La “rivolta” tunisina dieci anni dopo, tra cambiamenti e continuità

Il 17 dicembre 2010 il giovane commerciante tunisino Mohamed Bouazizi si diede alle fiamme dinanzi alla sede del governatorato di Sidi Bouzid. Questo estremo gesto, che innescò imponenti manifestazioni popolari prima in Tunisia e poi in molti altri paesi arabi, è riconosciuto simbolicamente come l’inizio delle cosiddette Primavere arabe. Per analizzare il caso della Tunisia, unico paese della regione del Nord Africa e Medio Oriente ad aver avviato un processo di democratizzazione, abbiamo intervistato la professoressa Leila El Houssi, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università Sapienza di Roma, già docente di Storia dei Paesi islamici e Storia del Medio Oriente presso le Università di Firenze e Padova, nonché membro della Società Italiana di Storiche.

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Dieci anni fa l’autoimmolazione del giovane Mohamed Bouazizi diede avvio a un’ondata di proteste popolari che segnarono l’epilogo dell’era di Ben Ali e la caduta di altri regimi della regione del Nord Africa e del Medio Oriente, quella tunisina tuttavia è considerata l’unica storia di successo, quali sono i motivi?

Il 17 dicembre 2010 rappresenta un punto di svolta per la Tunisia che dalla sua indipendenza fino al 2011 aveva visto avvicendarsi solo due presidenti, Bourguiba dal 1957 al 1987 e Ben Ali dal 1987 al 2011. Da quel giorno il Paese ha intrapreso un percorso di democratizzazione testimoniato dalla promulgazione della Costituzione del 2014, dallo svolgimento di elezioni libere e dall’alternanza politica tra il partito laico e il partito islamico che si sono trovati in un particolare momento a creare addirittura una coalizione di governo.  Dal 2010, protagonista di questo percorso di transizione è stata la società civile che scendendo nelle piazze, reali ma anche virtuali, non ha mai smesso di imporsi come attore decisionale.

Per quanto riguarda il discorso dell’eccezionalità tunisina, ritengo che non ci sia nulla di “strettamente eccezionale”. La Tunisia può essere certamente considerata un’eccezione rispetto agli altri Paesi della regione, ma la sua peculiarità risale al XIX secolo quando venne abolita la schiavitù nel 1846 e furono introdotti il Patto Fondamentale nel 1857 e la Costituzione nel 1861. Dunque, si tratta più propriamente di una continuità rispetto alla sua storia. Da una prospettiva storica infatti la Tunisia non ha avuto dinamiche prettamente anti-democratiche, come invece è accaduto in molti paesi dell’area MENA e lo stesso Habib Bourguiba nella prima fase del suo mandato presidenziale avviò un piano di riforme volte a modernizzare la società tunisina, promulgando ad esempio il Codice dello statuto personale dove fu dedicato ampio spazio al discorso dell’emancipazione della donna, fu abolita la poligamia e fu introdotto il divorzio, molto prima che fosse introdotto in Italia. Queste riforme possono considerarsi “rivoluzionarie” non soltanto all’interno di un contesto arabo e musulmano ma anche nel contesto internazionale dacché molte di queste norme non erano presenti neppure negli ordinamenti di molte democrazie occidentali. Certamente, l’eccezionalità tunisina può essere individuata nella sua transculturalità. Un melting pot di popoli diversi che ha arricchito il confronto e contribuito all’avviamento di questo percorso di transizione democratica che sembra apparire come l’eccezione.

Rivoluzione, Primavera araba o ancora Primavere arabe, queste sono le denominazioni con le quali generalmente si descrivono i movimenti popolari che hanno agitato le piazze arabe, Lei quale termine preferisce?

In lingua araba il fenomeno viene descritto con la parola thawra che designa sia la rivoluzione che la rivolta, in italiano invece questi due termini assumono connotazioni diverse e quella che è accaduta in Tunisia, a mio avviso, non una rivoluzione ma una rivolta. È una rivolta perché ad accendere le masse non è stata un’ideologia religiosa o politica, ma un “riurlo” contro la dittatura. Ritengo che la rivoluzione si stia compiendo ora durante questo lungo processo di transizione che è solo all’inizio. Per quanto riguarda invece il concetto di Primavera araba ritengo sia una terminologia mediatica che sminuisce il sentimento espresso da un popolo affamato di “Dignità e libertà”.

Le agitazioni popolari che hanno scosso il mondo arabo, seppur eterogenee, presentano diversi elementi convergenti, tra questi l’ascesa di partiti di ispirazione islamica come alternativa a regimi in gran parte laici. Cosa differenzia il caso tunisino dagli altri Paesi, primo tra tutti l’Egitto?

Il partito tunisino di ispirazione islamica Ennahda, pur gravitando nell’orbita della Fratellanza Musulmana ha assunto una declinazione diversa. Nacque come Movimento di Tendenza Islamica nella Tunisia degli anni ’70 quando Bourguiba, nella fase finale della sua presidenza, aveva già intrapreso una svolta autoritaria proclamandosi presidente a vita. Rachid Ghannouchi, leader storico del Movimento, fu condannato a morte ma con la salita al potere di Ben Ali venne graziato. Il Movimento divenne un vero e proprio partito alla fine degli anni ’80 ma ben presto fu dichiarato fuori legge dal regime di Ben Ali che costrinse molti appartenenti al partito, tra cui Ghannouchi, a lasciare il Paese. All’indomani della fuga di Ben Ali nel 2011, Ennahda partecipò alle elezioni vincendole con una maggioranza relativa, consacrando insieme a due partiti laici quella che viene definita Troika.

In questo Paese che può definirsi “islamicamente laico” o “democrazia musulmana” l’articolo 1 della Costituzione, quella del 2014 come quella del ’59, riconosce l’Islam come religione di stato. Tuttavia, si è sempre tentato di separare la sfera religiosa da quella politica, ed è proprio questo atteggiamento, sostenuto anche dal leader di Ennahda, a distinguere maggiormente il caso tunisino da quello egiziano. Per quanto riguarda la Costituzione del 2014, considerata la sintesi dell’anima islamica e di quella laica che compongono il Parlamento, è importante sottolineare altri due aspetti: il primo è l’assenza dei principi della Shari’a, il secondo riguarda il compromesso raggiunto sulla questione femminile. Di fatti, la proposta dell’ala meno moderata di Ennahda di inserire all’interno della Costituzione il concetto di “complementarità” tra uomo e donna, venne interrotto dalla società civile che, scendendo nelle piazze, ha insistito affinché venisse inserito all’interno della Costituzione il concetto di parità tra uomo e donna.


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Quali prospettive per la Tunisia?

Non possiamo fare previsioni, ma analizzando gli eventi in una prospettiva storica possiamo affermare che la strada per la democratizzazione è molto lunga e il Paese incontrerà ancora molti ostacoli. L’economia tunisina, a differenza di molti paesi arabi, non può contare sulle riserve petrolifere e si basa soprattutto sul turismo, un settore che ha risentito molto degli eventi che hanno investito il paese negli ultimi anni, pensiamo agli attentati terroristici al Museo nazionale del Bardo e a Port El Kantaoui del 2015, ai due omicidi politici, e alla posizione geografica che inserisce la Tunisia in un contesto regionale molto delicato, tra la Libia e l’Algeria. La situazione è ulteriormente peggiorata in seguito alla pandemia. Non possiamo escludere nuove migrazioni, nuovi conflitti interni e tensioni. A mio avviso, è fondamentale che l’Europa sostenga dal punto di vista economico questa piccola democrazia che potrebbe diventare il faro in questo complesso Mediterraneo.

Jessica Pulsone,
Centro Studi Geopolitica.info