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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa rinascita dello Stato Islamico: un terrore senza fine

La rinascita dello Stato Islamico: un terrore senza fine

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A distanza di dieci anni dall’autoproclamazione dello Stato Islamico (IS), l’attentato del 22 marzo 2024 presso il Crocus City Hall di Mosca ha riacceso i riflettori su un nemico che apparentemente sembrava essere stato relegato nell’ombra. Sebbene sia arduo prevedere se tale attacco possa inaugurare una nuova, tragica scia di sangue al di fuori del Dar al-Islam, è tuttavia imperativo compiere un’analisi preliminare che possa aiutare a comprendere l’evoluzione del gruppo jihadista dopo la perdita delle sue principali roccaforti. Del resto, come affermava Sun Tzu nel suo celebre trattato di strategia militare “L’arte della guerra”,  per sconfiggere il nemico bisogna prima di tutto conoscerlo.

Resilienza

La disintegrazione del progetto territoriale avviata con la sconfitta di Mosul e Raqqa e l’eliminazione di leader carismatici non hanno cancellato la formazione jihadista. Daesh, infatti, pur con capacità operative ridotte rispetto all’apogeo del 2013/2014, continua ad esercitare un’influenza significativa sul piano dottrinale e propagandistico: secondo il Global Terrorism Index, tuttora il gruppo rappresenta l’organizzazione terroristica più letale al mondo. Si tratta di una resilienza che prende forma grazie a tre fattori tra loro interconnessi: una miopia strategica da parte delle forze anti-IS, una forte instabilità regionale e internazionale, un’intrinseca adattabilità a contesti mutevoli. Nello specifico, vi è un’erronea e semplicistica convinzione che il terrorismo sia una realtà di natura prettamente militare e non un fenomeno identitario ed ideologico, poliedrico ed estremamente attrattivo. Il solo utilizzo della forza armata contro IS da parte di attori locali, regionali, internazionali e dei rispettivi alleati non-statuali, ha indubbiamente permesso di ottenere una vittoria sul campo di battaglia ma non ha creato una pace positiva: trascurare le cause profonde di natura politica e socio-economica, ha trascinato i popoli e i governi locali verso una solitudine politica, facilmente colmabile e manipolabile da un’organizzazione che fa della semplicità e fluidità del suo messaggio lo strumento principale per vincere i cuori e le menti. In Iraq, Siria e Afghanistan permane una cronica divisione delle classi politiche, gran parte della popolazione è esclusa dall’istruzione e dal lavoro mentre il settarismo condanna un sempre maggior numero di etnie a dure repressioni. A ciò si aggiunge l’impatto geopolitico ed economico del conflitto israelo-palestinese da cui si origina: una nuova escalation USA/Israele contro il cosiddetto “Asse della Resistenza”; la diffusione di un senso di umiliazione, rabbia e disillusione in seguito al fallimento della diplomazia umanitaria e agli squilibri connaturati nell’Organizzazione delle Nazioni Unite; una crisi economica che vedrà un avanzamento pari solo al 2,9% rispetto al 5,6% del 2022. È evidente che, per un’organizzazione anti-sistema e straordinariamente capace di adattarsi alle sfide geopolitiche (forse persino più velocemente di quanto facciano i governi), l’attuale scenario sia perfetto per riemergere dalle tenebre. Solo la proposta di un modello alternativo che sia veramente efficace e da attuare tramite una strategia proattiva anziché reattiva potrà stroncare la resilienza dell’organizzazione. 

Riorganizzazione territoriale

Il sedicente Stato Islamico è rimasto fedele al suo motto per eccellenza, “rimanere ed espandersi” (baqiyya wa tatamaddad). Pur non rinunciando a un controllo nel suo heartland originario, Daesh è riuscito ad estendere la propria zona di influenza oltre il cosiddetto Syraq e a ramificarsi tramite il sistema dei wilayat (province). Istituiti nel 2015 come parte integrante dell’apparato di governo califfale, oggi i wilayat presentano una maggior flessibilità e dispersione dettata dalla necessità di riconfigurare la presenza territoriale e le catene di comando. A detta del Washington Institute, dal 2019 lo “Stato Islamico” ha rivendicato 5.273 attacchi al di fuori di Iraq e Siria. Tra marzo 2023 e marzo 2024, esso si è assunto la responsabilità di 1.121 attacchi, causando la morte o il ferimento di 4.770 persone. La provincia più attiva è stata quella dell’Africa occidentale, seguita da Siria, Iraq, Africa centrale e Mozambico. Tuttavia, è IS-KP (o Daesh Khorasan), l’affiliazione proclamata nelle province orientali afghane, ad essere colpevole delle azioni più letali: si veda l’attentato nella città iraniana di Kerman (2024) o l’attacco presso l’aeroporto di Kabul (2021). La recente strage di Mosca è stata in realtà rivendicata da IS centrale, il quale sembrerebbe utilizzare il gruppo Khorasan per trasmettere le istruzioni dal nucleo alle cellule operative sul territorio. La provincia del Khorasan, effettivamente, ha riscontrato il maggior successo nel creare un vero e proprio nodo di connessione internazionale, accogliendo militanti provenienti soprattutto dal Caucaso e dalle ex Repubbliche sovietiche. I foreign fighters originari di queste zone, dopo essersi distinti tra le fila del Califfato, possono oggi essere considerati veri e propri professionisti del jihad armato, capaci di muoversi con facilità attraverso un ambiente geograficamente contiguo sfruttando un’ampia rete etnico-linguistica e networks criminali. È dunque l’Asia centrale, oltre all’Africa subsahariana, a rappresentare il focolaio che nel futuro prossimo vedrà un sempre maggior numero di organizzazioni disputarsi l’appartenenza al “marchio” di Daesh o a quello di Al Qa’ida.

Modus operandi

Movimento insurrezionale, entità proto-statuale, perdita territoriale. Sono queste le fasi che Daesh sembra riproporre ciclicamente nel corso della sua esistenza. La sfida di IS è tutt’ora orientata in senso strategico e geopolitico alla primazia nei territori di riferimento e ad imporsi come stella polare della galassia jihadista. Così, la battaglia continua ad essere combattuta a livello glocale prendendo di mira sia il nemico lontano sia il nemico vicino. A livello locale, gli attacchi recentemente rivendicati dal gruppo riflettono l’adozione di tattiche simili a quelle utilizzate prima del 2010 ed incentrate su metodi tradizionali di combattimento, logoramento e guerriglia. La particolare conformazione dei territori che alterna aree urbane a zone semidesertiche permette, inoltre, di riproporre la tattica hit and run. Tuttavia, l’attacco alla prigione di al-Sina (2022), riconducibile alla breaking the wall strategy, e l’attentato a Kerman, hanno dimostrato un forte livello di coordinamento regionale e la capacità di andare oltre le operazioni clandestine a bassa intensità: l’affidamento a comandi suicidi, l’utilizzo di armi avanzate e tattiche di guerriglia urbana da parte di forze pre-posizionate per rallentare qualsiasi contrattacco, indicano un modus operandi equivalente ad una vera e propria strategia militare. L’attacco terroristico al Crocus City Hall di Mosca ha, invece, evidenziato la volontà/capacità di IS di condurre nuovamente operazioni esterne. Tale evento ha inevitabilmente evocato le terribili immagini della strage avvenuta al Bataclan nel 2015 discostandosi dagli attentati “fai da te”, rudimentali, solitari e meno letali, commessi a partire dal 2016. Permane, poi, la logica della polarizzazione volta ad alimentare il caos tra i potenti (si noti l’accusa immediata di Mosca all’Ucraina o quella dell’Iran ad Israele), nonché ad esporre le fragilità e gli interessi divergenti insiti in ciascuna alleanza anti-IS. Infine, sebbene sia impossibile avere una chiara percezione dell’entità delle forze che il gruppo può mettere in campo, non è sicuramente da escludere il proliferare di attacchi emulativi al fine di attrarre finanziamenti e nuove reclute, oltre che a paralizzare il nemico nel terrore.

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