La rinascita del Libano contesa da Parigi e Ankara

Le esplosioni del 4 agosto scorso nel porto di Beirut sono state l’apice della crisi libanese iniziata ne 2019. A distanza di tre mesi dalle esplosioni e da una situazione politica e sociale instabile, anche a causa della pandemia, la Francia e la Turchia stanno portando avanti una politica diplomatica volta a far rinascere il Libano con condizioni ben precise.

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Libano: dalla crisi economica di marzo alle esplosioni del 4 agosto

Lo scorso marzo il Primo Ministro Hassan Diab aveva affermato che il debito pubblico libanese fosse insostenibile, soprattutto per il pagamento degli interessi finanziari. Da aprile, con circa 700 milioni di dollari derivanti da Eurobond e altri 600 nel mese di giugno, il Libano non ha potuto rispondere in maniera positiva ai creditori, avendo un rapporto debito/Pil al 170%; nonostante una situazione economica sull’orlo del fallimento, il Primo Ministro era convinto che ci fossero le possibilità per rispettare gli obblighi finanziari nei confronti della comunità internazionale; da maggio, però, le banche hanno venduto i loro stock in cambio di moneta estera per il pagamento di beni di prima necessità, come medicinali, grano e petrolio.

Dal 2018, le forze politiche libanesi hanno impiegato nove mesi per la formazione di un governo, prima con la caduta del Primo Ministro Saad Hariri e poi con un nuovo esecutivo con a capo Hassan Diab. La crisi economica iniziata nel 2019 ha portato il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà e le esplosioni del 4 agosto hanno aggravato la situazione.

Dopo circa due mesi dalle esplosioni del porto di Beirut, ancora non si ha la certezza se si sia trattato di un incidente o di un atto volontario e soprattutto quali siano le eventuali fazioni implicate. È piuttosto evidente, però, come i fatti del 4 agosto abbia funzionato da catalizzatore in merito al malcontento generale che ha portato a proteste in un clima di caos assoluto.

Secondo le prime informazioni le esplosioni sono avvenute in un settore portuale che è controllato da Hezbollah dove vi erano migliaia di tonnellate di composti chimici e fertilizzanti che, provocando l’esplosione, hanno devastato gran parte della città di Beirut. Le prime immagini hanno mostrato due esplosioni differenti, con la seconda che ha distrutto gran parte della città, evitando di creare danni ingenti solo nel centro e nei quartieri popolari di Basta e Zoqaq Blat. I dubbi attorno a questa catastrofe rimangono ancora fin troppi, ma l’unica certezza è che, ad oggi, Beirut manca di una delle sue poche certezze economiche: il porto.

Una situazione che ha gettato la popolazione nello sconforto, con lo spettro di un default economico e il desiderio di una rivoluzione sociale ancor più emblematica di quella del 2006.

Libano e Turchia: relazioni pericolose?

Le esplosioni avvenute nel porto di Beirut hanno spinto la Turchia ad occupare il vuoto lasciato dall’Arabia-Saudita, ormai arresa all’influenza dell’Iran sciita in attraverso il movimento di Hezbollah.

L’influenza turca è in crescita nel Paese, nonostante non abbia dei partiti politici di riferimento, con l’intento di minare il Libano dalle fondamenta e conquistare il Paese dalle radici della società civile.

Alcuni fonti dell’intelligence libanesi, inoltre, qualche giorno dopo il 4 agosto, hanno rintracciato ed arrestato dei cittadini siriani e turchi che cercavano di contrabbandare quattro milioni di dollari, volti a finanziare dei movimenti violenti in Libano.

L’obiettivo dichiarato ha reso evidente come la Turchia stesse progettando di “occupare Tripoli”, la seconda città più grande del Libano, roccaforte sunnita.

L’impegno finanziario della Turchia, dopo le esplosioni, è incrementato soprattutto grazie alle scoperte energetiche da parte del Paese anatolico. Inoltre, fino a pochi anni fa, molti abitanti del Libano di origine turkmena avevano percepito la Turchia completamente distante dalle loro istanze, mentre ad oggi si sta verificando il contrario, con una maggiore influenza turca a dispetto dell’assenza dello Stato libanese.

Un’altra azione fondamentale all’interno del Libano è quella svolta dall’Ambasciata turca a Beirut, ovvero la promozione di attività culturali e sociali per quelle fasce di popolazione vicine alla Turchia; tutto questo è un chiaro progetto a lungo termine di soft power, per poter implementare le relazioni in Libano.

La crisi economica e le esplosioni del 4 agosto hanno sicuramente spinto Erdogan ad accelerare il suo progetto di “conquista” del Libano, proponendo anche al governo libanese l’uso del porto di Mersin per dar continuità alle attività svolte in quello di Beirut, imponendo la sua politica imperialista in tutta la zona del Medio-Oriente affacciato sul Mediterraneo.

Francia e Libano: come superare l’impasse politico?

L’impasse politico per la creazione di un nuovo governo in Libano è destinato a durare ancora a lungo; il vuoto istituzionale si sta facendo sentire tanto da legittimare i moti di piazza che stanno incendiando le strade del Paese, che all’ombra della pandemia del Covid-19 sta ulteriormente peggiorando la situazione socioeconomica.

Tra la fine di settembre e la prima metà di ottobre il Primo Ministro libanese incaricato, Mustafa Adid, è stato pubblicamente attaccato da Macron, insieme a tutte le forze politiche libanesi, colpevoli di non essere in grado di creare un governo capace di iniziare un percorso di rinascita del Libano; il giorno seguente, il Leader del partito sciita libanese Hasan Nasrallah ha respinto le accuse di Macron, invitandolo ad abbassare i toni.

Il Capo di Stato francese è sicuramente interessato a mantenere un ruolo di primo piano per la formazione di un governo in Libano che abbia degli obiettivi chiari: far uscire il Paese dalla crisi economica ed evitare ingerenze esterne. La proposta di Macron è comunque una ingerenza che va ben oltre i confini regionali, nonostante affermi di voler fare solo gli interessi del popolo libanese, anche se la Francia come la Turchia, vuole portare avanti i suoi interessi.

La strategia di Macron è molto simile a quella di Erdogan; anche lui, infatti, ha lasciato aperta la possibilità di negoziare con Hezbollah, attraverso la creazione di un esecutivo basato su una suddivisone comunitaria.

La strategia internazionale di Macron è volta a continuare il dialogo con il rappresentante Nasrallah e garantire aiuti finanziari al Paese. Inoltre, il Presidente francese ha nuovamente rinnovato l’intenzione di organizzare una Conferenza con Cina, Gran Bretagna, Germania, Italia e istituzioni come ONU, Unione Europea e Lega Araba.

La Francia si propone, quindi, come il rappresentante forte per un cambio di passo, attraverso fondi destinati ad una stagione di riforme in Libano, cercando di portare avanti una politica estera in contrasto con quella turca.

Possibili scenari ed implicazioni internazionali

Per la popolazione libanese le esplosioni del porto di Beirut sono divenute l’emblema di una cattiva gestione dello Stato da parte delle autorità, ad ogni livello: dal welfare, alle leggi di bilancio fino alla destinazione dei fondi pubblici. Soltanto a causa dell’emergenza Covid-19 e delle restrizioni introdotte dalle autorità governative, le manifestazioni sono diminuite. La stessa emergenza sanitaria ha accentuato l’estrema debolezza dell’economia libanese che sta vivendo la peggiore crisi dai tempi della guerra civile.

La distruzione del principale porto del Paese non solo renderà estremamente più difficoltosa l’importazione di cibo, carburante e aiuti, ma impatterà sulle entrate derivanti dai transiti, oltre che sull’intero settore occupazionale nazionale. Il definitivo collasso del Paese, ad oggi sembra sempre più che inevitabile.


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È dalla guerra civile che il Libano non vedeva una compresenza di così tanti fattori di rischio: spinte regionali dalla Turchia ed interessi di attori terzi internazionali quali la Francia, la crisi economico-finanziaria di gravissima portata, crisi alimentare e sanitaria e crescente insorgenza sociopolitica. È chiaro, quindi, che in un contesto a così alta tensione e difficoltà, nei prossimi mesi non sono da escludere anche forti scontri di carattere religioso, che avranno ripercussioni internazionali e che potranno acutizzare ancora di più lo scontro tra Francia e Turchia, come gli attentati degli ultimi giorni a Nizza e Lione.