustizia. Obrador a tal proposito ha aperto alla possibilità di accogliere una commissione internazionale per far luce su tale oscura vicenda che potrebbe coinvolgere tanto il narcotraffico quanto le istituzioni che a Iguala hanno permesso tutto questo.

Anche dal punto di vista amministrativo Obrador ha intenzione di giungere a risposte reali e pertanto al suo insediamento ha intenzione di proporre un pacchetto di riforme indispensabile per l’avvio di un cambiamento reale nel paese:

  • Prima di tutto ci si pone l’obiettivo di stabilire un salario massimo per i funzionari pubblici. Questi non potranno ricevere un compenso superiore quello del presidente e lo stesso intende dimezzare il proprio rispetto a quanto percepito dal suo predecessore Enrique Peña Nieto. L’obiettivo è quello ovviamente di abbattere i costi politici.
  • Creare una Segreteria di Sicurezza Pubblica quale connettore con le Segreterie di Sicurezza Pubbliche Locali. L’obiettivo è quello di migliorarne efficienza ed efficacia mediante l’accentramento del solo coordinamento.
  • Modifica dell’Art. 108 della Costituzione e taglio netto all’immunità politica. Una riforma molto difficile da ottenere e che porterebbe sul banco degli imputati qualsiasi politico in carica in caso di processo a suo carico, fin anche il Presidente della Repubblica.
  • Innalzare Corruzione, Furto di combustibile e Frode elettorale al livello di delitti di grave entità. Corruzione e frode elettorale sono strumenti che spesso portano alla convivenza pacifica di narcotraffico e politica in Messico mentre il furto di combustibile è un reato diffuso nel paese dando vita a un vero e proprio mercato nero parallelo del combustibile.
  • Legge di Bilancio non più rimessa all’approvazione del Parlamento ma della Segreteria delle Imprese e del Credito Pubblico.
  • – Lo Stato Maggiore Presidenziale ovvero l’impianto di sicurezza al seguito del Presidente verrà drasticamente ridotto perché ritenuto eccessivo.
  • Revocare il Decreto per la privatizzazione dell’acqua.
  • Revocare la Legge di riforma del sistema scolastico.
  • Ampliare il diritto costituzionale all’educazione portandolo fino al comprendere il livello educativo medio-superiore e superiore.
  • Si intende introdurre (come fece Chavez in Venezuela) la consulta popolare a metà mandato presidenziale per permettere all’elettorato di revocare se necessario la fiducia allo stesso presidente.
  • Aumento del salario minimo nelle regioni di confine a nord del paese.
  • Snellire l’impianto pubblico accorpando uffici ed eliminando il superfluo. Un ‘azione difficile da compiersi e che mette al centro la necessità di abbattere i costi politici e pubblici che hanno reso l’impianto statale inefficiente e inefficace nei fatti nel proprio operato.

Pacchetto di riforme che dunque va in sostanza a scontrarsi in modo duro con una struttura politico-amministrativa ben consolidata nei decenni addietro e che difficilmente darà il suo benestare a un tale restyling.

Interessante sarà anche capire come Obrador si porrà nella gestione dell’impianto energetico del paese. Il Messico infatti ha grandi riserve petrolifere al largo del Golfo del Messico ma con il Governo Nieto le stesse sono state praticamente consegnate alla gestione di multinazionali estere trasformando di fatto il paese in importatore puro di petrolio raffinato. Ora, se l’impronta nazionalista di Obrador dimostrata in campagna elettorale, dovesse confermarsi, anche il settore energetico potrebbe subire importanti riforme strutturali per un più generica ristrutturazione nazionale come mai avvenuto negli ultimi decenni.